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Il rubinetto di Rabat

Cinquantamila persone attraversano il confine e quarantottomila rientrano in ventiquattr'ore: non è un'invasione, è una manopola che Rabat apre e chiude per contrattare Sahara ed enclavi. In Italia qualcuno ci costruisce sopra una carriera.

Il rubinetto di Rabat
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1 Agosto 2026 - 02.23


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di Pino Cabras.

𝗜𝗟 𝗥𝗨𝗕𝗜𝗡𝗘𝗧𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗥𝗔𝗕𝗔𝗧

𝑪𝒆𝒖𝒕𝒂 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒖𝒏𝒊𝒏𝒗𝒂𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆, 𝒆̀ 𝒖𝒏𝒂 𝒍𝒆𝒗𝒂 𝒅𝒊𝒑𝒍𝒐𝒎𝒂𝒕𝒊𝒄𝒂. 𝑬 𝒊𝒏 𝑰𝒕𝒂𝒍𝒊𝒂 𝒄𝒆̀ 𝒄𝒉𝒊 𝒄𝒊 𝒎𝒂𝒏𝒈𝒊𝒂 𝒔𝒐𝒑𝒓𝒂.

Usare le bombe demografiche della pressione migratoria come un rubinetto che si apre e si chiude a volontà in base a cinici calcoli nelle relazioni internazionali non è una novità emersa a Ceuta in queste ore.

Pensate all’intramontabile presidente turco Recep Tayyip Erdoğan: aveva ereditato dalle guerre mediorientali degli ultimi decenni (cui l’Occidente ha partecipato attivamente) enormi masse di profughi in territorio turco e siriano, milioni di persone trattenute in immensi campi che si riempivano come bacini retti da una diga. Se decideva di aprire il rubinetto dello sbarramento, Erdoğan riversava verso l’Europa ondate di centinaia di migliaia di migranti che rendevano quasi ingestibili i confini e minacciavano impatti fuori controllo sulla vita civile di centinaia di città del Vecchio Continente. Gli europei ripassarono il concetto di pizzo, tangente e racket coprendo Ankara di miliardi di euro per richiudere il rubinetto per tanti anni. E lo chiuse. Per il momento, finché paghiamo il pizzo.

Ma le rotte in mano alle mafie schiaviste e ai loro complici sono tante, da più quadranti, lungo varie direttrici del Nord Africa. Anche qui certi capi di Stato sanno quando aprire i rubinetti per ottenere dividendi dalla marea umana da loro manovrata. Le prime ondate sono cominciate nelle ore immediatamente precedenti il discorso del Trono di Mohammed VI, ventisettesimo anniversario della sua ascesa, discorso in cui il monarca indicava il Marocco come esempio di stabilità. Una coincidenza che nessuno a Rabat considera tale.

Sul come chiamarla, la scena è istruttiva. Jupol, il sindacato maggioritario della polizia nazionale spagnola, parla senza giri di parole di una pressione propria di una guerra ibrida, denunciando che il Marocco ha di fatto revocato il veto alle partenze verso Ceuta. Il governo di Madrid respinge quella lettura e ringrazia le autorità di Rabat per la collaborazione, salvo poi trovarsi costretto, per bocca dello stesso Sánchez, a definire l’accaduto un attacco e una violazione dell’integrità territoriale della Spagna. Una convergenza involontaria vale più di mille dichiarazioni concordate.

La versione ufficiale spagnola indica l’innesco in una sentenza del Tribunal Supremo che vieta i respingimenti a caldo di chi arriva a nuoto, sentenza secondo Madrid sfruttata dalle mafie. È una spiegazione che regge sul quando, non sul quanto. Nessun pronunciamento giudiziario spiega perché decine di migliaia di persone si presentino simultaneamente in un tratto di frontiera tra i più sorvegliati del Mediterraneo mentre la gendarmeria marocchina guarda altrove. Semmai conferma la regola: il rubinetto si apre quando si trova il pretesto tecnico per aprirlo.

