Scusi, lei è toscano?

Splendori e miserie del "Giglio Magico" renziano e della satira "di sinistra". Con una nota introduttiva di Ennio Abate.

Scusi, lei è toscano?
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23 Settembre 2014 - 07.43


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di Luca Lenzini

In questa Lectio Magistralis, tenuta presso il Circolo A.R.C.I. di Quaracchi (PI) il 1 maggio 2014, Luca Lenzini scende nelle visceri della «toscanità» della «Sinistra Simpatica», figlia sghignazzante e disinibita del vetero, austero, torvo e iperideologico “comunismo all’italiana”. Da lì è spuntato ora il “Giglio Magico” renziano di cui tutti sentiamo il lezzo. Nel ripercorrere la microstoria che ha portato all’accoppiamento non certo giudizioso dell’«egemonia sottoculturale» del “centro-destra” con la satira di sinistra alla “Blob”, egli si sofferma sull’ascesa del talentuoso e diavolesco Roberto Benigni. La sua parabola da “Televacca” a Hollywood non è dissimile da quella del politico fiorentino in questi giorni volato da Presidente del Consiglio negli USA. Questa «comicizzazione» del politico (e politicizzazione del comico) ha coperto e un po’ prodotto lo sconvolgimento storico, da cui non sappiamo come uscire. La Lectio di Lenzini sembra un divertissement ma non lo è. Con uno stile alto, amaro e solenne, quasi dantesco, ci rimanda a un urgente e drastico ripensamento della storia di questo Paese. Occhio all’accenno: «l’anno dopo è il 1978, e non è necessario insistere sul giro di boa che quell’anno significò per la storia del paese (e del Pci)». [E.A.]

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«Dopo il “Clan degli avellinesi” […], dopo la “Corte Arcoriana” berlusconiana, dopo la “Brigata Sassari” cossighiana e dopo il “Cerchio Magico” leghista con baricentro varesotto, è il momento del “Giglio Magico” renziano», ha scritto sul «Corriere della Sera» (31 luglio 2014) Gian Antonio Stella. Di seguito, un folto elenco di ministri, sottosegretari, “manager di stato”, tutti toscani, a formare la nuova Ruling Class del Bel Paese, targata P.D. e alleati (chi è interessato ai nomi, può trovarli nella lista fornita, un mese prima, da «Il fatto Quotidiano»: titolo dell’articolo, di Marco Palombi e Carlo Tecce, «Granducato renziano»).

E allora, si dirà, di cosa stupirsi? Così fan tutti, per l’appunto. Discontinuità nella continuità: non è da sempre questo il rassicurante paradigma della “cultura di governo” italiana, la cifra della Politica e l’essenza stessa del suo Metodo, cinico e al tempo stesso (ma solo in apparenza) bonario? Se qualcuno s’era illuso che l’etichetta di “rottamatore”, inalberata da Matteo Renzi, fosse davvero qualcosa di più di uno slogan elettorale, utile soprattutto a scansare vecchie posizioni dominanti all’interno di un partito che alla politica vera aveva rinunciato da molto tempo, così preparando il terreno per l’affermarsi di Leader dalla spiccata propensione mediatica, ha fatto presto a ricredersi.

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Ma, certo: proprio perché la guerra a Berlusconi aveva mostrato l’incapacità dell’opposizione, per oltre vent’anni, di proporre una linea alternativa convincente, alternativa, fondata su un progetto di società non omologata ai modelli del neoliberismo, il focus tutto individuale della polemica anti-Cavaliere aveva in fondo ribadito il primato leaderistico, di cui la delega al “sindaco” che taglia corto non è che una variante. Che importa, se frattanto la disuguaglianza diventava feroce, il tessuto sociale incanagliva, milioni di elettori si rifiutavano, per disperazione o indifferenza, al voto? La battaglia a sinistra era tutta interna alle élites degli “amministratori”, e smaccatamente subalterna al quadro politico immediato, che prevedeva l’azzeramento di ogni velleità di politica industriale o, figurarsi, estera, nel mondo globale essendo altrove (nella Finanza) il comando; e se poi con il grimaldello dell’Emergenza e dell’Europa (quella neoliberista, manco a dirlo) si provvedeva, tra manfrine e forzature costituzionali, a smantellare il “Welfare” – quest’assurda pretesa, così sfacciatamente a favore dei meno abbienti!… – c’erano pur sempre, a legittimare il Nuovo incipiente, le Primarie.

