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Una proposta: titoli pubblici per pagare i debiti della PA

Con la scarsità di moneta nell’economia reale, servono mezzi di pagamento non convenzionali – come i titoli pubblici – a partire dal pagamento dei debiti della P.A.

Una proposta: titoli pubblici per pagare i debiti della PA
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16 Maggio 2014 - 23.24


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di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini.

Negli ultimi anni si sono esasperati tre fenomeni che stanno
determinando una scarsità di moneta nell’economia reale strozzandone le
possibilità di espansione.

1. Crescita degli acquisti di titoli pubblici da parte delle banche

Il portafoglio Bot, Cct, Btp e Ctz è salito a 391 miliardi di euro. I
Bot ammontano a 37 miliardi, i Ctz a 44 miliardi, i Cct a 62 miliardi e
i Btp a 248 miliardi di euro.

2. Contrazione dei prestiti bancari a famiglie e imprese

Le Banche stanno usando la liquidità per comprare titoli pubblici
mentre riducono i prestiti a famiglie e imprese ostacolando la ripresa
economica e compromettendo la qualità degli attivi. Nel 2013 il credito
bancario si è ridotto di circa 60 miliardi di euro mentre le sofferenze
sono arrivate a 160 miliardi di euro.

3. Ritardo dei pagamenti della PA alle imprese

Con l’eventuale pagamento di tutti i debiti accumulati in questi
ultimi anni dalla Pubblica amministrazione, che oscillano tra 68
miliardi per il Governo Renzi e 100 miliardi di euro per la Cgia di Mestre, l’Erario vedrebbe aumentare il gettito dell’Iva di circa 5/8,5
miliardi.

Per pagare i debiti accumulati in questi ultimi anni, ricorda
la Cgia, i precedenti esecutivi hanno messo a disposizione dello Stato e
delle Amministrazioni locali 27 miliardi per il 2013 e altri 19,8
miliardi per il 2014.

Per quanto concerne le risorse assegnate per il
2013, non sono stati ancora pagati 4,4 miliardi. Pertanto, nell’anno in
corso il totale è di 24,2 miliardi (4,4+19,8). Di conseguenza, per
pagare i 68 miliardi promessi dal premier Renzi, è necessario stanziare
altri 43,8 miliardi. Nell’ipotesi in cui il governo Renzi pagasse
l’importo stimato dalla Cgia, pari a 100 miliardi, per l’anno in corso
sarebbe necessario uno stanziamento di 75,8 miliardi di euro. E’ una
cifra colossale che non si capisce da dove possa provenire.

Per il pagamento di tali debiti il Presidente della Cassa Depositi e
Prestiti Bassanini ha ipotizzato di trasferire i crediti dalle imprese
alle banche.

Bassanini indica due tappe: la prima, relativa al pagamento dei
debiti della PA di parte corrente – la fetta più grande, già
contabilizzata nel deficit e quindi nella soglia del 3% – «può avvenire
prima di luglio perché saranno le banche ad acquistare questi crediti
garantiti dallo Stato». Qui dovrebbe intervenire il meccanismo messo a
punto nel Ddl ancora in bozza che delinea un ruolo di ultima istanza
della Cdp che potrà eventualmente acquisire dalle banche i crediti
ceduti dalle aziende. Per la parte in conto capitale, il discorso è
diverso perché impatta sul deficit e dunque «occorre trovare – aggiunge
Bassanini – una copertura».

I debiti di parte corrente dunque possono essere pagati rapidamente
mettendo la garanzia dello Stato su questi debiti man mano che vengono
certificati dalla PA.

A quel punto le banche sono disponibili a
comprarli, anche senza sconto o con uno sconto minimo, perché questi
debiti garantiti dallo Stato hanno ponderazione zero, cioè non
comportano assorbimenti di capitali – spiega Bassanini – quindi le
banche li comprano e pagano le imprese che risolvono il loro problema di
liquidità”.

“Dopodichè – prosegue Bassanini – le PA diventano debitrici
delle banche e procedono a ristrutturare il debito, cioè a concordare
con le banche che pagheranno in un certo numero di anni in modo da avere
tempo per trovare i soldi per fare questi pagamenti”.

Se qualche
amministrazione ha difficoltà di pagamento la banca può cedere il suo
credito alla Cdp, che è già la grande finanziatrice delle P.A., e
questa puo’ prevedere un ulteriore prolungamento del debito della P.A.
con le garanzie speciali che la Cdp ha sempre nei confronti delle P.A.”.
Dunque, l’intervento di Cdp sarà «sussidiario ed eventuale: in caso di
sofferenze tra banche e Pa la cassa rileverà i crediti e li
ristrutturerà in un arco di 10-15 anni».

Ma le banche sono disposte ad impiegare la liquidità in un progetto
del genere? Per superare questo ostacolo le banche dovrebbero pagare le
imprese con titoli pubblici
che verrebbero usati come strumenti di
pagamento
, cioè come moneta complementare.

Le banche dovrebbero comprare dalle imprese il credito che queste
vantano nei confronti della PA pagando le imprese con titoli di Stato
che altrimenti rimarrebbero immobilizzati nei loro portafogli. Così le
banche diventano creditrici nei confronti dello Stato mentre le imprese
ottengono titoli pubblici che dovrebbero funzionare come strumenti di
pagamento.

