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Per un nuovo ordine multipolare contro l’unipolarismo USA e il dominio del capitale finanziario

Per un soggetto politico rivoluzionario all’altezza del XXI secolo, non si può prescindere dalla lezione teorica e pratica marxista che ci viene oggi dall’Oriente, rispetto a un marxismo occidentale ingessato o mal interpretato, in una parola agonizzante.

Per un nuovo ordine multipolare contro l’unipolarismo USA e il dominio del capitale finanziario
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15 Aprile 2024 - 10.45


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di Alessandro Valentini.

Un nuovo tornante della storia

Con l’inizio dell’operazione militare speciale della Russia in Ucraina siamo a un nuovo tornante della storia, una di quelle situazioni nuove che si presentano dopo tantissimi anni, un tornante paragonabile alla Rivoluzione francese o a quella dell’Ottobre del 1917.

Per questa ragione è da respingere la tesi, cara anche a una certa sinistra, che la guerra in Ucraina sia una guerra imperialistica tra gli USA e la NATO da una parte e la Russia e i suoi alleati dall’altra, simile al grande conflitto mondiale del 1914/18. Il confronto storico è più simile alla grande coalizione che fu costituita in Europa per soffocare la Rivoluzione francese o alla guerra civile nella giovane Repubblica dei soviet tra i bianchi, sostenuti attivamente da una coalizione occidentale, e i bolscevichi, dopo la presa del potere nel 1917, allo scopo di restaurare il regime zarista. È evidente che in Francia il fine era quello di riportare al potere la monarchia assolutista e in Unione Sovietica di impedire che le idee rivoluzionarie socialiste potessero diffondersi in tutto l’Occidente.

Dal capitalismo al dominio del capitale finanziario

Alla base dello scontro, politico e militare, vi è la volontà da parte dell’Occidente collettivo di contrastare, anche con la guerra, la costruzione di un ordine mondiale multipolare. La cosiddetta “guerra mondiale a pezzi” ha questo segno chiaro, netto, e si è potuta scatenare solo dopo che gli accordi di Bretton Woods, che nel 1944 avevo stabilito la convertibilità del dollaro in oro, furono messi in discissione da Nixon nel 1971.

L’accordo di Bretton Woods prevedeva un sistema monetario globale fondato sulla convertibilità del dollaro in oro. Si era costruito un sistema basato sui rapporti fissi di cambio tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta poteva essere convertito in oro, in modo da rendere stabile il sistema e disincentivare gli eccessivi movimenti di capitali per fini speculativi ed evitare crisi sistemiche come quella del 1929. Con quegli accordi si istituirono il FMI e la Banca Mondiale. La convertibilità del dollaro in oro impediva agli USA e a ogni altro paese di stampare moneta a proprio piacimento, per farlo dovevano possedere oro in proporzione alla stessa moneta.

Il superamento degli accordi di Bretton Woods ha portato a una politica che permette di stampare moneta senza nessun vincolo e così il sistema valutario ha iniziato a trasformarsi in un sistema di fluttuazione dei cambi senza nessuna certezza, con un dollaro sempre più volatile. Le crisi finanziarie dei nostri tempi vengono da quella decisione presa da Nixon nel 1971. Le libere fluttuazioni valutarie hanno determinato un mercato finanziario senza limiti, senza regole né vincoli, dove l’unica legge vigente è quella di realizzare il massimo profitto che si genera soprattutto acquistando e vendendo valuta. La moneta, da strumento dello scambio commerciale o capitale di credito per il capitale produttivo, è divenuta essa stessa merce.

Questo passaggio, che ha comportato l’assenza di freni per il capitale finanziario la cui attività speculativa sempre più prescinde dalle esigenze di sviluppo della produzione, non è di poco conto. Si è oramai costituita una grande bolla finanziaria, con una enorme massa di denaro che si sposta rapidamente, senza nessuna logica produttiva, in tempo reale attraverso le reti telematiche, da un punto all’altro del globo, solo al fine di operare in modo speculativo e realizzare enormi profitti.

