La trasformazione del lavoro editoriale

Il libro come merce: l’impoverimento culturale dell’editoria contemporanea. [Marco Nicastro]

La trasformazione del lavoro editoriale
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29 Dicembre 2016 - 06.49


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di Marco Nicastro

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Il testo di Marco Nicastro è stato pubblicato su [url”Tysm – Philosophy and Social Criticism”]http://tysm.org/[/url] il 17 maggio 2016. Ringraziamo l”autore per avercelo segnalato e volentieri lo sottoponiamo ai lettori di Megachip. Buona lettura. (pfdi)

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Per un buon lettore non è difficile capire come oggi, al di là dell’esperienza di alcuni (pochi) editori indipendenti, non esista più il concetto di lavoro editoriale “puro”, di cultura, volto cioè in senso più tradizionale alla diffusione di idee originali o interessanti e alla stimolazione di uno sforzo intellettuale e di un pensiero critico nei lettori, così come lo si poteva intendere e praticare fino alla seconda metà del secolo scorso. Negli ultimi decenni la grande editoria si è difatti trasformata, in Italia e in modo ancora più evidente in alcuni paesi anglosassoni, in una forma di produzione industriale che tiene principalmente in considerazione il profitto.

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Mentre in tempi recenti – nel nostro paese almeno fino agli anni 80 e 90 – il lavoro dell’editore era quello di garantire la pubblicazione di libri ritenuti di qualità (letteraria, contenutistica, stilistica ecc.) grazie anche alla competenza di consulenti editoriali e intellettuali di assoluto rilievo, secondo un modello antico di editoria come attività di stampa e diffusione di idee e concetti innovativi o culturalmente arricchenti, attualmente il protagonista del processo editoriale è fin dall’inizio il pubblico, ossia tutti coloro che il testo potranno effettivamente acquistarlo; così ogni editore, prima che selezionare i testi in base alla loro qualità, ha la preoccupazione di intuirne l’appetibilità, la vendibilità e l’adattabilità alle esigenze e caratteristiche dei potenziali lettori.

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Il libro non è più considerato un veicolo di idee, un mezzo di formazione culturale rivolto alla collettività, ma una merce qualunque, un prodotto di largo consumo che deve essere venduto il più facilmente possibile ad una platea di persone di cui si danno per assodati l’esistenza e la cospicua numerosità.

Così accade, paradossalmente, che il successo commerciale di un testo possa anche essere costruito a priori, sapendo appunto che potrebbe essere presente un cospicuo numero di lettori pronto a riceverlo o che, date certe caratteristiche del prodotto e adeguate iniziative commerciali, sarà relativamente semplice farlo aumentare in breve tempo.

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Come spiega bene Andrè Schiffrin[1], la trasformazione del lavoro editoriale in senso commerciale è avvenuta a seguito della nascita delle prime concentrazioni editoriali negli anni 80 – case editrici di grandi dimensioni che crescevano ulteriormente nel tempo inglobandone altre più piccole e prima indipendenti – finanziate da holdings della finanza, dei media, dell’enterteinment o di altri settori che poco avevano a che fare con la cultura e la comunicazione.

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L’idea di investire nel settore del libro, che tradizionalmente portava profitti bassissimi (solitamente, per gli editori, intorno al 5% al netto delle spese) rispetto a quelli tipici di altri ambiti commerciali, è legato da un lato al tentativo di alcuni gruppi della finanza di investire in un settore nuovo, fino ad una certa fase storica non toccato dalla logica strettamente capitalistica (un processo simile a quello che porta alcune industrie a cercare, al fine di generare ulteriori profitti, nuovi spazi di coltivazione o di allevamento, trasformando chilometri quadrati di territorio prima incontaminato); in secondo luogo, ed è forse l’aspetto più preoccupante, al tentativo di indebolire la capacità di pensiero critico della popolazione dinnanzi allo statu quo imperante (politico, economico, culturale, morale) dandole in pasto idee banali o di secondaria importanza, distrazione, divertimento, e quindi rendendola a lungo andare più facilmente manipolabile.

