PHI. Un viaggio dal cervello all'anima

Giulio Tononi, Phi. Un viaggio dal cervello all’anima (Codice edizioni, Torino 2014). [Pier Luigi Fagan]

PHI. Un viaggio dal cervello all'anima
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7 Aprile 2015 - 12.52


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di Pier Luigi Fagan

344 pagine di carta patinata con molta stampa a 4 colori ed una solida hardcover, un impegno titanico per un editore. Il tutto per un libro sulla coscienza, Giulio Tononi, Phi. Un viaggio dal cervello all’anima (Codice edizioni, Torino 2014), per la bellezza di 35 euro.

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Ricordo di essermi fatto prendere dalla bulimia pre-natalizia quel giorno da Feltrinelli e quando si rompono gli argini, quando hai preso questo ma anche quello e quell’altro, capita che ci infili pure questo qua, imperdibile. Leggo libri sulla mente e le scienze cognitive da tempo e Giulio Tononi non è solo un neuro scienziato di fama mondiale ma è anche un membro attivo della cultura della complessità, per cui, cadere in tentazione ci stava.

Purtroppo, la sua lettura che speravo ristoratrice dopo mesi di letture sull’islam, è stata l’esperienza più noiosa e per certi versi più irritante, da molto tempo a questa parte. Il libro è una collezione di variazioni metaforiche, di citazioni letterarie, financo filosofiche che vorrebbero raccontare la coscienza e quello che su di essa sappiamo non so se complicandole o rendendole comunque meno intellegibili di un libro di Dennett (beh, forse peggio di Dennett no, sto esagerando).

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Come mi aspettavo, c’è tutto lo scibile sulla ed intorno alla, coscienza. Si cita la stanza cinese di Searle ed il pipistrello di Nagel, il cervello nella vasca e il cranio perforato di Phineas Cage, le varie menomazioni della casistica clinica che sole, possono farci capire cosa la cosa è sottraendogli parti e funzioni per vedere se quel che rimane è ancora la cosa. Ci sono Crick, Gazzaniga e Damasio, Descartes, Leibniz e Spinoza, nonché Kant ed anche Bruno. Ma tutto ciò è confinato in una riga o meno di spiegazione delle citazioni contenute nei verbosissimi e noiosissimi, per quanto brevi, 33 capitoli. Capitoli in cui un Galileo dantesco, visita stanze e situazioni in cui approccia casi e riflessioni suggeriti da occasionali partner al centro di qualche situazione-metafora attinente un aspetto specifico del discorso che l’autore voleva dipanare.

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Oltre a mostrarci l’indubitabile universalità della cultura dell’autore, però, tale canovaccio non è né godibile sul piano letterario, né più di tanto utile e comprensibile sul piano della comunicazione scientifica o della riflessione culturale. Peccato.

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Peccato perché la sostanza sembrava interessante. Per Tononi, la coscienza è informazione integrata. Questa dell’informazione è una fissa tanto della cultura anglosassone della complessità (a partire da Shannon) quanto, oggi, della cultura scientifica americana. Se ne capisce la ragione, visto che si può misurare e che gran parte dell’innovazione delle nuove tecnologie, civili e militari, vi si basa.

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Concettualmente poi è anche interessante, informazione come differenza che fa la differenza. La definiamo “fissa” perché pare che se non ci metti l’informazione, tu sei straniero e probabilmente barbaro, a gli occhi ed alle orecchie di certa cultura scientifica americana per cui ce la infilano in ogni dove. C’è una sorta di canone nelle scienze cognitve americane, un canone definito per poter dialogare con le sezioni dell’Artificial Intelligence e dell’Artificial Life che promettono quei sviluppi che facendo venire l’acquolina in bocca all’industria civile ed ancorpiù militare, attraggono i voluminosi fondi di ricerca che sostengono tutti i ricercatori embedded al canone stesso.

Non si capisce perché Damasio o Edelmann (col quale pure collaborò Tononi nello splendido: Un universo di coscienza, Einaudi, Torino 2000) possano essere ai vertici del discorso sulla mente senza usare il concetto di informazione mentre quando scrive un autore americano o inserito nel canone americano (Tononi lavora all’Università del Wisconsin) tutto diventa informazione.

