Puigdemont e Catalogna: tocca difendere anche gli imbecilli

Se ci fosse stato bisogno di citare un esempio del generale naufragio della politica nella nostra epoca, questa storia dell’indipendenza catalana sarebbe un caso perfetto. [Aldo Giannuli]

Puigdemont e Catalogna: tocca difendere anche gli imbecilli
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18 Novembre 2017 - 23.51


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di Aldo Giannuli.

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Se ci fosse stato bisogno di citare un esempio del generale naufragio della politica nella nostra epoca, questa storia dell’indipendenza catalana sarebbe un caso perfetto. I poveri catalani non c’entrano nulla, ma i loro “dirigenti” sono degli imbecilli al limite della criminalità.

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Non pretendo che, in tempi come questi, i politici abbiano una visione strategica del loro agire, ma almeno prevedere la mossa immediatamente successiva dell’avversario dovrebbe essere il minimo.

Prima bestialità compiuta: il referendum di parte. Per la verità, il referendum indetto unilateralmente da uno dei soggetti dello scontro è sempre esistito e si chiama plebiscito, ma esige una condizione imprescindibile: avere la forza militare per imporne il risultato, diversamente, l’antagonista non riconoscerà il risultato. Cosa si aspettavano i dirigenti indipendentisti, che Madrid avrebbe riconosciuto il risultato e lasciata libera la Catalogna?

La reazione di Rajoy è stata quanto di più prevedibile si potessi immaginare: ha ignorato il referendum (che, peraltro, aveva il punto debole di una partecipazione non maggioritaria), poi ha messo in moto la procedura dell’art. 155 della Costituzione, come richiedevano i suoi alleati Ciudadanos, quindi c’è stato l’intervento della magistratura che ha disposto l’arresto dei ministri catalani e dello stesso President che, peraltro, ha pensato bene di andare in gita a Bruxelles dove, ovviamente, non ha combinato niente: la Ue continua a ritenere la questione catalana interna alla Spagna rifiutando anche un semplice ruolo di mediazione (il che dice, una volta di più, che la Ue è un morto che cammina perché ancora non ha preso atto della sua morte). E, naturalmente, non ha ottenuto l’asilo politico ed è sfumato anche il suo sogno delirante del governo in esilio.

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In questa insipienza, che ha mandato allo sbaraglio il popolo catalano e rischia di compromettere per chissà quanto tempo il progetto di indipendenza, c’entrano diversi fattori: le caratteristiche personali del ceto politico indipendentista, capeggiato da un borghesotto narcisista che nella scatola cranica ha solo una famigliola di farfalle, la struttura debole del partito indipendentista, l’assenza di qualsivoglia pensiero strategico ma, soprattutto, la fascinazione delle rivoluzioni di velluto, arancioni o come vi pare (e sul tema torneremo a scrivere), per cui si era immaginato di poter mettere in questione la sovranità di Madrid con un happening giovanile ed una festa in piazza.

Ebbene signori, mettiamoci in testa che quando si tocca la sovranità, la parola passa ai cannoni, salvo rare eccezioni in cui si danno particolarissime condizioni (e ne parleremo) che però vanno preparate politicamente per tempo. Questo è il prodotto di quella solenne stupidaggine che è la non violenza, ideale infantile di boy scout troppo cresciuti. La non violenza è incompatibile con la politica. I catalani, però, non erano (e non sono) assolutamente preparati né organizzativamente, né psicologicamente ad uno scontro militare. Al massimo (e la cosa non è auspicabile) una piccola minoranza potrebbe partire con forme di terrorismo urbano di modello basco, peraltro votato alla sconfitta.

Vediamo cosa potrebbero fare ora. In primo luogo c’è lo scontro elettorale del 21 dicembre che diventerà il vero referendum sull’indipendenza ed, ovviamente, le ipotesi sono due: che vincano gli unionisti (nel qual caso, per almeno venti anni, di indipendenza non se ne parla più) o che vincano gli indipendentisti. Questa seconda ipotesi ha due variabili: che gli indipendentisti siano guidati agli stessi leader ora imprigionati (ma c’è da dubitare che la loro candidatura possa essere accettata, anche perché non è da escludere un processo per direttissima con condanna sommaria) o loro delfini, o che vinca un leader più moderato che si rimangi la proclamazione di indipendenza e cerchi di trattare con Madrid. Se vince l’ala indipendentista dura siamo di nuovo alla situazione precedente, perché ai vincitori non resterebbe che mantenere la proclamazione di indipendenza e Rajoy applicherebbe di nuovo l’art. 155 e saremmo allo stallo. Se, invece, vincessero i moderati, sarebbe comunque una sconfitta politica, perché i vincitori dovrebbero rimangiarsi la proclamazione dell’indipendenza che sarebbe l’ammissione di aver sbagliato, implicherebbe una vittoria di Madrid che avrebbe avuto ragione di applicare l’art. 155 e che non avrebbe nessuna intenzione di trattare su niente, salvo qualche insignificante concessione in materia fiscale o culturale.

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Dunque, con il semplice gioco elettorale gli indipendentisti non ne escono, ma, escluso il ricorso alla lotta armata, cosa potrebbero fare? Come forme di lotta di massa non violenta potrebbero ricorrere allo sciopero generale a tempo indeterminato o allo sciopero fiscale, che, però, presuppongono una compattezza che non sappiamo se c’è.

La reazione di Madrid sarebbe quella di cercare di spezzare il fronte, in primo luogo con la repressione selettiva: arrestando e colpendo alcuni attivisti o anche solo a caso, facendo del terrorismo psicologico. Se poi questo non funzionasse, potremmo aspettarci una sorta di moderna edizione dello stato d’assedio: occupare le centrali elettrica e/o dell’acqua e sospendere l’erogazione sino a quando lo sciopero non cessi.

L’unica possibilità di resistere i catalani l’avrebbero se si sviluppasse un movimento di appoggio, prima di tutto in Spagna (e qui toccherebbe a quegli smidollati della sinistra madrilena, cominciando da Podemos e Izquierda unida, dato che non basterebbero baschi e minoranze nazionali) e poi in Europa, per imporre alla Ue di agire come soggetto mediatore. E qui c’è un altro rischio: se la sinistra europea dovesse restare sorda, lasceremmo questo terreno solo agli altri indipendentismi (scozzesi, corsi, baschi francesi, fiamminghi e valloni, forse sardi, veneti e bavaresi) cui potrebbero unirsi anche alcune delle formazioni di destra anti Ue, più per opportunismo che per convinzione (Ukip, Afd, Lega ecc). Brutto affare: sarebbe lo scontro fra un blocco prevalentemente di destra e quello della “festung Europa”, con la sinistra fuori gioco.

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Forse è il caso che iniziamo a pensarci da adesso iniziando con una campagna per la liberazione dei “prigionieri politici”, a cominciare da Puigdemont: anche gli imbecilli hanno diritto alla libertà.

 

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