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«Ill fares the Land» (il paese va in malora) citava Tony Judt, poco prima di morire, da Oliver Goldsmith (The Deserted Village, 1770), versi del tempo delle “Enclosures”. Appropriato rinvio (era il 2010, appena ieri), ma a che pro perder tempo con storici e letterati? Meglio i comici, ai quali è necessario guardar sempre con attenzione: loro sì che hanno orecchio per i sussulti del corpaccione del paese profondo e viaggiano velocemente, proprio come i politici, sull’onda dei media, là dove si forma il consenso per vie palesi – il coro imperativo di stampa e tv, che rimuove mentre schiamazza – e recondite, non escluse le inconsce.

Non per caso ad essi, i comici, e in particolare alle popolari trasmissioni d’intrattenimento prodotte da Mediaset a partire dagli anni Ottanta (“Drive In”, 1983; “Striscia la notizia”, 1988; et coetera…), una ormai folta bibliografia di saggi e monografie attribuisce un ruolo non secondario nella formazione della «egemonia sottoculturale» (azzeccata definizione di Massimiliano Panarari) del “centro-destra” nostrano. A sinistra si replicò, com’è noto, con la satira e il sempreverde “Blob” (1988), ovvero nell’ordine della parodia (la “distanza critica” assicurata dall’ironia sguazzava pur essa nel campo mediatico, con l’aggravante di trovar spazio nel “servizio pubblico”); ed è a questo punto che il discorso si riallaccia alla recente calata (o scalata) dei Giovani Turchi del Valdarno, quale è tratteggiata da Stella (che prende spunto da uno sketch di due comici d’antan, Tognazzi e Vianello). Al riguardo la bibliografia scarseggia, però non si sarà molto lontani dal vero a ipotizzare che fu proprio nel giro di quei non dimenticabili anni che cominciarono a sommuoversi i marosi che diverranno, ai giorni nostri, quasi uno Tsunami, almeno ai piani alti della Repubblica.

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Per inciso: si rammenti che all’interno dell’ex-Pci covava da tempo, in Toscana, una certa insofferenza per la sproporzione tra il peso del voto regionale sul piano nazionale e la rappresentanza in ambito governativo (sempre e solo la Bindi di Sinalunga, a “Ballarò” e dintorni, avrebbe portato poco lontano, si sospettava: non senza fondamento), sicché nel confluire dei consensi sul Sindaco non mancò in ambito granducale una certa ambizione di rivalsa, che tempestivamente si mescolò al sollievo per la patente rescissione, da parte delle nuove leve, di ogni legame con il passato (l’ignobile onta rappresentata dal fantasma “comunista”); ma questo vale per l’ambito nazionale post-89, sicché l’avvento del Sindaco ebbe infine il senso dell’ineluttabile compimento di qualcosa che non può non dirsi “epocale”.

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Ma torniamo subito ai comici. Si presti attenzione alle date, e insieme alla parabola di uno di loro di grande talento, Roberto Benigni. Berlinguer ti voglio bene, gran film di Giuseppe Bertolucci all’epoca pressoché underground, con lui protagonista, è del 1977, e “Ondalibera” (o “Televacca”), la serie che vede l’esordio dello stesso Benigni in televisione, viene trasmessa tra dicembre ’76 e gennaio di quello stesso anno. Sia nel film – con un più di intelligenza registica che oggi si vede meglio – che nella serie televisiva il mondo di Cioni Mario è osservato in una prospettiva rigorosamente “dal basso” e intriso di umori anarco-materialistici, identificando locale e sociale in un preciso habitat che trova espressione tanto nella disfatta campagna industrializzata della “Piana” tra Firenze e Pistoia, quanto nella lingua di cui Benigni si serve come di uno strumento calibratissimo nel suo dilagante eccesso (la «corsiva tradizione plebea» di cui ebbe a parlare una volta il Contini, «turpiloqua, ridondante di gorgia, attinta alle ciane, agli osti e ai barrocciai»). Non aveva che quella, Cioni Mario; ma il diseredato che la gettava in faccia al nuovo popolo consumista, con tutti gli stereotipi ideologici, le risacche nichilistico-apocalittiche e le secolari angosce ereditate da un background sottoproletario ne spremeva, a ruota trionfalmente libera, ogni risorsa scurrile e blasfema, come uno di quei fools che han sempre saputo come vanno le cose e che per assicurarsi un posto in vista almeno all’Inferno, non rinunciano a dar voce un’ultima volta all’epos degli sconfitti e al loro sogno di emancipazione (e nel medesimo tempo in cui lo evocano, lo denunciano come Mito). In base a quest’ottica, la figura “istituzionale”, compassata e un po’ triste, di Berlinguer, doveva essere nient’altro che una maschera da togliere non appena fosse giunto il momento dell’insurrezione (mitologicamente spontanea) che avrebbe ridato senso e realtà all’allucinazione comunista («Il comunismo viene da sé anche senza Berlinguer»), in sospetto di onanismo.

