Per un programma ecosocialista

In verità, l’avete capito, la causa di tutti questi fenomeni non è né la popolazione, né la natura umana ma il capitalismo e la "natura" di questo modo di produzione contro natura. [Daniel Tanuro]

Per un programma ecosocialista
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21 Agosto 2015 - 07.05


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di Daniel Tanuro

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Pubblichiamo la trascrizione (rivista e ridotta dall”autore) della relazione tenuta da Daniel Tanuro lo scorso 28 luglio al [url”32° campeggio internazionale anticapitalista”]http://www.communianet.org/rivolta-globale/belgio-il-32%C2%B0-campeggio-internazionale-anticapitalista[/url], che ha avuto luogo in Belgio. La relazione è stata rivista anche sulla base degli interventi di quell”incontro, che hanno permesso all”autore di ritoccare e precisare il testo in alcuni punti. [Communia network]

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Di fronte all’urgenza ecologica: progetto di società, programma, strategia

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In Aprile, due equipe differenti di glaciologi statunitensi specialisti dell’Antartide sono arrivati – con metodi diversi, basati sull’osservazione – alla stessa conclusione: rispetto al riscaldamento climatico globale, una porzione della calotta glaciale ha cominciato a sciogliersi e questo scioglimento è irreversibile.

Anche se gli scienziati sono riluttanti a considerare le loro proiezioni certe al 100%, sono stati comunque categorici: “il punto di non ritorno è superato” hanno dichiarato nel corso di una conferenza stampa congiunta. Secondo loro, nulla può impedire un aumento del livello degli oceani di 1,2 metri nei prossimi 3-400 anni. Stimano sia molto probabile che il fenomeno porti alla destabilizzazione accelerata della zona adiacente, ciò che potrebbe causare un [url”aumento supplementare del livello degli oceani”]http://www.nytimes.com/2014/05/13/science/earth/collapse-of-parts-of-west-antarctica-ice-sheet-has-begun-scientists-say.html?_r[/url] di più di 3 metri.

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La catastrofe silenziosa è in marcia

Le conseguenze sociali dell’aumento del livello degli oceani di una tale ampiezza non possono sfuggire a nessuno. Basta ricordare che 10 milioni di egiziani vivono ad un”altitudine inferiore al metro slm – così come 15 milioni di bengalesi, una trentina di milioni di cinesi e indiani, venti milioni di vietnamiti… senza contare tutte le grandi città costruite nelle zone costiere :Londra, New York, San Francisco… Si possono costruire certamente delle dighe di un metro di altezza – a condizione di averne i mezzi finanziari e tecnologici. Ma non si posso costruire dighe di dieci metri di altezza. E anche se si potesse, poca gente accetterebbe di vivere dietro di esse.

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Ora, per capire la portata della minaccia, bisogna sapere che lo scioglimento della calotta antartica non è che una delle quattro cause di aumento del livello degli oceani; le altre tre sono: la dilatazione termica delle masse di acqua, lo scioglimento dei ghiacciai de montagna e quello della calotta della Groenlandia. Se la quantità di ghiaccio accumulato sulle terre sommerse dovesse sciogliersi totalmente, ne seguirebbe un aumento del livello del mare di più di 90 metri.
Uno degli autori responsabili del capitolo “innalzamento del livello del mare” del quarto rapporto GIEC, Anders Leverman, ha tentato di unificare le proiezioni di aumento che i modelli imputano a queste quattro cause. La sua conclusione è inquietante: a ogni grado Celsius di aumento della temperatura media della superficie rispetto alla fine del 18°secolo corrisponderebbe un aumento del livello degli oceani di 1,3 metri, al punto d’equilibrio. La differenza di temperatura rispetto al periodo di riferimento è attualmente di + 0,84°C. Se Levermann ha ragione, un aumento di 1,84 m al punto di equilibrio è fin d’ora già inevitabile.

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Fatih Birol, “capo economista” in seno all’Agenzia Internazionale dell’Energia, non è né un bolscevico né un ecosocialista. Ha ammesso recentemente che [url”la tendenza attuale in materia di emissioni di gas a effetto serra”]http://www.washingtonpost.com/national/health-science/world-on-track-for-nearly-11-degree-temperature-rise-energy-expert-says/2011/11/28/gIQAi0lM6N_story.html[/url] è perfettamente coerente con un riscaldamento di 6°C da qui alla fine del secolo, potendo arrivare fino a 11°C. Nell’ipotesi in cui le conclusioni di Leverman fossero esatte, noi staremmo per creare le condizioni di un aumento del livello dei mari di 13,8 m o più. Questa è una delle ragioni per le quali [url”nessun adattamento ad un riscaldamento”]http://tyndall.ac.uk/communication/news-archive/2013/radical-emissions-reduction-conference-videos-now-online[/url] di questa ampiezza è possibile in un mondo di 9 miliardi di abitanti.