Il costante sviluppo del capitale finanziario ha prodotto una mutazione strutturale del capitale in Occidente: dall’essere espressione del sistema capitalistico a sistema politico dominato dalla finanza. Marx opera una distinzione tra capitale produttivo e capitale finanziario; considera quest’ultimo cosa ben diversa dal capitale commerciale e di credito che aveva avuto una parte rilevante nelle società mercantilistiche precapitalistiche. Questa distinzione permette a Marx di stabilire il modo proprio del capitale finanziario di regolamentare anche la società, in qualche misura autonomamente dallo stesso capitale produttivo. Successivamente Hilferding e Lenin hanno ripreso l’analisi sul ruolo predominante del capitale finanziario soprattutto accentuandone gli aspetti di guerra economica e l’approdo imperialistico che deriva dal suo sviluppo.

Con la formazione del capitalismo monopolistico di Stato la preminenza del capitale finanziario è stata contenuta e regolata. L’intreccio tra monopoli industriali e finanziari si saldano attraverso lo Stato. In questa connessione lo Stato, da una parte traduce in pratica la visione complessiva del capitale finanziario, e nello stesso tempo, dall’altra parte, non lo riconosce come il depositario dell’intera ricchezza del paese. In questo quadro il modello keynesiano è il modo in cui regolamentare il capitale finanziario per mantenere alto il livello di produttività e per contenere l’accumulazione ulteriore di capitale finanziario per scopi speculativi. Lo sviluppo del welfare è possibile, perciò, solo in un sistema capitalistico regolato dallo Stato.

Oggi, in tutto l’Occidente collettivo, non siamo più in un sistema di capitalismo monopolistico regolato dallo Stato, ma siamo giunti al dominio del capitale finanziario che fa a meno dello Stato, ridotto alle sue funzioni essenziali. In Occidente, nel periodo compreso tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, si è definitivamente passati a una nuova forma di dominio, quella del capitale finanziario che, oltre a comprimere o addirittura a negare lo sviluppo del capitale produttivo, determina pure l’insorgenza di ulteriori gravi ineguaglianze inaccettabili. Sono gli anni in cui i grandi gruppi industriali si segnalano per una accentuazione sempre più crescente dei tratti finanziari, cioè un’attività volta a spostare i propri interessi dalla produzione alla finanza.

     In Italia questo passaggio è avvenuto attraverso scelte decisive del potere politico su spinte forti della finanza. La liquidazione della Cassa del Mezzogiorno, lo smantellamento dell’industria pubblica fiore all’occhiello dell’economia italiana, la privatizzazione di servizi strategici, del sistema bancario e della Cassa Deposito e Prestiti, la collocazione autonoma dal potere politico della Banca d’Italia, fino all’adesione al trattato di Maastricht e all’ingresso nell’euro, sono i più rilevanti atti politici che hanno permesso l’ascesa del capitale finanziario Queste decisioni sono state accompagnate da numerose violazioni e modifiche della Carta costituzionale e da riforme elettorali in senso maggioritario. Scelte che, tra l’altro, quasi sempre sono state fatte da governi di centrosinistra, pur con l’avallo delle destre. Con “mani pulite” poi si è liquidata gran parte della classe dirigente della prima Repubblica. Oggi, a completamento di questo disegno, si discute di autonomia differenziata e di elezione diretta del premier.

La questione della mutazione della forma del capitale è implicitamente contenuta nel pensiero di Marx che definì la sua opera “Il Capitale” (e non il capitalismo) come studio del processo della sua riproduzione. La sua era una analisi strutturale. Partiva dalla considerazione che il capitale è una categoria dinamica e che le sue forze, le forze sociali cui esso corrisponde, appaiono molti secoli prima della formazione in termini strutturali del capitalismo. Egli è attento a cogliere la diversità storica delle diverse forme di capitale, finché il capitale industriale non diviene forza predominante, appunto con lo sviluppo capitalistico. Questa dimensione storica del capitale e della produzione di merci per Marx hanno una rilevanza teorica e politica. La produzione di merci e di beni era certamente preesistente al sistema capitalistico e quindi tale produzione non va confusa con i caratteri della produzione capitalistica. Storicamente il capitale muta e determina nuovi sistemi politici, istituzionali ed economici.