L’idea è quella di utilizzare i titoli (specialmente quelli a
breve scadenza come BOT e CTZ) non come riserva di valore ma come
moneta complementare
che circoli nel sistema economico.

La possibilità
che i titoli pubblici possano essere utilizzati negli scambi e negli
investimenti sostituendo la moneta non sembra che sia stata compresa
appieno sul piano teorico; sul piano pratico invece si era capito molto
bene visto che con i titoli pubblici si pagavano anche le tangenti.

Per attuare una strategia di questo tipo sarebbe importante – per
quanto possibile – trasformare il debito estero in debito interno per
avere un maggior controllo sul valore dei titoli pubblici.

In questo
modo si potrebbe stabilizzare il valore dei titoli sfuggendo alla
“dittatura dei mercati finanziari”
. Infatti, se i titoli pubblici sono
detenuti da soggetti esteri, costoro, nel momento in cui il rischio
Italia dovesse peggiorare, potrebbero essere indotti a venderne grandi
quantità in tempi brevi. In tal caso, i titoli si svaluterebbero
intaccando la possibilità di utilizzarli come strumenti di pagamento sul
mercato interno. Inoltre, nel momento in cui i titoli sono accumulati
all’estero, essi sono sottratti alla circolazione e di conseguenza
perdono la loro funzione monetaria.

Allora, si potrebbe pensare di
nazionalizzare una parte consistente dei Bot
per evitare le operazioni
speculative da parte delle banche d’affari.

Quindi bisognerebbe
costruire un sistema di compensazione fra imprese per far funzionare i
Bot non come riserva di valore ma come moneta complementare che circoli
nel sistema economico
. In una tale strategia la Banca d’Italia dovrebbe
avere un ruolo di stabilizzatore e di garante del valore di titoli.

Questa proposta ha delle similitudini con ciò che avvenne in Germania
tra il 1933 e il 1936
quando si realizzò uno dei più grandi miracoli
economici della storia moderna
, anche più significativo del tanto
celebrato “New Deal” di F.D. Roosevelt. Tale miracolo fu promosso dal
Ministro dell’Economia e Presidente della Banca Centrale del Reich,
Hjalmar Schacht
, il quale escogitò un meccanismo monetario non
inflazionistico in grado di fornire i capitali all’industria tedesca.
Schacht, lanciò le obbligazioni MEFO le quali venivano approvate da una
compagnia statale inesistente nella realtà, la Metallurgische
Forschungsgesellschaft m.b.H (“Società per la ricerca in campo
metallurgico”), creata dal Terzo Reich per finanziare la ripresa
economica tedesca e, nel contempo, il riarmo, aggirando i limiti e le
imposizioni del Trattato di Versailles.

“MEFO” era dunque l’acronimo
riferito a una scatola vuota, di cui la Banca Centrale del Reich era
l’unico azionista
, in nome della quale si emisero siffatte obbligazioni
senza gravare sul bilancio pubblico.

Alcuni osservarono che non si
trattò né di un finanziamento monetario del Tesoro, né di un immediato
aumento del debito pubblico; però, lo Stato e la Reichsbank ebbero un
ruolo determinante perché autorizzarono le emissioni e diedero la
garanzia
.

Con queste promesse di pagamento spendibili come il denaro ma
unicamente entro i confini nazionali, gli imprenditori pagavano i
fornitori
.

In teoria, questi ultimi potevano scontarle presso la
Reichsbank in ogni momento e qui stava il rischio, infatti, se le
imprese avessero portato all’incasso massicciamente e rapidamente le
obbligazioni MEFO, ci sarebbe stato un aumento esplosivo del circolante e
dunque dell’inflazione. Ma questo fenomeno non avvenne nel Terzo Reich:
gli industriali tedeschi si servirono degli effetti MEFO come mezzo di
pagamento fra loro
senza mai convertirli in moneta corrente.

Schacht, che venne lodato da Keynes, si ispirò al precedente storico
statunitense costituito dalla Guerra di secessione, quando sul finire
del 1862 il governo nordista si trovò ad aver necessità della cifra
colossale di 449 milioni di dollari (equivalenti a circa 39 miliardi di
dollari del 2011). Le banche americane chiesero un interesse del 30 % su
quella cifra in quanto la guerra rendeva elevato il rischio
d’insolvenza dello Stato. Allora il presidente Abraham Lincoln ricorse al
potere conferitogli dall’articolo primo della Costituzione americana
ovvero stampare cambiali di prestito (“Greenback”) che il popolo sovrano
può concedere al proprio governo (vale a dire a se stesso) senza pagare
interessi di sorta e coperto non da riserva aurea, ma unicamente dalla
forza lavoro del popolo medesimo
. Le banconote stampate dallo Stato
permisero di finanziare le spese militari dell’esercito nordista che nel
giro di un paio di anni riuscì a prevalere sulla Confederazione
sudista.

Fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/una-proposta-titoli-pubblici-per-pagare-i-debiti-della-pa/.

Tratto da: [url”http://www.syloslabini.info/online/titoli-pubblici-banche-e-pagamenti-debiti-pa/”]http://www.syloslabini.info/online/titoli-pubblici-banche-e-pagamenti-debiti-pa/[/url]

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