Che la partita sia geopolitica lo si legge da mesi, e non su siti complottisti. Nel marzo 2026 Michael Rubin dell’American Enterprise Institute, scrivendo per il Middle East Forum, ha chiesto all’amministrazione Trump di riconoscere formalmente Ceuta e Melilla come territorio marocchino occupato, bollando la Spagna come potenza coloniale a cavallo dello Stretto di Gibilterra. Pochi giorni dopo il deputato Mario Díaz-Balart, presidente della sottocommissione Sicurezza nazionale della Camera e tra i più stretti confidenti di Marco Rubio, ha dichiarato che le enclavi non si trovano in territorio geografico spagnolo. Ad aprile Ynet ospitava un’analisi di Amine Ayoub, fellow dello stesso Middle East Forum, secondo cui Israele dovrebbe usare la propria influenza a Washington per aiutare il Marocco a riprendersi le due enclavi, presentando il sostegno alla rivendicazione di Rabat come modo per punire la Spagna. Punirla per Gaza, per l’Iran, per il rifiuto del 5% del PIL alla NATO. Tutto scritto, tutto pubblico, tutto a disposizione di chiunque sappia leggere.

Il ministero dell’Interno spagnolo conta cinquantamila ingressi e quarantottomila già rientrati in Marocco, mentre il governo locale dell’enclave arriva a stimare sessantamila persone, il settanta per cento della popolazione di Ceuta. Erano stati ingannati con la promessa dell’accoglienza e di un trasferimento ad Algeciras. L’emergenza si sgonfia alla grande, ma si sgonfia come emergenza, non come tragedia: i morti accertati sono decine, annegati nel tentativo di aggirare a nuoto la frontiera. Sono il costo umano di chi manovra la manopola, e nessuno ne risponderà. L’imprinting alla politica europea, invece, è destinato a durare, perché ci sono intere carriere politiche che vivono di questo.

A tutta la vannacceria italiota vecchia e nuova non è parso vero infatti di gridare all’invasione islamica. Sia Tajani sia Vannacci hanno ridotto la crisi di Ceuta alle regolarizzazioni di Sánchez, sbagliando numeri e bersaglio: secondo il centro di analisi Funcas circa il novanta per cento degli irregolari presenti in Spagna proviene dall’America Latina, con colombiani, peruviani e honduregni in testa, cristianissimi e ispanofoni, altro che mamma li turchi. E non ci si è fermati alle parole: la sospensione della libera circolazione con la Spagna è stata effettivamente disposta dal ministero dell’Interno di Piantedosi, mentre il ministro degli Esteri spagnolo Albares convocava l’ambasciatore italiano a Madrid, giudicando indegno di un Paese partner un messaggio che scambia la solidarietà europea con la demagogia di parte. Un incidente diplomatico aperto in ventiquattr’ore per un fatto rientrato in ventiquattr’ore. Il rendimento elettorale, quello sì, dura molto più a lungo.

Ribadiamo: le tensioni migratorie in zona Ceuta e Melilla dipendono soprattutto dai rapporti fra Spagna e Marocco, e Rabat utilizza da tempo la frontiera come leva diplomatica. Sullo sfondo ci sono Sahara Occidentale, rivalità con l’Algeria, legami marocchini con Israele e recente riavvicinamento tra Madrid e Algeri. La Spagna paga inoltre le sue posizioni su Palestina e guerra all’Iran. La destra italiana preferisce ignorare totalmente l’esistenza di questa partita in cui non c’è nulla di spontaneo.

La sinistra dal canto suo condivide con i partiti di destra la stessa visione di fondo. Non serve gonfiare le cifre per misurare la questione: il saldo migratorio netto dell’Unione europea è stato di 2,05 milioni di persone nel 2025, unico fattore che ha impedito alla popolazione comunitaria di arretrare, e nessuno tra i maggiori partiti europei mette in discussione quella traiettoria. In un continente popoloso e stagnante, mantenere quel ritmo significa cumulare in cinquant’anni un flusso nell’ordine dei cento milioni di individui, trasformando la società e aggravando tensioni e conflitti senza vantaggi né per gli europei né per gli immigrati. Una previsione apocalittica? No, è una mera moltiplicazione.

Tra la vannacceria che non risolve nulla e quel nulla lo copre con una parola vuota (“remigrazione”, che non dice niente su come si fa nel mondo reale) da un lato, e dall’altro lato la larga parte della sinistra egemonizzata da neoliberali privi di freni, risulta difficile parlare della realtà vera, quando troppi la coprono di veli, di falsa coscienza, di vaniloqui che non risolveranno un problema a noi poveri cristi che subiamo un secolo via via più turbolento.

Ma ne parleremo ancora, con proposte testardamente concrete.

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