Questo passaggio dal capitalismo al dominio del capitale finanziario è oggi il tratto distintivo dell’Occidente collettivo rispetto al resto del mondo. Sul piano internazionale si esprime con la strenua difesa, anche militare, di un ordine unipolare basato sulla potenza statunitense e sul piano politico con la costituzione di regimi politici a-democratici, come quelli dominanti in Europa e nella stessa UE.

Sovranità, globalizzazione, BRICS

L’operazione militare speciale della Russia in Ucraina è stata un potente fattore di accelerazione dello scontro per realizzare una visione multipolare. I BRICS hanno tratto da questa accelerazione un vigoroso sviluppo ed estensione. Lo scontro ha il fine di rovesciare la globalizzazione finanziaria costruita negli ultimi 50 anni dalle oligarchie dell’Occidente per garantirsi il dominio mondiale e continuare il saccheggio e la rapina del Sud globale.

Russia e Cina non sono contro la globalizzazione, ma contro la globalizzazione finanziaria espressione del sistema che domina in Occidente. Tre sono i fondamenti della globalizzazione: mobilità dei capitali finalizzati per infrastrutture, per lo sviluppo produttivo e per l’innovazione scientifica e tecnologica; mobilità della mano d’opera, possibilmente qualificata e regolamentata; sviluppo degli scambi commerciali di manufatti e materie prime nell’ambito di una cooperazione internazionale e nel rispetto della sovranità e della dignità di ogni paese, grande o piccolo che sia. Si realizza pertanto una globalizzazione basata su principi che sono esattamente il contrario di quelli praticati dal capitale finanziario che hanno determinato rapina e caos emigratorio.

È proprio sul concetto di sovranità di ogni nazione che si basa la globalizzazione dei BRICS su cui costruire un nuovo ordine mondiale multipolare. La sovranità è un valore che non deve essere lasciato alle forze nazionaliste, reazionarie e xenofobe, che da sempre ne hanno fatto un pessimo uso, foriero di grandi sventure. È un valore fondamentale che deve essere fatto proprio dalle forze del cambiamento, di una moderna forza rivoluzionaria. Il multipolarismo – da non confondere con il multilateralismo che è una visione di ispirazione liberale – è un processo di integrazione e di cooperazione economico, commerciale e culturale tra popoli diversi, che mantenendo ognuno la propria identità e sovranità, sviluppano una rete di rapporti fruttuosa per la crescita e il benessere dell’intera umanità. Il valore della sovranità non è pertanto in antitesi con quello di internazionalismo socialista: i due momenti si integrano e si saldano in una sintesi che oggettivamente si pone nel campo del cambiamento e del progresso. Spetta ai marxisti, ai rivoluzionari, interpretare questa sintesi per condurre e portare avanti la lotta per il socialismo.

La battaglia in corso per frenare e contenere la finanziarizzazione dell’economia e quella per la de-dollarizzazione negli scambi commerciali condotte, in primo luogo, da Russia e dai BRICS hanno proprio lo scopo di mettere in discussione la globalizzazione finanziaria voluta dall’Occidente, per dare nuovo slancio a una visione multipolare. E le oligarchie finanziarie occidentali reagiscono con la guerra. Una “guerra mondiale” fatta a pezzi. Il deterrente nucleare è ancora per le oligarchie finanziarie un ostacolo insuperabile.

BRICS, antimperialismo e lotta per il socialismo

Un nuovo ordine mondiale non è però un altro modo per rilanciare la lotta antimperialista. Certamente, via via che si afferma una visione multipolare si spezzano le vecchie e le nuove catene del colonialismo nel Sud globale. Certamente il multipolarismo dà nuovo vigore alla lotta antimperialista. Ma questo è un compito preciso delle forze rivoluzionarie in ogni angolo del mondo e dei paesi socialisti o a orientamento socialista. Il Partito comunista cinese e i comunisti russi ne sono consapevoli. Ed è per questo che la Cina e la Russia di Putin evitano accuratamente di caricare i Brics di una concezione antimperialista. Non vi è traccia nel PCdFR di una critica a Putin che vada in questa direzione. Resta comunque il rilevante aspetto che un nuovo ordine mondiale multipolare favorisce la possibilità di una prospettiva socialista mondiale. Per questo la battaglia in corso per un ordine multipolare è anche, in ultima istanza, lotta per il socialismo.

