Scusa se ti rispondo in ritardo

Comunicazione e relazioni sociali nel tempo della messaggistica istantanea. [Julie Beck]

Scusa se ti rispondo in ritardo
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10 Aprile 2018 - 05.38


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di Julie Beck*

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La caratteristica distintiva di una conversazione è l’attesa di una risposta. Se non ci fosse sarebbe un monologo. Quando parliamo di persona, o al telefono, le risposte arrivano quasi subito: quando smettiamo di parlare, l’altra persona risponde in media dopo appena duecento millisecondi.

Negli ultimi decenni la comunicazione scritta ha recuperato terreno fino ad avvicinarsi molto alla velocità di una conversazione (almeno fino a quando non installeranno dei microchip pensiero-testo nei nostri cervelli). Per scrivere un messaggio ci vogliono più di duecento millisecondi, ma li chiamiamo “istantanei” per un motivo: ogni messaggio, infatti, potrebbe avere una risposta più o meno immediata.

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Sappiamo anche, però, che non è obbligatorio rispondere immediatamente a ogni messaggio. Questi strumenti di comunicazione sono concepiti per essere istantanei, ma possono essere facilmente ignorati. Come, del resto, facciamo. I messaggi non ricevono risposta per ore o giorni, le email si accumulano nella casella di posta così a lungo che la frase “Scusa se ti rispondo in ritardo” è passata dall’essere un messaggio sincero a una frase fatta.

Non c’è bisogno di tecnologie avanzate per ignorarsi a vicenda: basta un minimo sforzo per evitare di rispondere a una lettera, a un messaggio vocale o al campanello quando citofona qualcuno. Come spiega Naomi Baron, una linguista dell’American University che studia il linguaggio e la tecnologia, “in passato abbiamo offeso le persone in mille modi diversi”. La differenza è che ora “i mezzi di comunicazione, che teoricamente sono asincroni, funzionano sempre di più come se fossero sincronici”.

Per questo abbiamo la sensazione che tutti possano rispondere immediatamente, se ne hanno voglia, e ci prende l’ansia se non lo fanno. Ma il paradosso dei nostri tempi è che quest’ansia è il prezzo da pagare per la comodità. Le persone sono felici di accettare questo scambio per avere la possibilità di rispondere solo quando hanno voglia.

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Quando sei davanti a una persona osservi l’ombra delle tue parole sul suo volto

Nonostante sappiamo che tutti hanno delle buone ragioni per non rispondere a un messaggio o a un’email (sono occupati, non hanno ancora visto il messaggio, stanno riflettendo sulla risposta), non sempre è facile tenerne conto in una società in cui tutti sembrano incollati al telefono. Secondo un sondaggio del centro di ricerca Pew, il novanta per cento di chi ha un telefono lo porta spesso con sé, mentre il 76 per cento lo spegne raramente o mai. I giovani coinvolti in uno studio del 2015 hanno controllato il telefono una media di 85 volte al giorno. Se a questo si aggiunge che è sempre più accettabile usare il telefono mentre siamo con altre persone, non ci vorrà molto prima che le persone vedano ogni messaggio ricevuto.

“Così si crea un mondo in cui le persone pensano di ricevere subito una risposta ai loro messaggi, ma poi non succede. E questo non fa che aumentare l’ansia”, spiega Sherry Turkle del Massachusetts institute of technology.

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La cosa è ansiogena perché la comunicazione scritta oggi è concepita per scimmiottare le conversazioni. Permette un veloce dialogo botta e risposta, ma senza il contesto fornito dal linguaggio del corpo, le espressioni del viso e il tono. È più difficile, per esempio, capire se qualcuno ha trovato antipatiche alcune parole, oppure provare a spiegarsi meglio. Quando sei davanti a una persona, invece, “osservi l’ombra delle tue parole sul suo volto”, dice Turkle.

Nel racconto Cat personpubblicato con successo a dicembre 2017 sul New Yorker, una giovane donna ha una relazione romantica fallimentare con un uomo incontrato nel cinema in cui lavora. Nel racconto i due si vedono solo una volta, ma imparano a conoscersi attraverso messaggi di testo. Quando la relazione si conclude in modo caotico, emerge non solo che la realtà può distruggere le aspettative sentimentali, ma anche quanto la comunicazione digitale sia incapace di farci conoscere davvero l’altra persona.

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* Questo articolo è stato pubblicato da The Atlantic. Leggi la versione originale.

© 2018. Tutti i diritti riservati. Distribuito da Tribune Content Agency.

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La prima parte della versione italiana dell’articolo è stata qui riprodotta per gentile concessione della redazione di Internazionale(Traduzione di Federico Ferrone)

 

 

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