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Lavorare meno, lavorare tutti

«E dalla promessa di un’economia della conoscenza e di un lavoro immateriale quasi-senza-più-fatica siamo in fretta caduti (ma così era nelle premesse) in un nuovo pesante taylorismo». [Lelio Demichelis]

Lavorare meno, lavorare tutti
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24 Luglio 2014 - 09.29


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Lelio Demichelis

Se non fosse oggi l’uomo più ricco del mondo – secondo l’ultima classifica della rivista americana Forbes pubblicata nei giorni scorsi – per gli ideologi (o gli intellettuali organici) del neoliberismo in servizio permanente effettivo, il messicano [url”Carlos Slim”]http://it.wikipedia.org/wiki/Carlos_Slim_Hel%C3%BA[/url] sarebbe un pericoloso sovversivo perché sovvertitore del magico ordine del libero mercato e negatore della sua altrettanto magica mano invisibile.

Cosa ha detto di così scandaloso e di eretico l’uomo più ricco del mondo, messicano ma di origini libanesi e imprenditore di successo? Ha detto – parlando a un Seminario ad Asunciòn, in Paraguay – che per ridurre la disoccupazione dilagante nel mondo occidentale e per dare più qualità alla vita delle persone bisogna ridurre gli orari di lavoro.

Secondo Slim bisognerebbe lavorare solo tre giorni alla settimana. Certo, lavorando magari anche 11 ore per ciascuno di questi giorni. Ma è la prima parte del suo ragionamento che qui vogliamo sottolineare. Ridurre l’orario di lavoro. Liberarsi dalla fatica e dal peso del lavoro sulla vita. È stato il sogno del Novecento e dei suoi intellettuali migliori, sogno in gran parte realizzatosi soprattutto nei primi trent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, quelli della democratizzazione del capitalismo come li ha definiti Wolfgang Streeck.

Poi – scena rovesciata e inizio della de-democratizzazione del capitalismo – negli anni Novanta del secolo scorso sono state le retoriche o i conformismi allora dominanti a sostenere che il pc avrebbe liberato il lavoro dalla fatica, che avremmo tutti lavorato di meno e avuto quindi più tempo libero, che stavamo entrando nella nuova fase, ovviamente virtuosa, del lavoro immateriale, cioè intellettuale più che fisico, nell’economia della conoscenza, nel capitalismo cognitivo e persino nel punkcapitalismo, nella wikinomics eccetera eccetera.

Oggi, invece – effetto inevitabile delle nuove tecnologie e della organizzazione in rete del lavoro – chi lavora lavora più di prima, la vecchia distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero e di vita (distinzione che dava qualità alla vita, tenendo separati due mondi che sono alternativi) è stata cancellata da un’economia che impone di mettere al lavoro la vita intera di tutti, dall’imperativo di dover essere sempre connessi, con gli orari che si allungano, i ritmi che si intensificano e cresce la flessibilità (e la precarietà) del lavoro, che è un altro modo per intensificare/sfruttare il lavoro.

E dalla promessa di un’economia della conoscenza e di un lavoro immateriale quasi-senza-più-fatica siamo in fretta caduti (ma così era nelle premesse) in un nuovo pesante taylorismo, analogo a quello di cento anni fa, anche se virtuosamente digitale. Dove la rete è la vecchia catena di montaggio ma con altro nome. Mentre i tentativi di fine anni Novanta, fatti in Francia (riusciti, ma poi più volte attenuati) e in Italia (fallito), di arrivare alle 35 ore di lavoro per legge sono stati sommersi da cori di contestazione e di riprovazione in nome della libertà individuale e del libero mercato, dimenticando che in Germania (ma non solo) molte categorie avevano ottenuto le 35 ore già nel 1995.

Eppure, l’economista John Maynard Keynes nel 1930, nelle sue famose Prospettive economiche per i nostri nipoti sosteneva – guardando appunto al futuro – che:

“per la prima volta dalla sua creazione l’uomo si troverà di fronte ad un nuovo problema, quello di come impiegare il tempo libero e la sua libertà dalle occupazioni economiche”.

Certo, per un uomo allenato per secoli a faticare questo non sarebbe stato facile, continuava Keynes che ancora non immaginava tuttavia quanto l’economia capitalista avrebbe poi trasformato anche il tempo libero, l’arte e la cultura in merci e soprattutto in industria da cui trarre profitto per sé (meno per gli uomini). Ma aggiungeva:

“dovremo adoperarci a far parti accurate di questo ‘pane’ affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito tra quanta più gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore (…) sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”.

E dunque, da Keynes a Carlos Slim? L’idea di ridurre l’orario di lavoro per ridare qualità alla vita degli uomini torna forse di attualità? Carlos Slim aggiunge: questa riduzione avrebbe effetti positivi sulle industrie del turismo, dell’intrattenimento e dell’ozio. Le persone potrebbero dedicare più tempo alla famiglia e ai figli, ma anche dedicare più ore alla cultura, allo studio, all’approfondimento.

Certo, Slim ha proposto anche di alzare l’età del pensionamento a 70 o a 75 anni. Così rimanendo dentro al discorso capitalista. Riprendendo con la destra ciò che aveva offerto con la sinistra, perché ovviamente Carlos Slim non è un comunista, né un libertario, né promette di liberarci dal lavoro capitalista. E tuttavia, questa idea che sembra risorgere per voce di un supercapitalista come appunto Slim è un’occasione da cogliere al volo.

Se ci fosse ancora una Sinistra. Perché ci eravamo oramai dimenticati – tutti presi dai nuovi ritmi di lavoro, perennemente stressati e incapaci di fermarci, compulsivamente connessi a un pc o a uno smartphone – che la vita è anche altro e soprattutto può essere molto meglio rispetto a quanto ci impongano mercato e rete. E che dunque si potrebbe anche lavorare diversamente. Ma soprattutto ci siamo dimenticati che la stessa rete ci aveva fatto delle promesse che non ha mantenuto. Anzi, ha realizzato il contrario di ciò che prometteva.

Come il capitalismo, che con la promessa della massima libertà per l’individuo poi ha creato e continuamente ricrea una infinità di poteri che lo prendono, lo circondano, lo avvolgono, lo assoggettano, lo disciplinano, lo alienano da se stesso per farne un capitalista – e solo quello. Forse, potremmo/dovremmo ricordare queste verità, per non passare ancora per bambini che credono alle favole, quella della rete libera e democratica e quella della mano invisibile del mercato. E per ricordare alla rete, ai mercati, alla speculazione finanziaria, alle oligarchie vecchie e nuove (ma in realtà a noi stessi) che ad essere sovrani nel senso del demos (e quindi con il potere di decidere come lavorare e quanto e perché e per chi) siamo noi; non la rete, non i mercati, non le oligarchie.

(23 luglio 2014)

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