di Margherita Furlan – Casa del Sole.
Peter Thiel non è venuto a Roma per pregare. È venuto per predicare. E la distanza tra le due cose – tra l’umiltà del pellegrino e l’arroganza del profeta – è esattamente ciò che il Vaticano ha percepito, e da cui ha preso le distanze, nel momento stesso in cui il co-fondatore di PayPal e Palantir varcava le porte del rinascimentale Palazzo Orsini Taverna per inaugurare, il 16 marzo, una serie di quattro conferenze a porte chiuse sull’Anticristo.
Quattro giorni di lezioni private, a invito, blindate da clausole di riservatezza, tenute a pochi passi dalla Basilica di San Pietro mentre in Iran – secondo le stime della Mezzaluna Rossa iraniana e di diverse organizzazioni per i diritti umani – tra 1.230 e 1.300 civili venivano uccisi dai bombardamenti statunitensi e israeliani. Tra questi, oltre 165 bambine di una scuola elementare femminile a Minab, nella provincia di Hormozgan, colpita il 28 febbraio da un missile Tomahawk americano.
Il tempismo non è casuale. Non lo è mai, quando si tratta di Peter Thiel. E per comprendere cosa sia venuto a fare davvero a Roma, è necessario unire tre piani che nella narrazione mediatica convenzionale restano separati: la teologia, la tecnologia e la guerra. Perché in Thiel, questi tre piani sono uno solo.
L’architetto dell’Apocalisse
Peter Andreas Thiel, 58 anni, nato a Francoforte, naturalizzato americano, patrimonio stimato dal New York Times in 27,5 miliardi di dollari, non è semplicemente un miliardario tecnologico con curiosità religiose. È un teologo politico operativo. Lo ha scritto con precisione chirurgica Padre Paolo Benanti, consigliere di Papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale, in un saggio pubblicato alla vigilia delle lezioni romane: Thiel è “soprattutto un teologo politico che opera nel cuore stesso dell’ecosistema di Silicon Valley“, e le sue teorie rappresentano una “radicalizzazione” dei valori occidentali – individualismo, progresso tecnologico, spirito di competizione – portati alle loro conseguenze ultime.
Per capire Thiel è necessario partire da René Girard, il filosofo francese che insegnò a Stanford negli anni Ottanta e la cui teoria mimetica costituisce, per ammissione dello stesso Thiel, la struttura portante della sua visione del mondo. Girard – cattolico eterodosso, pacifista, deceduto nel 2015 – aveva elaborato una teoria dell’imitazione secondo cui tutti i desideri umani sono desideri imitati dagli altri. Questa mimesi genera rivalità, che a sua volta genera violenza. Nelle società arcaiche la violenza veniva incanalata attraverso il meccanismo del capro espiatorio: una vittima sacrificale su cui la comunità scaricava la propria aggressività collettiva, ristabilendo temporaneamente la pace. Il cristianesimo, secondo Girard, aveva svelato questo meccanismo: il sacrificio di Cristo sulla Croce era la rivelazione definitiva dell’innocenza della vittima e dell’ingiustizia del meccanismo sacrificale. Un atto che apriva la possibilità – non la certezza – della rinuncia alla violenza.
Ma Girard era anche un pensatore apocalittico. Nel suo ultimo saggio, ‘Achever Clausewitz’ (Portare Clausewitz all’estremo), sosteneva che l’umanità contemporanea si trovava in una fase apocalittica non nel senso fondamentalista – non cercava il numero 666 – ma nel senso che la violenza mimetica, nell’era delle armi nucleari e della globalizzazione, aveva raggiunto un potenziale di distruzione totale. O l’umanità abbracciava la non-violenza cristiana, o andava verso l’autodistruzione. L’Apocalisse, per Girard, non era la punizione di un Dio vendicativo, ma la conseguenza della violenza umana lasciata senza freno.
Thiel ha preso questo impianto e lo ha radicalmente trasformato. Ha mantenuto la struttura – la mimesi, la violenza, l’Apocalisse – ma ne ha invertito la direzione morale. Laddove Girard era un pacifista che vedeva nella rinuncia alla violenza l’unica via di salvezza, Thiel ha costruito un sistema in cui la violenza può essere strumento necessario, e in cui il progresso tecnologico senza limiti – non la rinuncia – è la via di salvezza.