Si tratta di un modo di operare opposto all’etica dell’editoria tradizionale di cultura, la cui missione era invece quella di far crescere la consapevolezza, le conoscenze e le capacità di analisi critica dei propri lettori; il tentativo attuale sarebbe invece quello di orientare la percezione della realtà, le scelte e la capacità di reazione di larghi strati della popolazione da parte dei gruppi politico-finanziari che si trovano dietro le grandi case editrici e i media, e i cui interessi finiscono spesso per intrecciarsi con quelli dei governi in carica o della politica in genere.[2]

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A causa quindi di finalità di influenzamento politico-culturale da un lato, o di mera realizzazione di profitti dall’altro, l’attività editoriale si è sempre più impoverita passando, anche nel nostro paese, da un’attività di elevata qualità intellettuale e letteraria (sempre più spesso oggi riservata a pochi editori finanziariamente indipendenti, spesso di dimensioni medio-piccole) a una piuttosto commerciale e di basso livello votata alla vendita.[3]

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Per realizzare profitti interessanti anche in un settore tradizionalmente destinato a poco più che un pareggio di bilancio, quando non francamente a perdite, si è dovuto procedere nel senso tipico della storia dell’evoluzione del capitalismo: implementazione della tecnologia nella produzione, accorpamenti di interi settori, spostamento dei finanziamenti dalla fase di ideazione e produzione a quella del marketing, delocalizzazione o esternalizzazione dei lavoratori (ad esempio dei consulenti editoriali, che hanno perso peso nelle decisioni finali sulle pubblicazioni a vantaggio dei commerciali e dei manager); in altre parole, a una netta riduzione dei costi fissi delle case editrici che ha portato non solo a una naturale riduzione dell’occupazione nel settore, ma anche ad un abbassamento della qualità del prodotto finale, dato che sempre meno persone sarebbero intervenute nelle fasi di progettazione, correzione e collaborazione editoriale con l’autore del testo (si pensi, solo per fare un esempio, alla scomparsa dei correttori di bozze).

Se, infatti, lo scopo principale è quello di vendere libri “facili” a fette sempre più larghe di lettori, è naturale concentrare gli sforzi prevalentemente su alcuni settori della realtà editoriale quali il marketing (con gli uffici stampa che sono stati spesso tra i pochi reparti delle case editrici a non aver subito grossi tagli); la distribuzione, in particolare attraverso la diffusione dei libri in grandi catene di vendita a volte possedute dagli stessi gruppi editoriali (ma anche in luoghi un tempo impensabili come i supermercati, dove l’equazione libro/merce è ancora più visibile); e infine, tutte quelle procedure commerciali che permettono all’editore di garantirsi un pubblico di lettori ben prima dell’uscita o dell’ideazione stessa del libro.

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Basti pensare, in tal senso, all’ideazione di testi sulla falsariga di altri che sono già risultati vincenti in passato, o al commissionare libri – a volte non semplicemente commissionati ma scritti dagli editori stessi! – a personaggi dello spettacolo o per altri versi popolari seguiti, anche attraverso il web, da un pubblico numeroso. Un fenomeno grottesco e preoccupante che dimostra quanto si sia oramai invertito (e pervertito) il processo di produzione editoriale: prima cercare/creare il pubblico, poi produrre il libro ad hoc.[4]

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È comprensibile come la necessità di generare alti profitti, e quindi di trovare un vasto pubblico, abbia portato a uno scadimento dei libri editi: solo i testi più commerciali, velocemente leggibili e che richiedono un minimo sforzo intellettuale al lettore possono rispondere a questa esigenza. Non conviene più, sempre secondo questa logica, produrre testi di più difficile lettura che necessariamente si rivolgono a un pubblico molto più ristretto. Così tende a sparire o a ridursi notevolmente l’attività dei piccoli e medi editori culturalmente impegnati che col tempo finiscono per essere assorbiti dai grandi gruppi editoriali perdendo la propria identità, con una generale omologazione verso il basso delle loro pubblicazioni. Inoltre, spariscono o si riducono progressivamente le possibilità di pubblicazione per generi che si sono sempre rivolti ad un pubblico ristretto, come certa saggistica o la poesia. Contemporaneamente sorgono decine di piccoli editori[5] disponibili a stampare di tutto, anche quei generi ormai scartati dai grandi editori, seppur dietro un lauto e indecoroso “contributo” economico da parte degli autori stessi.[6]

Risulta quindi chiaramente pervertito lo stesso processo di finanziamento del libro: non è più l’editore che investe nella qualità dell’opera (delle idee), magari finanziandola grazie agli introiti provenienti da libri e collane più redditizi (come capitava un tempo, in Italia e all’estero), ma è l’autore che deve farsi finanziatore e promotore di sé stesso e che risulta essere l’unico, alla fine, a credere veramente nel testo (non senza esaltazioni immotivate e ingenue). Finisce infine anche il ruolo di filtro culturale dell’editoria, che pubblica qualunque cosa possa essere venduta lasciando unicamente al mercato e alle sue logiche l’ultima parola.

