Telefonate dall'Oltretomba: cosa dicono del post di Trump sull'Iran | Megachip
Top

Telefonate dall'Oltretomba: cosa dicono del post di Trump sull'Iran

Un post di Trump sull’Iran diventa il pretesto per interrogare Arendt, Orwell, Freud, Jung, Fromm, Schmitt, Oppenheimer e Giulietto Chiesa: voci diverse che smontano linguaggio, potere e violenza.

Telefonate dall'Oltretomba: cosa dicono del post di Trump sull'Iran
Preroll

Redazione Modifica articolo

7 Aprile 2026 - 16.09


ATF

di Pino Cabras

C’è qualcosa di stranamente teatrale – e indubbiamente inquietante – nell’ultimo messaggio di Donald Trump sull’Iran. Non siamo più nel mero territorio della politica politica. È una narrazione carica di presagi, fatalismo, promessa di distruzione e, subito dopo, redenzione.

“Una civiltà morirà stanotte… ma forse nascerà qualcosa di straordinariamente meraviglioso.”

Un cronista potrebbe limitarsi a riportarlo. a stavolta ho fatto altro. Ho preso il telefono. E ho composto numeri che non esistono più.

☎️ Prima chiamata: Hannah Arendt

Hannah Arendt risponde con una calma glaciale.

«Non si lasci ingannare dal tono drammatico», mi dice. «Qui la questione è semplice: si sta trasformando una scelta politica in un fatto inevitabile. Quando si dice “accadrà comunque”, si sta già assolvendo chi agirà.»

Le chiedo: è propaganda?

«Peggio», risponde. «È abolizione del giudizio. Se tutto è inevitabile, nessuno è più responsabile.»

Riattacco con una sensazione netta: la frase non descrive banalmente il futuro: lo costruisce “eticamente” prima che accada.

☎️ Seconda chiamata: George Orwell

George Orwell ha una voce ruvida, quasi stanca.

«Mi dica», esordisce, «quante persone moriranno nel “regime change”?»

Non lo so.

«Ecco. È questo il punto. Si usa un’espressione tecnica per evitare parole come “guerra”, “bombardamenti”, “morti”. È una lingua progettata per impedire di pensare.»

Poi aggiunge, secco: «Quando qualcuno dice “non lo voglio, ma succederà”, sta facendo il classico esercizio di bispensiero: si dissocia e allo stesso tempo accetta.» Capisco che il problema non è solo cosa si dice. È come viene detto per non essere capito fino in fondo.

☎️ Terza chiamata: Sigmund Freud

Sigmund Freud sembra divertito, quasi.

«Ah, la civiltà che muore… non è una novità», sospira.

Gli leggo il passaggio: “Non voglio che accada, ma probabilmente accadrà.”

Ride piano.

«Razionalizzazione. Il soggetto non può ammettere la propria aggressività, quindi la traveste da fatalità, da necessità. Ma la pulsione è lì. E cerca uno sbocco.»

Gli chiedo: quindi è desiderio?

«Diciamo che è una aggressività che chiede di essere giustificata, non può essere dichiarata. Questo soggetto si racconta che non ha scelta, così può agire senza sentirsi colpevole”. Non è un giudizio politico, è una dinamica psichica elementare, che qui si riversa nello spazio pubblico.»

☎️ Quarta chiamata: Carl Jung

Carl Jung parla più lentamente, come se pesasse ogni parola.

«Qui non siamo nella politica, ma nel mito», dice.

«C’è una civiltà corrotta che deve finire, e una nuova che nascerà. È una struttura archetipica: morte e rinascita.»

Gli chiedo: dov’è il pericolo?

«Nella proiezione. Tutto il male viene attribuito all’altro. Così si autorizza qualsiasi azione contro di lui.»

Silenzio.

«E intanto», aggiunge, «l’ombra resta intatta in chi parla. L’ombra è la più scura mai percepita»

☎️ Quinta chiamata: Erich Fromm

Erich Fromm è diretto.

«Questo è un discorso che seduce», dice. «Promette ordine, fine del caos, purificazione.»

Poi abbassa la voce:

«Ma è anche ciò che io chiamavo orientamento necrofilo: fascinazione per la distruzione come soluzione.»

Gli chiedo: perché funziona?

«Perché semplifica. Divide il mondo in bene e male. E libera dall’angoscia della complessità.»

☎️ Sesta chiamata: Carl Schmitt

Carl Schmitt non perde tempo.

«Qui c’è la politica allo stato puro», dice.

«Il nemico viene definito come assoluto: addirittura 47 anni di Male. Non è un avversario, è qualcosa da eliminare. Questo è il cuore della politica quando diventa estrema.»

Gli chiedo: e il “momento storico”?

«È il richiamo alla decisione sovrana. Qualcuno decide che è il momento. E agisce. In altre parole: è il segnale che qualcuno si arroga il diritto di decidere quando si entra in una fase eccezionale».

