Renzismo e psicoanalisi a go go

Alcune riflessioni sul dibattito nato dall’intervento di Massimo Recalcati sull’«odio per Renzi». su tre piani analitici, “i contenuti”, “la forma” e “il discorso psicoanalitico”. [Sandro Vero]

Renzismo e psicoanalisi a go go
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3 Agosto 2017 - 22.23


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di Sandro Vero.
 
Il recente dibattito scaturito dall’intervento di Massimo Recalcati sull’«odio per Renzi» suggerisce alcune riflessioni che si dispongono su tre piani analitici, sommariamente definibili come “i contenuti”, “la forma” e – più generale e in profondità insieme – “il discorso psicoanalitico”.
 
I contenuti.
L’articolo di Recalcati assume un concetto fondamentale come premessa (ovviamente in una forma che potremmo dire “assiomatica” e dunque non dimostrabile proprio in quanto condizione per la dimostrabilità di altro): non è possibile che tutto quello che ha fatto Renzi sia sbagliato. Dunque una critica totale alla sua azione politica è pensabile solo come sintomatica di un atteggiamento preconcetto nei suoi confronti. Recalcati si spinge oltre questa sottolineatura, ne fa una questione clinicamente rilevante e statuisce che l’atteggiamento preconcetto è in realtà a sua volta la manifestazione esteriore di uno stato d’animo, di un sentimento perfino: l’odio, nella sua declinazione socialmente significativa, quella in cui la rabbia precipita in un meccanismo gruppale che tende ad espellere l’Altro, l’altro portatore di cambiamento e di trasformazione, il Noi pervicacemente aggrappato ad una identità ferita, dispersa, forse addirittura nomade, quale può essere per esempio l’identità del popolo della sinistra.
Recalcati arriva ad invocare la nozione di “lutto”, non fatto/non elaborato, e trasformato in odio per l’oggetto (affettivo). Così spianandosi la strada per la dimostrazione piana, senza intoppi, del carattere “disvelante” del renzismo: io sono la materializzazione – politica, culturale, ideologica – della vostra disfatta, della nostalgia di un mondo perduto, anche solo anacronistico, e lo sono perché trasformo l’assenza (tutto ciò che era e che non è più) in presenza (la modernità, il pragmatismo, la comunicazione e quant’altro).
Quante cose dette (e non dette) in una sola inesorabile botta!
Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che qui l’accento cade ancora sui “contenuti”. Ovvero sulle cose che Renzi ha fatto. Le quali (questo è implicito nel retro-pensiero di Recalcati) sono talmente tante che è statisticamente impossibile siano tutte sbagliate.
E allora fermiamoci, per il momento, a questo: lo storytelling renziano, ruffiano e finanche un poco cafone, ha fatto del fare (provate a pronunciare l’ultima parola con lo stesso accento che usa Crozza nella pantomima del nostro eroe) un suo passaggio nodale: niente chiacchiere, solo azione.
Verrebbe da dire, intanto, che le chiacchiere – entro una misura accettabile – sono spesso necessarie per fondare, motivare quello che si fa. Ciò a patto che vi sia una corrispondenza, una qualche coerenza fra i due termini, mentre l’evidenza ci consegna un dato incontrovertibile: Renzi ha spesso detto di fare cose che non ha fatto e, viceversa, ha fatto cose che aveva detto non avrebbe mai fatto.
Che il vulnus dei contenuti sia proprio lì? Noi non crediamo. Il vulnus dei contenuti sta proprio nei contenuti: nel loro carattere anti-egalitario, nella loro perfetta continuità rispetto all’impianto neo-liberista del governo del PD, nel loro situarsi dentro una chiara strategia di progressivo smantellamento dell’edificio costituzionale, legislativo, giuridico dei diritti del lavoro, faticosamente costruito negli anni dal dopoguerra alla fine della decade di piombo. Un motivo per odiare Renzi? Per carità. Solo per desiderare che tolga il disturbo.
 
La forma.
Qui la faccenda comincia a farsi incandescente. Lo storytelling renziano – tutto autocentrato sul carisma del leader e sul suo valore precipuo, la sapienza comunicativa – ha svelato presto la sua diabolica continuità con quello berlusconiano, che sin dall’inizio ha previsto, come il suo emulo, uno snodo narrativo fondamentale nell’impossibilità (logica?) di portare attacchi all’immagine del Signore che non siano mossi da acredine personale nei suoi riguardi (con Berlusconi perché ricco e di successo, con Renzi?).
Che la forma oggi prevalga sui contenuti, in politica come nell’arte, non è soltanto uno degli esiti lunghi della malattia nota come post-moderno: tutto in Renzi è oltre, in un oltre in cui ci è richiesto di lasciar perdere le cose e di interessarci al modo in cui le cose sono dette, annunciate, declamate. Insomma: la politica come marketing, allestimento di vetrine (coi magazzini vuoti), ballo in maschera.
Su questo (ed altro) Recalcati non fa parola, impegnandosi invece a costruire il suo atto accusatorio sull’elemento chiave del lutto decentrato, sulla perdita delle certezze novecentesche non pensata, non verbalizzata e quindi trasformata sintomaticamente in odio per chi quella perdita la pensa, la verbalizza e la trasforma nel suo contrario (ma la rabbia che origina da un lutto non elaborato non era, clinicamente parlando, per l’oggetto perduto?  Ovvero – per parlare col mangiare in bocca – per il defunto? Recalcati sembra dire invece che è per il parente figo che ci sbatte in faccia, con arroganza, che il morto è proprio morto!).
Insomma, l’odio per Renzi è un’esclusiva della gente di sinistra, questa umanità reietta, ondivaga, orfana, che ha perso la bussola e naufraga e spara contro chi accorre a salvarla! (Bene ha fatto Franco Bifo Berardi, dalle pagine di AlfaBeta 2, a dire che non sa bene se è o meno “di sinistra”, quanto meno di questa fantomatica sinistra tanto utile a Recalcati…).
 
Il discorso psicoanalitico.
È un vecchio vezzo di molti psicoanalisti parlare di tutto. Più esattamente, è sempre stato un loro vezzo far parlare la psicoanalisi all’interno di tutto, con esiti che in taluni casi hanno sfiorato il ridicolo. Un simpatico corollario di questa incessante pratica del discorso senza confini è la disposizione a porsi in posizione up nel confronto con un interlocutore, specie se questi esprime un punto di vista avverso alla prospettiva analitica: si tratta del gustoso trucchetto di spiegare la tesi dell’interlocutore esattamente nei termini esplicativi previsti dal linguaggio psicoanalitico. Operazione che – lo capirebbe anche un idiota – non serve a spiegare alcunché ma solo a ridurre, abbassare di rango, svalutare. Una sorta di meta-comunicazione epistemica in cui la psicoanalisi avrebbe sempre, comunque, l’ultima parola. Popper avrà pure avuto le sue fisime, ma quando aveva in mente il suo concetto di “falsificazione”, unico criterio di scientificità, cosa avrebbe potuto pensare di un simile atteggiamento intellettuale?
 
È probabile che il compito di Recalcati – e dei suoi colleghi – non sia più quello di sganciarsi dal tallonamento teorico di gente come Deleuze o Foucault, che nei decenni caldi pensarono e dissero (giustamente) cose poco entusiasmanti della psicoanalisi e della sua strutturale inclinazione ad esercitare una parte consistente del controllo che il potere le demanda. Altri tempi, qualcuno dirà.

 

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Ma un piccolo sforzo, una maggiore accortezza nel mantenimento di un limite, quello non guasta di certo.
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