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In questo panorama sconfortante, che si può prevedere seguirà gradualmente anche in Italia il corso di altre importanti vicende editoriali da tempo verificatesi in diversi paesi europei, è difficile immaginare soluzioni alternative. Forse una maggiore attenzione e un intervento dello Stato verso i piccoli e medi editori e le librerie indipendenti, attraverso ad esempio una maggiore defiscalizzazione delle loro attività; oppure la diffusione di forme di cooperazione economica dei lettori interessati ad un certo tipo di attività editoriale (cooperative librarie in cui i lettori si tassano annualmente sostenendo l’editore scelto); o una maggiore garanzia di presenza e diffusione nelle grandi catene per i piccoli editori, che spesso si vedono imporre condizioni di vendita e di promozione economicamente insostenibili per chi pubblica solo pochi libri all’anno.

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In ogni caso, credo che un’inversione di rotta o quantomeno una limitazione di questo trend vadano assolutamente perseguiti dalle istituzioni, affinché le produzioni editoriali di qualità possano essere mantenute accanto alle produzioni più commerciali che garantiscono fondamentali introiti agli editori. Le due cose non sono necessariamente incompatibili, ma solo se si sarà disposti a rinunciare alla corsa al profitto a tutti i costi che non può che avvenire – come evidenzia quanto da tempo accade sui media a più larga diffusione come la televisione – con un inevitabile scadimento della qualità dei prodotti propinati al pubblico.

Non si tratta solo di perseguire una limitazione allo strapotere, nel campo dell’editoria e dell’informazione, delle tendenze liberiste più sfrenate e dei gruppi finanziari che le propugnano, quanto di difendere la qualità di un prodotto culturale come il libro che non può essere paragonato a una merce qualsiasi, ma che ha invece una rilevanza decisiva – assieme alla scuola e ai mezzi di informazione – nell’educazione, nella crescita intellettuale e nella maturazione dell’opinione pubblica di un paese.

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NOTE

[1] In particolare, qui ci si riferisce alle considerazioni avanzate dall’autore in Editoria senza editori (Boringhieri, 1999) e Il controllo della parola (Boringhieri 2005). Per altri dati, si rimanda anche al testo di Dario Moretti, Il lavoro editoriale (Laterza, 2005).

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[2] In tal senso non si può non guardare con preoccupazione alla recente acquisizione del gruppo RCS-libri da parte di Mondadori, il più grande editore italiano, già “proprietario” di tv e principale editore di riviste. Una preoccupazione che si fa ancora più viva se si considera lo scarso dibattito nei media e il sostanziale silenzio di molti politici ed intellettuali italiani dinnanzi all’evento in questione.

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[3] Ciò è evidente, parlando del panorama italiano, dalle caratteristiche di molta saggistica banalmente divulgativa e da una fetta consistente di narrativa stampate oggi anche dai grandi editori.

[4] Ovviamente se un libro, ad esempio di narrativa, può essere tranquillamente commissionato e preparato “a tavolino”, è comprensibile che nascano e si diffondano scuole di scrittura cosiddetta “creativa”, le quali, dietro pagamento richiesto ad aspiranti scrittori, li illudono che si possa diventare un romanziere seguendo qualche corso e imparando delle tecniche di narrazione. Anche iniziative di questo tipo possono a mio avviso ben rientrare in quel grande business che è diventata oggi gran parte dell’editoria.

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[5] Secondo alcune stime riportate nel libro L’editoria in tasca di Giuliano Vigini (cit. in Schiffrin, 2005), nel nostro paese, tenendo conto solo del quinquennio 1998-2003, ne sono nati ben 1593.

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[6] Un meccanismo, quello della pubblicazione a pagamento, che oggi riguarda anche una fetta sempre più ampia della grande editoria.

Fonte: [url”Il libro come merce: l’impoverimento culturale dell’editoria contemporanea”]http://tysm.org/libro-merce-limpoverimento-culturale-delleditoria-contemporanea/[/url], “Tysm”. Published 17 maggio 2016. Last accessed 29 dicembre 2016.

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