In queste proiezioni, l’espressione “al punto d’equilibrio” significa questo: il momento in cui un nuovo punto di equilibrio sarà raggiunto tra la temperatura media di superficie e la quantità di ghiaccio presente sul globo. Concretamente, questo ritorno all’equilibrio energetico del sistema Terra dovrebbe compiersi tra i mille e i duemila anni circa.

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Da mille a 2 mila anni, è un tempo lungo. Ma il punto importante è che il processo, una volta avviato, non può essere fermato: a una concentrazione atmosferica X di gas affetto serra corrisponderà inevitabilmente un aumento Y della temperatura, la quale porterà inevitabilmente una dilatazione Z delle masse di acqua e la fusione di una quantità Z” di ghiaccio che, trasformato in acqua, ingrosserà i mari. Il solo modo di fermare questo concatenamento di cause ed effetti dovrebbe essere quello di mettere il pianeta in congelatore. Una specie di congelatore naturale esiste, sono le glaciazioni. Ma le glaciazioni non si attivano evidentemente per comando. Gli astrofisici pensano che la prossima interverrà al più presto fra 30.000 anni.

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Finora non ho richiamato che l’impatto del riscaldamento sull’aumento del livello degli oceani, che presenta un’immagine impressionante del terribile pericolo – irreversibile su tempi in scala umana – che si accumula in silenzio sulle nostre teste. Ma questa non è, come sapete, che una delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Mi limito a citarne rapidamente altre, che sono più minacciose a breve termine, dello stesso innalzamento delle acque e di queste alcune sono già percepibili:

* la diminuzione della produzione agricola. Con un riscaldamento globale di 3°C rispetto al 18° secolo si stima che la produttività globale aumenterà. Ma, fin d’ora, diminuisce in alcune regioni tropicali, in particolare nell’Africa sub sahariana;

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* gli eventi meteorologici estremi. Se questo campo giovani fosse cominciato due settimane prima sareste capitati qui in piena canicola, con temperature superiori a 35°C per più di una settimana; quello che era un tempo eccezionale in queste regioni ora tende a verificarsi sempre più spesso;

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* le conseguenze sulla salute. Se ricomincia a fare bello e decidete di riposare nel sottobosco, diffidate delle zecche. Questi acari portatori della malattia di Lyme sono molto più numerose di prima, perché gli inverni sono sempre più dolci. Nelle regioni subtropicali, l’estensione della zona propizia allo sviluppo della malaria è fin d’ora e già un serio problema sanitario.

Un deterioramento accelerato di tutti i parametri ecologici

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Allo stesso tempo il cambiamento climatico non è che una manifestazione tra le altre di un deterioramento accelerato dell’ambiente. Si parla a questo riguardo di “crisi ecologica”. Spiegherò più avanti perché questa espressione è, a mio parere, impropria. Limitiamoci per adesso di dire che la “crisi ecologica” è composta da diverse facce. Le principali sono le seguenti:

* l’acidificazione degli oceani – costituisce una minaccia seria per numerosi organismi marini il cui scheletro esterno in carbonato di calcio non resisterebbe ad una acidità troppo elevata;

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* il declino della biodiversità – conosciamo attualmente ciò che i biologi chiamano “ sesta onda di estinzione” del vivente, ed essa è più rapida della precedente, che corrisponde alla scomparsa dei dinosauri, sessanta milioni di anni fa;

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* lo sconvolgimento dei cicli dell’azoto e del fosforo – potrebbe provocare un fenomeno poco conosciuto di morte improvvisa, che sembra già essersi prodotto naturalmente nella storia della terra;

* la distruzione dello strato di ozono stratosferico – che ci protegge dai raggi ultravioletti- è il solo dossier ambientale sul quale dei punti in positivo sono stati segnalati, su cui tornerò più avanti;

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* il degrado e il supersfruttamento delle riserve di acqua – attualmente, il 25% dei corsi d’acqua non arriva al mare a causa degli eccessivi prelievi, in particolare per l’agricoltura irrigua;

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* l’avvelenamento chimico della biosfera- in un secolo, l’industria chimica ha creato centomila molecole che non esistono in natura e di cui un certo numero – chiaramente dei composti tossici- non possono essere decomposti con agenti naturali;

* la distruzione dei suoli e la perdita delle terre arabili.

