di Pino Cabras.
C’è un’analisi di Alessandro Volpi che merita di essere letta, riletta e soprattutto tradotta in un linguaggio che arrivi a tutti, perché riguarda davvero tutti: i nostri risparmi, le nostre pensioni, il futuro dell’industria europea. Volpi la riassume in una frase che è insieme una diagnosi e un avvertimento: il riarmo è «un formidabile volano finanziario costruito su due elementi fondamentali e decisamente artificiali». I due elementi sono la paura e la spesa pubblica. Proviamo a smontare il meccanismo pezzo per pezzo, come si farebbe con un orologio. Scopriremo che non è un orologio, ma una bomba a orologeria.
Primo pezzo: cosa significa pagare un’azienda trenta volte i suoi utili
Partiamo dall’indicatore che Volpi mette al centro della sua analisi, il rapporto prezzo/utili, in gergo P/E. Sembra roba da addetti ai lavori, ma è il concetto più intuitivo della finanza. Immaginate di voler comprare un bar che ogni anno, tolte tutte le spese, lascia in tasca al proprietario 50.000 euro. Quanto sareste disposti a pagarlo? Se lo pagate 500.000 euro, state pagando dieci anni di utili: in dieci anni rientrate dell’investimento. Se lo pagate un milione e mezzo, ne state pagando trenta. Trent’anni per rientrare. Nessuna persona sensata lo farebbe, a meno di non essere convinta che quel bar, domani, incasserà molto, molto più di oggi.
Ecco: il P/E è esattamente questo numero. E storicamente, ricorda Volpi, le aziende della difesa venivano pagate tra dieci e quattordici volte gli utili. Logico: erano aziende solide ma lente, legate a bilanci statali stagnanti, senza prospettive di crescita esplosiva. Erano il bar sotto casa, non la startup miliardaria.
Oggi la tedesca Rheinmetall – carri, cingolati, munizioni – viene scambiata a circa trenta volte gli utili, e la media europea del settore viaggia tra le ventidue e le ventotto volte. Sono i multipli di un colosso tecnologico, di un’azienda che promette di conquistare mercati globali di miliardi di consumatori. Ma un produttore di munizioni non ha miliardi di consumatori. Ha un solo cliente: lo Stato. In economia si chiama monopsonio, un mercato con un compratore unico. E qui sta la prima artificiosità che Volpi mette a nudo: quei portafogli ordini giganteschi, che arrivano a valere sette-dieci volte il fatturato annuo e che giustificano i multipli stellari, dipendono quasi interamente dalle decisioni di spesa militare dei governi. Non c’è domanda di mercato. C’è domanda politica. Il “mercato” delle armi è un mercato che esiste solo finché la politica decide di farlo esistere, coi soldi che potevano essere destinati a ben altri investimenti.
Secondo pezzo: il pilota automatico che compra senza guardare
Il secondo ingranaggio individuato da Volpi sono gli ETF, e anche qui vale la pena spiegare di cosa si tratta, perché è probabile che ne possediate qualcuno senza saperlo, attraverso il fondo pensione o la polizza del vostro istituto di credito.
Un ETF è, in sostanza, un carrello della spesa già riempito. Invece di scegliere le singole azioni, comprate una quota del carrello: dentro c’è un po’ di tutte le aziende di un certo settore, in proporzioni prestabilite. Quando versate cento euro in un ETF “difesa”, il gestore compra automaticamente, per cento euro, un po’ di tutte le aziende d’armi contenute nel paniere. Automaticamente: senza valutare se i prezzi siano sensati, se i bilanci siano solidi, se le prospettive siano reali. È il pilota automatico della finanza, quella che i tecnici chiamano “finanza passiva”.
Ora, i grandi ETF della difesa – Volpi cita l’americano iShares Aerospace & Defense e l’europeo VanEck Defense – hanno visto raddoppiare o triplicare il patrimonio gestito tra il 2024 e il 2026. Fiumi di denaro in entrata. E qui scatta l’effetto meccanico decisivo: le aziende rilevanti del settore sono poche decine in tutto il mondo. Quando una massa enorme di denaro deve comprare, per obbligo statutario, un paniere così ristretto di titoli, i prezzi salgono per pura pressione idraulica. Non perché le aziende vadano meglio, non per notizie o risultati: salgono perché qualcuno deve comprare. Volpi lo chiama effetto volano, e ha ragione: più i prezzi salgono, più gli ETF di settore appaiono un affare, più risparmiatori vi versano denaro, più i gestori devono comprare, più i prezzi salgono. Un moto perpetuo. Finché dura.
Terzo pezzo: il bollino etico, ovvero come le armi sono diventate “sostenibili”, pucciose e “green”
Ma da dove arriva tutto questo denaro? Ed è qui che l’analisi di Volpi tocca il punto politicamente più scandaloso. Arriva in gran parte dai risparmiatori comuni, a cominciare dai fondi pensione. E fino a ieri non poteva arrivarci.
Esisteva infatti un filtro, chiamato ESG: una sigla che indica i criteri ambientali, sociali e di buon governo con cui i grandi fondi selezionano gli investimenti “etici”. Una specie di bollino, come il biologico sui prodotti alimentari. Le armi, insieme al tabacco e al gioco d’azzardo, stavano tradizionalmente nella lista nera: il denaro delle pensioni dei lavoratori europei non poteva, per statuto, finanziare chi produce strumenti di morte.
