L'illusione della testa tagliata: perché l'Iran non è un videogioco

Esultano per un assassinio credendo nella libertà. Ignorano struttura, consenso e martirio. Scambiano geopolitica per videogame. Il risultato? Odio consolidato, vendetta inevitabile, caos permanente spacciato per emancipazione democratica.

L'illusione della testa tagliata: perché l'Iran non è un videogioco
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1 Marzo 2026 - 19.47


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di Andrea Zhok.

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Ho appena visto un filmato con festeggiamenti in una città italiana di alcuni giovani – una ventina -, figli di esuli iraniani, che gioiscono perché, parole testuali:

“E’ morto Khamenei, la dittatura è finita”.

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Ora, premesso che quando si è giovani dire e credere scemenze rientra tra i diritti umani, è difficile immaginare una maggiore lontananza dalla realtà.

Sorvoliamo sui dettagli volgarmente etici, come il fatto che state festeggiando perché una potenza nucleare ha appena assassinato l’equivalente sciita del papa.

Sono banalità, mi rendo conto, e aver sdoganato l’assassinio politico come forma di civiltà oramai non fa più notizia (ricordo però sommessamente che il senso delle norme morali sta nella loro universalità, nella loro implicita reciprocità: ergo quando legittimi un assassinio politico laggiù, legittimi ogni assassinio politico, anche quando lo scenario sarà casa tua.)

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Ma passiamo oltre.

Ciò che mi colpisce è la sequenza di insensatezze, che messe in fila rasentano uno stato allucinatorio.

Primo, il regime iraniano può legittimamente non piacere, tuttavia NON è una dittatura ma una complessa struttura istituzionale, con meccanismi di sostituzione per elezione o cooptazione delle proprie classi dirigenti. Dunque letture che immaginano che la decapitazione del vertice implichi la caduta del sistema (come se valesse il Fuhrerprinzip) sono prive di senso.

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Secondo, in Iran (e nel resto del mondo sciita) il seguito personale di Ali Khamenei era enorme. Per vederlo basta guardare alle odierne manifestazioni di piazza in Iran e al fatto che dall’Iraq al Pakistan, le varie comunità sciite stanno mettendo a ferro e fuoco le ambasciate americane. Che un seguito del genere, rivolto ad un leader religioso, possa essere cancellato con un assassinio politico è qualcosa che può funzionare solo in un videogioco. Qualunque cosa succederà, quali che siano gli esiti del conflitto in corso, quel seguito popolare per un martire rimarrà cristallizzato e consolidato nella popolazione. Quand’anche domani scendesse a Teheran l’erede dello Scià a governare, con una robusta guardia di pretoriani americani, egli si troverà a governare quel popolo. E questo significa che un’operazione del genere nasce morta, potendo al massimo produrre una guerra civile perenne.

Ergo, ciò che quei fanciulli stanno festeggiando è nell’ordine:

l’assassinio politico di un capo di stato,

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la sua sostituzione con qualcuno che si sentirà in dovere di vendicarlo,

il consolidamento all’interno di gran parte della popolazione iraniana di un odio duraturo verso i “liberatori”.

Il migliore degli esiti possibili di questa dinamica, in un’ottica antiregime, è la distruzione della Repubblica Islamica e la sua sostituzione con un Iraq (o Libia) 2.0, uno stato fantoccio con una perenne guerra civile serpeggiante in corso.

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Che questo esito sia perfettamente desiderabile per americani e israeliani è chiaro. Ma che questo possa essere festeggiato da qualcuno che pensa di parlare a nome del popolo iraniano, per il bene del popolo iraniano, per la libertà del popolo iraniano, questo lascia davvero esterrefatti.

Siccome questi ragazzi studiano nelle nostre università, l’impressione è che essi siano un sintomo della nostra catastrofe culturale, della nostra incapacità di analizzare la realtà, preferendo invece sostituirla con scorciatoie moraleggianti, dove anche la morale, tuttavia, è rimpiazzata da spot e jingle pubblicitari.

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Tratto da: https://www.facebook.com/andrea.zhok.5/posts/pfbid02Cd1FKuzncH2XNeKSxTv4FajF9mZ9yyG2GBgAZAPFxRvL1trHMNsh3KDxrzwnwahGl.

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