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Tutti questi fenomeni sono interconnessi e il cambiamento climatico occupa un posto centrale. L’acidificazione degli oceani, per esempio, comporta concentrazioni atmosferiche crescenti in biossido di carbonio, che nello stesso tempo è il principale gas a effetto serra.Il declino delle biodiversità è ugualmente dovuto in parte al riscaldamento, ed e talmente rapido che alcune specie non riescono a salvarsi con la migrazione.

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Soprattutto, tutti questi fenomeni hanno in comune che la loro rappresentazione grafica e data da curve simili, di tipo esponenziale – con , in tutti i casi, un’accelerazione netta dopo i “ trenta gloriosi”:

* la curva delle concentrazioni atmosferiche di gas a effetto serra in funzione del tempo è un’esponenziale;

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* la curva del numero di specie che spariscono in funzione del tempo è un’esponenziale;

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* l’aumento dell’acidità degli oceani in funzione del tempo è un’esponenziale;

* la quantità di suoli distrutti è un’esponenziale;

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* la quantità di fosfati e nitrati rigettati nei mari ugualmente.

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Il profilo comune di tutte queste curve indica molto chiaramente un’origine comune. La domanda che si pone e qual è?

Sì alla transizione demografica , no alla creazione di diversivi

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A questa domanda, un movimento reazionario e misantropo, molto presente nei mezzi di comunicazione di massa,risponde puntando il dito contro la natura umana o la popolazione, o entrambe. La Terra sarebbe “ malata dell”umanità” come dice James Lovelock nella conclusione del suo saggio su Gaia. Come vuole il patriarcato, le donne sono il principale obiettivo di questi signori.
Dobbiamo essere molto decisi su questa questione. Va da sé che il numero di esseri umani sulla Terra è un elemento importante dell’equazione ambientale. Sarebbe stupido negarlo. Siamo favorevoli ad una stabilizzazione della popolazione – ciò che si chiama una transizione demografica. Ma stiamo molto attenti nei confronti di soluzioni autoritarie, neoliberali e barbare che l’ossessione demografica genera in alcune teste . Per esempio la proposta di d’instaurare dei “ diritti di procreare” intercambiabili, sul modello dei “ diritti di inquinamento”.

La transizione demografica dipende fondamentalmente da due elementi, il diritto delle donne a controllare la propria fecondità ( compreso il diritto all’aborto gratuito e in condizioni di sicurezza) e una sicurezza sociale degna di questo nome (in particolare un sistema pensionistico che permetta alle persone anziane di vivere con dignità senza l’aiuto di numerosi figli).

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Se si escludono le soluzioni barbariche – e bisogna evidentemente escluderle – la transizione demografica è un processo lento che non può rispondere all’urgenza ambientale. Ecco perché bisogna essere attenti, spesso, verso coloro che cercano una soluzione alla crisi ecologica dal punto di vista della popolazione, che vogliono creare un diversivo rispetto alle cause reali.

Ora, non è perchè siamo troppo numerosi che il 50% del nutrimento prodotto a livello mondiale non finisce mai né nei nostri piatti né nei nostri frigo. Non è perchè siamo troppo numerosi che la parte che finisce nei nostri piatti o nei nostri frigo vi arriva dopo aver percorso migliaia di chilometri spesso inutili. Non è perchè siamo troppo numerosi che questa parte contiene sempre più carne, chiaramente carne di manzo, quando un’alimentazione con troppa carne è dannosa per la salute. Non è è perchè siamo numerosi che le ditte spendono delle fortune in pubblicità per far nascere in noi bisogni di consumo alienato, compensazione miserevole per la povertà delle relazioni umane in questa società.

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Non è perchè siamo troppo numerosi che le imprese competono in ingegnosità affinché le loro merci si usino e si distruggano sempre più velocemente e non siano più riparabili. Non è perchè siamo troppo numerosi che gli stati spendono delle fortune e sprecano ingenti risorse in armamenti e in materiale di sorveglianza e sicurezza. Non è perchè siamo troppo numerosi, infine, che i decisori economici e politici, benché siano perfettamente informati dei pericoli, rifiutano dopo mezzo secolo di organizzare seriamente la transizione verso un sistema energetico basato esclusivamente sulle fonti rinnovabili, che bastano ampiamente a soddisfare tutti i bisogni energetici dell’umanità.