Proprio in quel periodo, dopo le elezioni del ’76, la polemica mediatica imperversava sulla cosiddetta “santificazione” del segretario Pci (stigmatizzata in primis da Montanelli), che dopo lo strappo con l’Urss cercava il dialogo con i cattolici: Berlinguer non è la Madonna titolava la «Repubblica» di Scalfari, a replica degli adontati commenti provocati da una famosa vignetta di Forattini, dicembre 1977, che ritraeva il segretario del Pci nella comoda poltrona di un salotto borghese, con l’icona di Marx alle spalle, indifferente alla protesta di piazza in corso sottocasa. Per il Cioni, s’intende (non per Scalfari), tutta quella messa in scena altro non poteva essere che un episodio del vecchio “doppio gioco” del Partito, in apparenza sulle soglie della “sala dei bottoni”.

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Ma l’anno dopo è il 1978, e non è necessario insistere sul giro di boa che quell’anno significò per la storia del paese (e del Pci). Restando nei paraggi della comicità che ad essa s’intreccia, eccoci al 1980, Festival di Sanremo: Benigni si riferisce al Papa in carica con l’epiteto di «Voitilaccio», exploit mediatico che fa risonare valli e convalli della Penisola, e a lungo: due anni dopo, nel film di Luciano Salce Vieni avanti, cretino, in una scenetta Lino Banfi si rivolge all’avventore di un bar che assomiglia a Benigni, chiedendogli «Scusi lei è toscano?», e poi: «Lei è quello che parla male del Papa?». E con ciò, abbiamo a che fare con una audience molto ampia (Sanremo ha fatto breccia), dove il personaggio del “toscanaccio” può accasarsi mantenendo come propria divisa l’irriverenza, la trasgressione irridente e l’anticonformismo – un “diverso” che sa accattivarsi anche i non toscani per la capacità di sovvertire il cristallizzato decoro vetero-italo-cattolico e la pigra coltre della “doxa”, facendola apparire per quello che è, un instrumentum regni.

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Prima non c’erano che “macchiette” settentrionali o meridionali, ora si apriva un nuovo fronte, in cui presto si sarebbero infilati in tanti, fin troppi (ci torneremo più avanti); ma in questo quadro, non va dimenticato un altro passaggio essenziale, avvenuto nel giugno 1983, il cui carattere memorabile è attestato persino da Wikipedia: Benigni, infatti, allora «apparve a una manifestazione della Figci a Roma, dove prese in braccio e dondolò il leader Enrico Berlinguer, persona molto seria»; fatto senza precedenti, se è vero che «fino ad allora, i politici italiani erano noti per la loro seriosità e formalità, e Berlinguer era forse il più serio di tutti. L’evento segnò una svolta, dopo la quale i politici sperimentarono nuovi modi, frequentando anche manifestazioni meno formali e in generale modificando lo stile della loro vita pubblica verso un’apparenza più familiare.»

L’anonimo estensore della voce di Wikipedia punta sull’effetto del gesto sulla classe politica, e in questo senso si potrebbe scorgere nello storico episodio l’inizio di quella “comicizzazione” della politica che ci ha regalato un leader della statura di Grillo. Ma c’era qualcosa di più, a ben vedere.