L’Anticristo secondo Thiel: quando la pace diventa sospetta
Le lezioni romane, secondo le ricostruzioni del Washington Post e di UCA News, hanno seguito lo schema delle precedenti conferenze di San Francisco (settembre 2025) e Parigi. Il vocabolario di Thiel si costruisce attorno a due concetti teologici greci: il katechon e l’eschaton.
Il katechon, nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi, è “ciò che trattiene” – la forza che ritarda la manifestazione del male supremo. L’eschaton è il compimento finale della storia. Nella tradizione cristiana queste categorie sono state maneggiate con cautela, spesso con una sorta di pudore intellettuale. In Thiel, diventano categorie operative, quasi strategiche.
Da un lato, Thiel colloca il katechon: Costantino, la liturgia tridentina, l’ordine politico, la ricchezza stabilizzata. Dall’altro, l’eschaton: Madre Teresa, la non-violenza, la teologia della liberazione, una Chiesa oltre l’economia. Una costruzione binaria che comprime la complessità millenaria del cristianesimo in un’opposizione netta, funzionale a una tesi già decisa.
Il cuore dell’argomento emerge quando Thiel parla dell’Anticristo. Non lo intende come rivelazione nel senso biblico – un disvelamento di Dio – ma come chiave di lettura del presente. Sostiene che l’Anticristo potrebbe manifestarsi come un sistema di governo globale che prende il potere sfruttando le paure dei cittadini riguardo all’intelligenza artificiale, al cambiamento climatico o alla guerra nucleare. Il Vaticano, attraverso Avvenire – il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana – ha tradotto questa tesi nella sua conseguenza logica: per Thiel, l’Anticristo è “chiunque ponga limiti al progresso illimitato.” La pace stessa diventa sospetta. Thiel insiste su un passaggio della Prima Lettera ai Tessalonicesi: “quando diranno pace e sicurezza, allora la rovina piomberà su di loro.” La citazione è esatta, ma l’uso è rivelatore: la pace, nel discorso contemporaneo di Thiel, diventa il segno di un ordine imposto, di una stabilità acquistata al prezzo della libertà.
Chi sono, concretamente, i servitori dell’Anticristo nel sistema di Thiel? I regolatori. I multilateralisti. Gli attivisti per il clima. Chi propone governance globale dell’intelligenza artificiale. Chi vuole limitare il potere delle piattaforme tecnologiche. Chi invoca il diritto internazionale. In una formulazione che circola tra chi ha assistito alle lezioni di San Francisco, i critici dell’AI sono potenziali “legionari dell’Anticristo” perché rallentano il progresso che potrebbe contrastare minacce reali – come, nella visione di Thiel, l’avanzata tecnologica militare cinese.
L’Anticristo, dunque, non è la bestia cornuta dell’immaginario popolare. Nella cosmologia di Thiel la Seconda Venuta non scenderà dal cielo; emergerà dal laboratorio. E il burocrate, l’attivista, il regolatore sono coloro che la impediscono.
Il “miracolo politico” e la delegittimazione della democrazia
Uno dei passaggi più rivelatori delle lezioni romane riguarda il concetto di “miracolo politico.” Thiel distingue tra il miracolo soprannaturale e il miracolo politico: quest’ultimo è la capacità di promettere l’impossibile, di tenere insieme opposti inconciliabili, di offrire una sintesi che neutralizza il conflitto. Un’intuizione non banale: la politica contemporanea è piena di tali promesse. Ma quando questa categoria viene applicata alla democrazia stessa, il passo successivo è una delegittimazione implicita: la democrazia diventa un dispositivo retorico, una parola il cui significato dipende da chi la usa.
Questo è il punto in cui Thiel converge con Carl Schmitt, il giurista tedesco del cui pensiero – la distinzione amico/nemico come fondamento del politico – Thiel è un lettore attento. Nel saggio ‘The Straussian Moment’, scritto nel 2004 per una conferenza a Stanford significativamente intitolata “Politica e Apocalisse”, Thiel tentava di tessere insieme la teologia politica di Schmitt e la visione di Leo Strauss sulle gerarchie nascoste e la saggezza esoterica. Lì scriveva che gli ideali illuministici di razionalismo, tolleranza e diritti individuali offrivano una protezione insufficiente contro le minacce esistenziali.