La doppia impasse del capitalismo

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In verità, l’avete capito, la causa di tutti questi fenomeni non è né la popolazione, né la natura umana ma il capitalismo e la “natura” di questo modo di produzione contro natura. In verità, le curve esponenziali del degrado dell’ambiente non sono niente altro che la manifestazione della legge fondamentale del capitalismo: “sempre di più”. Un capitalismo senza crescita è una contraddizione in termini. La spiegazione è semplice: in questo sistema basato sulla concorrenza per il profitto, ogni proprietario privato dei mezzi di produzione è costretto a cercare sempre di ridurre i suoi costi, chiaramente sostituendo i lavoratori con macchine che aumentino la produttività del lavoro. Questo vincolo è assolutamente imperativo. Colui che volesse non tenerne conto sarebbe immediatamente condannato alla morte economica.

Il capitalismo è quindi per essenza produttivista. Produce sempre più merci, il che implica di doversi appropriare e saccheggiare di sempre più risorse naturali, di sfruttare maggiormente la forza di lavoro (sia direttamente nella produzione che indirettamente nei servizi e nella riproduzione sociale) e di distruggere sempre più i saperi e le logiche alternative alla sua propria “logica” bulimica.

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In questa logica capitalista insensata, la “crisi ecologica” stessa non è percepita che come “una formidabile opportunità per nuovi mercati”. In questo modo la stampa economica mette in evidenza le possibilità del mercato delle fonti rinnovabili, del mercato dei diritti di inquinare, del mercato dell’agricoltura (pseudo) bio, ecc… La globalità del problema scompare, così come la soluzione globale, inghiottita dalla fame di profitto dei singoli capitalisti. E’ evidente che le pseudo soluzioni di questo “capitalismo verde” non risolveranno niente. Non sprecherei il mio tempo a spiegarlo. Come diceva Albert Einstein, non si risolve un problema con i mezzi che hanno causato il problema. Non si risolve la crisi ecologica con i meccanismi di mercato e il produttivismo che sono la causa della crisi ecologica.

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A tale proposito, fate attenzione, come ho ricordato, che il solo aspetto della crisi ecologica rispetto al quale la dinamica esponenziale della distruzione è stata cancellata è la scomparsa dello strato di ozono. Le emissioni di gas responsabili del fenomeno sono infatti diminuite in maniera evidente dopo il protocollo di Monreal (1987). Ora, è proprio l”unico campo nel quale i governi (per una serie di ragioni molto particolari che non approfondirò qui) hanno fatto ricorso a [url”misure di regolazione”]http://www.esrl.noaa.gov/csd/assessments/ozone/2010/executivesummary/#fig1[/url] piuttosto che a meccanismi di mercato.

La conclusione salta agli occhi: non è la natura che è in crisi, è la società capitalista. Siamo arrivati ad uno stadio dove l’assurdità di questo modo di produzione sconvolge in maniera grave le relazioni tra l’umanità e la natura di cui fa parte, al punto da mettere di fronte a minacce mortali buona parte del genere umano. E per questa ragione che non amo l’espressione “crisi ecologica”.

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Il termine “crisi” è d’altra parte scorretto. Una crisi è un momento di transizione tra due stati di un sistema. A mio avviso, non si può parlare di “crisi” per descrivere l’insieme dei fenomeni esponenziali di degrado dell’ambiente che ho ricordato e che si amplificano da due secoli.
Non è una “crisi” con cui noi abbiamo a che fare ma un a doppia impasse del capitalismo, sia sul piano ambientale che sul piano sociale (per farla breve, la caduta tendenziale del tasso di profitto e il modo in cui il capitale cerca di contrastarlo).

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E’ sorprendente che, su questi due piani – sociale ed ambientale – il sistema inciampi in limiti che lui stesso non è capace di identificare. Ciò conferma l’analisi di Marx, secondo il quale “il solo limite del Capitale, è il Capitale stesso” e concludeva che questo Moloch, se non lo si elimina in tempo, esaurirà “le sole fonti di ogni ricchezza: la terra ed i lavoratori”.

[center][url”Continua a leggere l”articolo su Communia network”]http://www.communianet.org/ambiente/un-programma-ecosocialista[/url][/center][/size=5]

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(16 agosto 2015)

[url”Link articolo”]http://www.communianet.org/ambiente/un-programma-ecosocialista[/url]

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Traduzione di Giovanni Peta (revisione redazionale) per Communia network.

Fonte originale: [url”www.lcr-lagauche.org”]http://www.lcr-lagauche.org/face-a-lurgence-ecologique-projet-de-societe-programme-strategie/[/url].

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