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L’atto dissacratorio era, insieme, un endorsement e una dichiarazione d’affetto: come sul palco di Sanremo Benigni aveva inseguito una soubrette per avvinghiarla in un abbraccio di plateale erotismo, qui il contatto fisico, rompendo i codici del protocollo, sanciva con una forma di clownesca tenerezza un’alleanza del “basso” con l’“alto”, quasi un memento (e insieme rovesciamento) dell’antico mandato che stringeva il Leader al suo Popolo. O voleva essere anche altro ancora, quel dondolìo tra le braccia di un comico nazional-popolare, in ascesa sull’onda dei media, che fin dai suoi inizi aveva legato il proprio nome a quello del Segretario? Magari l’ossimoro sardo-toscano era il tributo per un ricominciamento, una regressione all’aperto e un augurio di ripartenza per il “lungo viaggio”? Appena un anno e una settimana dopo, il discorso si chiudeva su un altro palco, tragicamente. Nessun presentabile erede da prendere in collo, e poi l’89 e la Bolognina; la farsa era in onda motu proprio.

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E quando sulla ribalta massmedialpolitica sarà il tempo del Cavaliere, per il comico sarà un invito a nozze, un’occasione irresistibile quanto ovvia per le sue scoronanti tirate: mentre, però, tra guerre rilegittimate in salsa democratica e nuove “enclosures” globali nel tessuto sociale il nesso tra consumismo, modernizzazione e progresso prendeva un accento definitivamente funesto (homo homini lupus era il motto), sul versante cinematografico Cioni Mario andava scomparendo, sostituito da un alter ego sempre più melenso, che dei tratti irriverenti dell’originale non aveva molto più di niente. Bandita ogni oltranza, tradita la visione d’en bas, svanita qualsiasi pur velleitaria protesta, la parabola – diventata esemplarmente edificante – si compie trionfalmente a Hollywood, nella Notte dell’Oscar: La vita è bella, 21 marzo 1999.

È una success story le cui tappe non importa citare, e che ispira una specie di esausta tristezza, segnando l’evaporazione di un talento e la sbiadita allegoria di un tragitto rivisto; ma quel che conta è che ormai, a quest’altezza, una fitta schiera di entertainers toscani si va affollando, irresistibilmente, sui monitor, nei teatri e al cinema. L’Oscar non è che il sigillo internazionale per un nuovo, esondante Made In Italy fabbricato in Valdarno.

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I nomi che compongono la nuova ondata, giù fino a Conti a Pieraccioni, tutti li sanno: mai l’antica favella toscana si era udita con tale frequenza, tg regionali a parte. Qualcuno più in avanti con gli anni ebbe a rallegrarsi che almeno sui soliti personaggi identificati come quintessenza della toscanità, la squadra dei recordmen nostrali dell’antipatia, da Malaparte e Montanelli a Albertazzi e Zeffirelli, fosse finalmente calato il sipario; ma era davvero un miglioramento? Oppure la Continuità si celava, nuovamente, sotto le vistose, postmoderne vesti della Discontinuità? Lo sdoganamento della “toscanità” nella Sinistra Simpatica non era, magari, un altro abbaglio?

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Di recente è stato scritto, con acutezza, in un articolo sul musicista livornese Sardelli (Dino Baldi, Sardelli, umorismo in salsa livornese, «pagina99we», 22 febbraio 2014) che c’è un tratto «pretesco, assolutorio, ammiccante» che accomuna l’umorismo di «Pieraccioni, l’ultimo Benigni, Matteo Renzi»: difficile da negare, in effetti, l’inflessione da oratorio o parrocchia propria della retorica del Premier – e d’altronde c’è stata persino una venusta ministra, toscana naturalmente, che si è quasi commossa ricordando Amintore Fanfani… Ammesso poi che di “umorismo” si tratti, il toscano di certi blockbuster per lo più natalizi sembra piuttosto una generica coloritura spalmata sul Niente; e insomma, come scrive Baldi, tutta l’operazione assomiglia assai a una forma di packaging.

Il pacco era pronto, veramente, e tale era il prezzo da pagare per arrivare in fondo al “lungo viaggio”. Se a voi, miei corregionali, compagni allo sbando e seguaci del Cioni, il finale della comica non piace, rassegnatevi lo stesso: non resta che fingersi altoatesini e abbonarsi al «Vernacoliere».

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Nota

* Il testo qui presentato è la trascrizione della Lectio Magistralis tenuta da Luca Lenzini presso il Circolo A.R.C.I. di Quaracchi (PI) il 1 maggio 2014.

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