La conclusione operativa è chiara: se la democrazia liberale è un “miracolo politico” – cioè un’illusione che tiene insieme l’inconciliabile – e se l’Anticristo è chi propone ordine globale e regolamentazione, allora la vera leadership deve essere esercitata da chi vede al di là dell’illusione. Da quelli che Thiel chiama “individui sovrani” o “fondatori” – figure capaci di sfuggire al ciclo dell’imitazione e creare nuove realtà. Una élite tecnologica e finanziaria che non è sottoposta alle regole del gioco democratico ma che ne determina le condizioni.
Avvenire ha colto perfettamente questa implicazione, definendo la visione di Thiel come il progetto di una “superplutocrazia” che “monitora e protegge l’umanità dall’arrivo dell’Anticristo.” La protezione come sorveglianza. La salvezza come dominio.
L’arma della profezia: Palantir e la guerra all’Iran
Ed è qui che la teologia diventa tecnologia, e la tecnologia diventa guerra. Perché Peter Thiel non è solo un teologo politico. È il co-fondatore di Palantir Technologies, la società di data analytics e intelligenza artificiale il cui nome – tratto dal ‘Signore degli Anelli’ di Tolkien, dove il palantír è la pietra veggente usata dal mago malvagio Saruman per sorvegliare i suoi nemici – è forse la metafora più trasparente e involontariamente rivelatrice della storia dell’industria tecnologica.
Palantir è al centro della guerra in Iran. Lo è in un modo che configura quello che un’inchiesta di Byline Times ha definito un “doppio conflitto d’interessi” senza precedenti nella storia della non-proliferazione nucleare.
Primo livello: l’intelligence. La piattaforma MOSAIC di Palantir è integrata nel sistema di verifica dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica). Quando, tra il 6 e il 12 giugno 2025, MOSAIC segnalò un presunto aumento dell’uranio arricchito nelle strutture iraniane – valutando che l’Iran fosse potenzialmente a poche settimane dalla produzione di multiple testate nucleari – quella valutazione formò la base dell’intelligence israeliana contro l’Iran. Il Consiglio dei Governatori dell’AIEA approvò una risoluzione di non-conformità il 12 giugno. Israele colpì il giorno dopo. Trump autorizzò poi gli attacchi sulle strutture nucleari iraniane.
Ma tre mesi prima, Tulsi Gabbard – Direttrice dell’Intelligence Nazionale di Trump – aveva confermato al Congresso che il consenso della comunità di intelligence statunitense era che l’Iran non stesse perseguendo un programma nucleare militare. Il membro del Congresso Seth Magaziner, che aveva partecipato al briefing, dichiarò che non esisteva “alcuna intelligence che indicasse che l’Iran stesse pianificando un attacco agli Stati Uniti.” La senatrice Elizabeth Warren disse che la guerra “era stata lanciata senza alcuna minaccia imminente alla nostra nazione.”
Secondo livello: il targeting. Palantir fornisce la piattaforma tecnologica del Project Maven, il sistema di targeting AI del Pentagono. Il Maven Smart System – che integrava il modello di intelligenza artificiale Claude di Anthropic attraverso la partnership con Palantir – ha generato oltre mille opzioni di attacco per le forze armate statunitensi nelle prime fasi dell’Operazione Epic Fury. Questa tecnologia accelera la “kill chain” – il processo di identificazione, approvazione e colpimento degli obiettivi – riducendo “un carico di lavoro umano di decine di migliaia di ore in secondi e minuti”, automatizzando “decisioni di targeting fatte da umani in modi che aprono ogni tipo di problematica domanda legale, etica e politica.”
Terzo livello: il profitto. Nei primi giorni della guerra, il titolo Palantir è salito del 15% in una settimana – la miglior performance da agosto – mentre il Nasdaq perdeva l’1,2%. Gli analisti di Rosenblatt hanno alzato il target price da 150 a 200 dollari, scrivendo che “il conflitto in Medio Oriente è positivo per la pipeline governativa” di Palantir. Il titolo ha guadagnato il 17% in un mese. I ricavi governativi statunitensi nel quarto trimestre 2025 erano già cresciuti del 66% anno su anno, raggiungendo 570 milioni di dollari, e la società prevede una crescita del 61% nel 2026, con un obiettivo di 7,19 miliardi. Il CEO Alex Karp, parlando alla conferenza AIPCon in Maryland, ha dichiarato esplicitamente che il software di Palantir sta aiutando gli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente.