☎️ Settima chiamata: J. Robert Oppenheimer

Eccomi tremare mentre compongo un numero che pesa più degli altri. Risponde J. Robert Oppenheimer. La voce è sottile, quasi distante, come se arrivasse da un luogo dove le parole hanno già visto ciò che evocano.

Gli leggo la frase sulla “civiltà che potrebbe morire stanotte”.

Silenzio.

“Quando si comincia a parlare in questi termini”, dice, “non si è più nel campo della politica ordinaria. Si entra in una zona in cui il linguaggio anticipa possibilità irreversibili”.

Gli chiedo se è solo retorica.

“No”, risponde. “La retorica prepara sempre il terreno alla tecnica. Prima si rende pensabile una distruzione totale, poi si costruiscono gli strumenti per realizzarla. È un passaggio che ho già visto”.

Non serve che specifichi dove.

“Il punto più pericoloso”, continua, “non è l’arma. È il momento in cui qualcuno accetta interiormente che un’intera civiltà possa essere cancellata come prezzo di qualcosa”.

Mi fermo un attimo. Gli chiedo se riconosce qualcosa di familiare.

“Riconosco la distanza”, dice. “La distanza tra chi pronuncia certe frasi e ciò che significano davvero. Quando quella distanza diventa normale, tutto il resto segue”.

La linea resta aperta ancora qualche secondo, poi cade.

Riguardo gli appunti. Con Oppenheimer, il discorso cambia tono. Non si parla più solo di propaganda, di linguaggio, di costruzione del nemico. Qui si entra in un’altra dimensione: quella in cui la distruzione non è più un effetto collaterale, ma un orizzonte concepito, nominato, reso disponibile.

E quando un orizzonte del genere entra nel discorso pubblico, non è mai neutrale. È già un passo. E non è un passo qualsiasi. Il tragico pupazzo arancione si colloca fuori dal campo della responsabilità mentre costruisce le condizioni perché altri – o lui stesso – possano agire. Il nemico viene compresso in una formula che lo rende irrimediabile, la soluzione assume i contorni di un atto tecnico, quasi inevitabile. Forse, non so, sono pronto per l’ultima telefonata della lista…

☎️ Ottava e ultima chiamata: Giulietto Chiesa

A questo punto esito un attimo prima di comporre il numero successivo. Non è una chiamata come le altre. Quando risponde Giulietto Chiesa, la voce è esattamente quella che ricordavo: ferma, senza concessioni, con quella punta di urgenza che non era mai agitazione ma chiarezza.

Gli leggo il passaggio sulla civiltà che potrebbe morire, sulla necessità di un “regime change totale”.

Non mi interrompe.

Poi dice: “Vedi, il punto non è nemmeno Trump. È la macchina che parla attraverso di lui”.

Gli chiedo cosa intende.

“Intendo che questo è linguaggio di sistema. È la sceneggiatura. Cambiano gli attori, ma la struttura resta. La guerra viene sempre preparata così: prima si costruisce il nemico assoluto, poi si crea l’idea che non ci siano alternative, infine si presenta la distruzione come soluzione inevitabile”.

Mi fermo a scrivere. Sta dicendo esattamente quello che abbiamo visto tante volte.

“Ricordi quando parlavamo delle guerre precedenti?”, continua. “Ogni volta c’era una narrazione. Non serviva essere vera, serviva essere coerente abbastanza da reggere il tempo necessario all’operazione”.

Gli chiedo se vede qualcosa di nuovo.

“Solo una cosa”, risponde. “Il livello. Qui si parla apertamente della possibilità di cancellare una civiltà. Questo significa che il confine si è spostato. Quello che prima era implicito, ora viene detto”.

Taccio, è quel che temevo.

“E quando certe cose si possono dire”, aggiunge, “è perché qualcuno ha già deciso che si possono anche fare”.

La linea resta sospesa un istante, come se dovesse aggiungere altro. Poi, con quella secchezza che conoscevo bene:

“Il problema non è credere o non credere a Trump. Il problema è capire chi scrive la sceneggiatura che lui sta recitando.”

Riattacco lentamente.

Riguardo gli appunti e mi accorgo che, con questa telefonata, il cerchio si chiude in modo diverso. Non è più solo una questione di linguaggio, di psicologia, di costruzione del nemico. Qui entra in gioco qualcosa di più strutturale: la continuità dei meccanismi, la ripetizione degli schemi, la capacità di produrre realtà attraverso il racconto.

E allora la domanda cambia forma. Non è più solo: cosa significa quel messaggio?

È: – da quale macchina viene fuori, e quante volte l’abbiamo già vista all’opera senza volerlo ammettere? È lì che si decide se milioni di vite possono diventare una variabile accettabile dentro un racconto ordinato, rassicurante, persino “necessario”. Quando quel passaggio si compie, la Storia ha già preso una direzione. E a quel punto non è più questione di opinioni: è questione di tempo.

Native

Articoli correlati