Poi, nel giro di pochi mesi, il bollino è stato riscritto. Molti fondi – osserva Volpi, indicandolo come il fattore chiave del 2026 – hanno tolto la difesa dalla lista nera, riclassificando la «protezione dei confini» come precondizione della democrazia. Una piroetta semantica: l’arma non è più un’arma, è un’infrastruttura democratica. E con quella piroetta, miliardi di euro di risparmio previdenziale, accumulato da persone che nessuno ha mai consultato in proposito, sono confluiti legalmente negli ETF del settore, gonfiando ulteriormente liquidità e prezzi. Gridare all’aggressione imminente – questa la sintesi di Volpi – è servito precisamente a giustificare la rimozione di ogni vincolo etico sull’impiego del risparmio collettivo. Il solito “Fate presto!” con cui intelligenze straniere vi ciulano il portafoglio, fino a far sorridere Calenda, Crosetto, Picierno, il PD e chi si allea con loro.
Vale la pena fermarsi un istante su questo punto, perché è qui che il meccanismo rivela la sua natura. Il pensionato tedesco pacifista, l’insegnante austriaca contraria al riarmo, l’operaio francese che vota contro l’economia di guerra, l’imprenditore italiano che voleva puntare ancora sulla manifattura in un mondo capace di abbandonare la follia delle sanzioni: tutti, attraverso i loro fondi, stanno finanziando la bolla. Senza saperlo, senza volerlo, senza poterlo impedire. La paura non si è limitata a perforare i bilanci pubblici, ma è giunta a voler requisire anche il risparmio privato.
L’effetto parassita: cosa toglie il riarmo all’Europa che produce
A questo punto qualcuno obietterà: e che male c’è? Se il settore tira, l’economia ne beneficia. È l’argomento del “keynesismo militare”, ed è falso per una ragione strutturale che il meccanismo descritto da Volpi rende evidente.
Un’industria normale produce beni che generano altro valore. Una macchina utensile produce componenti per vent’anni; un treno trasporta merci e persone; un impianto energetico alimenta fabbriche. Un carro armato, invece, ha due soli destini possibili: essere usato, cioè distruggere valore, oppure invecchiare in un deposito, cioè non produrne alcuno. Il riarmo è spesa che non semina: assorbe acciaio, energia, ingegneri, capitali – tutte risorse sottratte a un’industria civile europea già in affanno, dall’automotive alla meccanica – e le converte in oggetti economicamente sterili, il cui unico “mercato di sbocco” è il bilancio pubblico dell’anno successivo.
Ed è per questo che il termine giusto è “parassitario”. La finanza armata, anziché creare ricchezza, intercetta peculi che avrebbero avuto impieghi molto più efficienti. Intercetta il gettito fiscale attraverso le commesse statali, intercetta il risparmio previdenziale attraverso gli ETF sdoganati dall’ESG, e restituisce plusvalenze di Borsa a chi è entrato per tempo nel gioco, mentre drena capitale produttivo dal resto del sistema. Nel frattempo l’industria civile europea, quella che dovrebbe competere con Cina e Stati Uniti su auto elettriche, chip, farmaceutica, energia, si vede scavalcare nella fila davanti allo sportello del credito e del capitale da un settore che vive di trasferimenti pubblici travestiti da mercato. La famosa “competitività” europea di cui si riempiono la bocca gli eurocrati nei loro discorsi pronunciati con lingua di legno è solo una propaganda acchiappagonzi che viene usata con il massimo cinismo, con la complicità di quasi tutti i media.
La trappola: perché il riarmo dev’essere permanente (finché dura)
E arriviamo alla conclusione di Volpi, che è la più importante: finché i bilanci statali confermano le spese di riarmo, il sistema regge; al primo segnale di riduzione della spesa pubblica, quei multipli da settore tecnologico renderanno i titoli estremamente vulnerabili.
Traduciamo. Ricordate il bar pagato trent’anni di utili? Quel prezzo è sostenibile solo se gli utili continuano a crescere in modo esplosivo. E gli utili delle aziende d’armi crescono solo se gli Stati continuano ad aumentare gli ordini. Il giorno in cui un governo europeo annunciasse una riduzione della spesa militare – per fare pace, banalmente, o semplicemente per far quadrare i conti – i multipli crollerebbero, gli ETF subirebbero riscatti, il volano girerebbe al contrario con la stessa violenza con cui è salito. E a pagare non sarebbero i gestori: sarebbero i fondi pensione, cioè ancora una volta i cittadini, colpiti due volte, come contribuenti all’andata e come risparmiatori al ritorno.
Ecco la trappola perfetta. Il sistema ha bisogno che il riarmo sia percepito come permanente, irreversibile, esistenziale. Ogni distensione è una minaccia per i corsi azionari; ogni negoziato di pace è un rischio sistemico; ogni revisione di bilancio è un attentato ai rendimenti. Per questo – chiude Volpi – bisogna alimentare la paura. La paura non è un effetto collaterale della propaganda bellicista: è la materia prima del modello di business. È l’input produttivo fondamentale, l’unico che tenga insieme multipli tecnologici, flussi passivi e bollini etici riscritti. Capite perché i gelatinosi tromboni della piciernosfera e del calendame se la prendono con D’Orsi e tutti quelli che vogliono difenderci dalla grande rapina?
Riarmo permanente, dunque. Ma permanente finché dura. Perché le bolle, tutte le bolle, hanno una sola certezza: prima o poi scoppiano. E quando questa scoppierà, nel caso migliore scopriremo di aver impoverito l’industria, ipotecato le pensioni e militarizzato il continente per finanziare un rialzo di Borsa.
La domanda vera, allora, non è se conviene aver paura. È: a chi conviene che noi abbiamo paura?