La circolarità è completa: Palantir fornisce l’intelligence che giustifica la guerra, la tecnologia che la conduce, e guadagna dai risultati. L’azienda il cui co-fondatore predica l’Apocalisse a Roma è la stessa che vende gli strumenti per realizzarla in Iran.
I tre co-fondatori: la guerra come destino annunciato
L’inchiesta di Byline Times ha rivelato un dato che dovrebbe essere al centro di ogni discussione sulla legittimità di questa guerra: le tre figure più prominenti di Palantir avevano tutte pubblicamente sostenuto che il conflitto con l’Iran fosse inevitabile, prima che il conflitto stesso iniziasse.
Peter Thiel, in un’intervista del 2024 con Bari Weiss, aveva argomentato la necessità di cooperare con Israele per impedire all’Iran di ottenere armi nucleari, costruendo un parallelo storico con l’acquisizione della bomba da parte dell’Unione Sovietica (1949, seguita dalla Guerra di Corea) e della Cina comunista (1964, seguita dall’escalation in Vietnam). “Ogni volta che un Paese ha ottenuto un’arma nucleare, abbiamo avuto una guerra regionale,” aveva detto. La conclusione era chiara: prevenire l’arma nucleare iraniana era una necessità strategica che giustificava l’azione militare. Nel 2024, Thiel e Karp si recarono insieme in Israele, dove Palantir divenne partner strategico del Ministero della Difesa israeliano.
Joe Lonsdale, co-fondatore di Palantir, è stato il più esplicito. In un’intervista a CNBC nel giugno 2025, durante i dodici giorni di guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, sollecitò attacchi preventivi contro le infrastrutture nucleari iraniane e dichiarò di sperare di “investire in Iran” dopo un cambio di regime.
Alex Karp, CEO di Palantir, nel 2024 aveva avvertito che gli Stati Uniti avrebbero “molto probabilmente” finito per combattere una guerra su più fronti contro Russia, Cina e Iran, e che la guerra con l’Iran avrebbe dimostrato il valore dei sistemi d’arma autonomi dell’azienda. Chi ha fornito la prova, chi ha invocato la guerra, chi ne trae profitto: sono le stesse persone.
L’ombra di Epstein
Un filo ulteriore lega la partnership militare di Palantir con Israele a una delle storie più oscure dell’establishment americano. Documenti del Dipartimento di Giustizia americano, pubblicati dalla Commissione di Supervisione della Camera nel 2026, rivelano che la partnership strategica di Palantir con il ministero della Difesa israeliano risale a presentazioni facilitate da Jeffrey Epstein.
Epstein trascorse anni a mettere in contatto Thiel con l’ex primo ministro ed ex ministro della difesa israeliano Ehud Barak, organizzando almeno sei incontri separati. Una cena del giugno 2014 nell’appartamento di Epstein a Manhattan riunì tutti e tre per discutere di sicurezza israeliana. Secondo le email di Epstein, si parlò di “Assassination squad. Ice cream.” Thiel rispose: “D’accordo – molto israeliano e molto stimolante. Grazie per avermi incluso!” Si rividero in Israele nel giugno 2017.
La relazione produsse affari concreti: Epstein indirizzò Thiel verso due start up israeliane di cybersicurezza con radici nella Unità 8200, il braccio di cyber-intelligence militare israeliano. Barak spinse anche Epstein a organizzare un seminario su AI e guerra con Thiel e altri. I documenti mostrano inoltre che Valar Ventures, il fondo di Thiel, accettò 40 milioni di dollari da Epstein, e che Thiel ebbe una fitta corrispondenza con lui per cinque anni prima della sua morte.
Oggi Palantir fornisce strumenti di targeting AI all’esercito israeliano. Quando gli è stato chiesto delle preoccupazioni etiche, Thiel ha dichiarato: “La mia tendenza è di deferire a Israele.”