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Un altro classico del modo americano di approcciare la faccenda complessa della coscienza sono i qualia. Forse Tononi avrebbe potuto spendere un po’ della sua brillante energia intellettuale per aiutare l’ignaro lettore italiano a familiarizzare con questi qualia.

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Invece, dopo aver rimbrottato Kant per il suo modo astruso di scrivere, ci offre un passaggio chiave di questo tipo: “ogni esperienza è una forma fatta di concetti irriducibili, distribuzioni di probabilità di stati passati e futuri del complesso, specificato nello spazio dei qualia da meccanismi causali che formano il complesso nel suo stato presente” (!) dalla nota di pg.201. Si badi, non sono andato a spiluccare polemicamente nelle note per contestare le capacità divulgative di Tononi, è che le NOTE sono un paginetta che, a conclusione di ogni fumoso capitolo, dovrebbero razionalizzare sinteticamente di cosa si stava parlando nel capitolo stesso.

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Per la cronaca, i qualia (quale singolare, qualia plurale) sarebbero gli stati qualitativi delle esperienze coscienti e sono la dannazione degli anglosassoni che cercano di risolvere il dannato problema di come parlarne oggettivamente visto che sono stati interni di ogni coscienza, quindi soggettivi. La faccenda è detta anche “hard problem” (D.Chalmers) ed ha filiato fazioni moniste vs fazioni avverse di dualisti. D. Dennett è un appassionato riconosciuto dei qualia che informano gran parte delle sue filosofiche riflessioni sulla mente.

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Né il cervelletto, né gli ingressi sensoriali, né le uscite motorie, né i tanti circuiti cerebrali che ci aiutano a sentire, vedere, parlare e financo ricordare, sembrano esser necessari alla coscienza. Così, separando gli emisferi alla Gazzaniga, si formano due coscienze. Altresì, quando i neuroni corticali scaricano con forza e sincronicamente, come nell’epilessia, la coscienza svanisce ed ancora, quando gli stessi neuroni sono tutti attivi o inattivi contemporaneamente come nel sonno senza sogni. Questi sono tutti sotto-testi che introducono i vari capitoli, se Tononi li avesse sviluppati un po’ di più raccontandoci casi alla Sacks o Ramachandran, personalmente, mi sarei divertito di più. E forse si sarebbe anche meglio compreso il punto d’arrivo: l’informazione integrata in una entità singola maggiore della somma delle sue parti (cioè “emergente”).

In ogni parte c’è informazione ma solo nella forma massima, nell’architettura processuale di massima estensione, quindi complessità, si ha proprio quel fenomeno qualitativamente emergente che è il nostro stato cosciente. Questo complesso, a scale forse inferiori, lo condividiamo con gli animali, mentre lo stato auto-cosciente, la coscienza della coscienza, è ciò che ci fa umani in esclusiva. Da qui la riflessione e l’intenzionalità sofisticata, la predizione e il pensiero che pensa se stesso, della religione, dell’arte, della filosofia.

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A questa nostra qualità riflessiva, Tononi dedica solo un breve accenno (pg.257) dove si ricorda che essa è funzione dei meandri più settentrionali dei lobi frontali . Il sé corporeo, come ricorda Damasio, sarebbe il primo su cui si sono evoluti quello animale e poi quello umano (ma chissà se prima cosciente e poi,tardivamente, auto-cosciente come sostengono alcuni o subito “relativamente” autocosciente come sostengono altri con cui solidarizzo).

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Peccato. La competenza di Tononi avrebbe potuto regalarci un ben diverso panorama espositivo di questa materia di tutte le materie. Il taglio che ha dato, rimane in qualche modo interno alla cultura della complessità (dalle citazioni di Shannon a Bateson a Valery) ma l’esito, ahinoi, non si può dire abbia avuto felice approdo. La cultura della complessità, dopo qualche decennio della sua breve ma intensa vita, necessiterebbe di una Grande Sintesi, una sorta di primo bilancio che raccolga l’intreccio delle esperienze e dei punti di vista ed al contempo, possa far da base per una nuova fase, una nuova stagione di sviluppo. Purtroppo però, sembra molto difficile trovare chi possa ragionare in modo complesso fuori dai tagli disciplinari ed al contempo, avvalendosi di tutti questi.

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Forse, è questo il compito di quella filosofia della complessità di cui qui siamo in cerca.

(7 aprile 2015)

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