La convergenza escatologica: Thiel e il sionismo cristiano evangelicale
Le lezioni romane sull’Anticristo non sono un esercizio accademico isolato. Si inseriscono in un più ampio fenomeno di convergenza tra diverse correnti escatologiche che trovano nella guerra in Iran una conferma profetica.
Il sionismo cristiano evangelicale – dominante nella base elettorale trumpiana – legge gli eventi mediorientali attraverso la lente del premillenarismo dispensazionalista: Israele deve controllare l’intera Terra Santa, il Tempio deve essere ricostruito, le nazioni nemiche di Israele devono essere sconfitte, e solo allora Cristo tornerà. La guerra è premessa teologica della redenzione. In questa visione, l’Iran – identificato da molti predicatori evangelicali con la Persia biblica – è un attore escatologico la cui sconfitta è prevista nelle Scritture.
Thiel non condivide il premillenarismo rozzo dei predicatori texani. La sua formazione girardiana gli fornisce un apparato intellettuale ben più sofisticato. Ma arriva a conclusioni operative convergenti. Per gli evangelici la guerra è il piano di Dio. Per Thiel la guerra è la conseguenza della stagnazione tecnologica e dell’incapacità di superare la violenza mimetica – ma è comunque inevitabile, e va combattuta con gli strumenti più avanzati possibili. In entrambi i casi, la pace negoziata è una tentazione dell’Anticristo.
Questa convergenza non è accidentale. Thiel è stato il mentore intellettuale e il finanziatore principale di J.D. Vance, l’attuale vicepresidente degli Stati Uniti. Ha investito milioni nella sua campagna per il Senato, lo ha introdotto al pensiero di René Girard — influenza che ha portato alla conversione di Vance al cattolicesimo – e ha fatto da ponte tra il mondo tech libertario e il cattolicesimo conservatore americano. Vance ha persino citato Sant’Agostino – il fondatore spirituale dell’ordine religioso di Papa Leone XIV, gli Agostiniani — per difendere la repressione dei migranti da parte dell’amministrazione Trump.
L’asse Thiel-Vance è il punto di saldatura tra la teologia apocalittica e il potere esecutivo americano. Il mentore predica a Roma mentre il protégé siede alla Casa Bianca.
Perché il Vaticano si preoccupa
La reazione vaticana alle lezioni di Thiel è stata calibrata con la precisione diplomatica che distingue la Santa Sede, ma non per questo meno significativa.
Due istituzioni cattoliche inizialmente associate all’evento – l’Università Pontificia San Tommaso d’Aquino (Angelicum) e la Catholic University of America – hanno pubblicamente preso le distanze. L’Angelicum ha dichiarato: “Desideriamo chiarire che questo evento non è organizzato dall’Università, non si terrà all’Angelicum, e non fa parte di alcuna delle nostre iniziative istituzionali.” La CUA ha specificato che “The Cluny Project è un’iniziativa indipendente incubata presso l’Università.”
Avvenire, quotidiano della CEI e voce autorevole del mondo cattolico italiano, non ha usato mezzi termini: ha definito Thiel “un agente del caos” e ha scritto che la sua visione favorisce la sostituzione della democrazia e dello stato di diritto con una “superplutocrazia” d’élite. Il giornale ufficiale del Vaticano, L’Osservatore Romano, ha pubblicato un forte articolo descrivendo Thiel come “il lato oscuro della tecnologia.”
Padre Benanti ha offerto la critica più articolata: Thiel è un “teologo politico” la cui visione va compresa come radicalizzazione – non come espressione – dei valori occidentali. Ha aggiunto, in un dettaglio che merita riflessione: “Peter Thiel non crede che l’umanità possa essere redenta.” Se questo è vero, allora siamo di fronte a un cristianesimo senza redenzione – una struttura escatologica che mantiene l’Apocalisse ma elimina la speranza, che conserva il giudizio ma rimuove la misericordia. Un cristianesimo funzionale al potere, non alla salvezza.
Papa Leone XIV non ha incontrato Thiel e, secondo le agende ufficiali, non erano previsti incontri. Il Papa ha mantenuto le distanze, ma il contesto delle sue dichiarazioni parla da sé. Lo stesso giorno delle lezioni di Thiel, il 15 marzo, Leone XIV ha pronunciato il suo appello più forte dall’inizio della guerra: “A nome dei cristiani del Medio Oriente e di tutte le donne e gli uomini di buona volontà, mi appello ai responsabili di questo conflitto: cessate il fuoco! Che si riaprano le vie del dialogo! La violenza non potrà mai portare alla giustizia, alla stabilità e alla pace che i popoli attendono.”
E il 17 marzo, parlando ai giornalisti mentre Thiel teneva la sua ultima lezione a Palazzo Orsini Taverna, Leone XIV ha detto che i media non devono “diventare megafono del potere” in tempo di guerra. Il giorno prima, rivolgendosi a sacerdoti che frequentavano un corso sulla confessione, aveva domandato: “Quei cristiani che portano gravi responsabilità nei conflitti armati hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di andare a confessarsi?“
“Alcuni pretendono di coinvolgere il nome di Dio in queste decisioni mortali,” ha detto il Papa. “Ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre.”
La frase era rivolta a tutti, ma nel contesto della visita di Thiel, il messaggio acquisiva una risonanza particolare.
Il paradosso di Palazzo Orsini Taverna
Francesco Sisci, direttore dell’Appia Institute, ha inquadrato la visita con lucidità: “Il padrino dei nuovi miliardari tecnologici che viene a Roma è la prova dell’importanza del Papa e del fatto che il cattolicesimo è in qualche modo tornato di moda. Il Papa non è più una figura remota ma è più coinvolto nella politica americana.“
Ma ha aggiunto: “Come papa americano, è probabile che mantenga le distanze da Thiel. Il Vaticano starà attento a non farsi manipolare.“
Questa osservazione coglie un elemento essenziale. La visita di Thiel non è un capriccio intellettuale. È un atto di posizionamento all’interno di una guerra culturale e teologica per l’anima del cattolicesimo – e, per estensione, per la legittimazione spirituale di un certo modello di potere. Circoli cattolici conservatori americani, come il Cluny Institute e l’Associazione Vincenzo Gioberti, stanno testando i limiti di ciò che possono fare a Roma, tentando di costruire un cattolicesimo compatibile con la visione di Thiel: un cristianesimo che non ponga limiti al progresso, che non disturbi la guerra, che non chieda conto agli azionisti.
Il Professor Massimo Faggioli, della School of Religion del Trinity College di Dublino, ha offerto un inquadramento illuminante: “Questo fa parte di una serie di passi da parte dei circoli cattolici conservatori americani per testare Roma e vedere cosa possono fare.”
Il cerchio perfetto
Raccogliamo i fili.
Peter Thiel è un teologo politico che predica l’inevitabilità dell’Apocalisse. È il co-fondatore dell’azienda che ha fornito l’intelligence per giustificare la guerra all’Iran. È il mentore del vicepresidente degli Stati Uniti. È un azionista che trae profitto diretto dalla guerra. È l’intellettuale che fornisce la cornice sofisticata – girardiana, schmittiana, cattolica – entro cui il sionismo cristiano evangelico e il complesso militare-industriale trovano una legittimazione filosofica.
Nella sua visione, l’Anticristo non è il sistema algoritmico che decide chi vive e chi muore senza sentimenti umani – quello lo costruisce lui, si chiama Palantir. L’Anticristo è chi vuole regolarlo. L’Anticristo è la pace negoziata, il diritto internazionale, la governance multilaterale, l’AI etica. L’Anticristo è, in ultima analisi, chiunque si frapponga tra Silicon Valley e il suo destino manifesto.
Il Maven Smart System genera opzioni di attacco. L’Ayatollah viene ucciso. Le bambine di Minab muoiono. Il titolo Palantir sale del 17%. E a Roma, nel salone di un palazzo rinascimentale, il profeta dell’Apocalisse spiega a un pubblico selezionato che tutto questo è necessario, che la storia ha un senso, che il progresso non si ferma, e che chi chiede la pace è – forse – un servitore del Male.
Fuori, davanti al Ministero della Difesa italiano, un gruppo di manifestanti tiene uno striscione bilingue: “Peter Thiel fuori da Roma. I tecno oligarchi della guerra fuori da Roma.“
E dalla finestra del suo studio affacciato su Piazza San Pietro, il primo Papa americano della storia dice: “Cessate il fuoco.”
La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E l’Apocalisse, per chi la sa monetizzare, è il più profittevole dei business plan.