I BRICS sono un insieme di paesi con sistemi economici e politici tra loro molto diversi, ad esempio l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi non possono essere annoverati tra i paesi socialmente avanzati; sono paesi accomunati dall’essere economie mondiali emergenti che non costituiscono però un’alleanza militare, anche se sono molte le attività che vanno in questa direzione. Anche tra la Russia e la Cina vi sono differenze non da poco. La prima è un paese a capitalismo monopolistico di Stato in cui molto forte è il welfare, anche come retaggio delle politiche sociali dell’ex Unione Sovietica. La Cina è invece un paese socialista che basa il suo sviluppo produttivo su un’economia di mercato sotto il controllo dello Stato e del PCC. Sarebbe un errore grossolano dunque caricare i BRICS di un significato ideologico che non hanno. Ciò che unisce i BRICS è la comune visione contro il dominio occidentale del capitale finanziario, contro la globalizzazione finanziaria. Gli effetti della ricaduta nazionale di tale politica non sempre vanno a favore delle classi subalterne, a idee di giustizia sociale e socialiste. Spesso, come in India, vanno a ingrassare una già forte borghesia nazionale produttiva.

La lotta di classe è tutt’altro che superata dunque e in questi paesi si sviluppa in forme del tutto inedite. Studiare e approfondire le posizioni del PCdFR aiuta molto a comprendere su quali obiettivi condurre la lotta di classe senza indebolire o mettere in discussione la funzione strategica del paese nella battaglia per un nuovo ordine mondiale. La stessa cosa vale per il PCC, in cui vi è un costante dibattito politico e teorico su queste questioni.

In questa comune battaglia contro la globalizzazione finanziaria i BRICS, e più in generale il Sud globale, hanno dalla loro parte una formidabile arma: lo Stato. Sono tutti paesi in cui il ruolo dello Stato è fondamentale per le scelte politiche ed economiche, per lo sviluppo e la crescita del paese, per la sua sovranità e di conseguenza su dove posizionarsi a livello internazionale.

Sul concetto di libertà

In questo contesto occorre uscire dagli equivoci su alcuni paesi, come la Turchia e l’Ungheria, nei confronti dei quali è in corso una durissima campagna in Europa, anche da parte di importanti settori di sinistra. È del tutto evidente che sono paesi con pesanti limiti politici che vanno denunciati e non devono perciò essere rimossi. Ma la criticità di questi paesi non è di certo minore di quella dell’UE e dei suoi paesi fondatori, come il nostro o la Germania o la Francia. È opportuno un confronto su che cosa s’intende per concetto di libertà evitando il mito dell’assolutezza e della verità data una volta per tutte.

Non vi è un concetto di libertà che possa considerarsi un valore umano universale in ogni luogo e in ogni tempo, che sia interpretato oggi come ieri e come lo sarà domani. E non è sufficiente sostenere che maggiore libertà comporti regimi politici più civili. Si dovrebbe valutare quale dovrebbe essere il grado di libertà concesso e il parametro di riferimento. Il concetto di libertà deve essere quindi contestualizzato storicamente. Per esempio, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, uno degli atti fondamentali nella storia dei sistemi liberali, non abrogava la schiavitù. Si deve giungere dunque alla conclusione che gli Stati Uniti erano un sistema illiberale e autoritario?

Il concetto di libertà va storicizzato anche per il presente. Moltissimi in Occidente sono convinti che le nostre istituzioni e regole, i nostri costumi e tradizioni, siano il meglio possibile in assoluto, che rappresentino il grado più alto di libertà. Ma per valutare il grado di libertà di un individuo è necessaria un’analisi «dello stato di cose esistente» e solo attraverso quest’analisi si possono interpretare le differenti iniziative che un individuo può intraprendere per affermare una volontà basata su diverse scelte, poiché queste sue scelte sono dentro a un quadro delle libertà date in quel preciso contesto storico. Pertanto, la situazione odierna, pur profondamente diversa da quelle in cui operavano politici e filosofi del passato, è determinata dalla connessione che questi diedero ai problemi che si presentavano nella loro epoca.

La libertà attuale è perciò l’insieme delle azioni e delle linee di condotta realizzate nel passato e trasmesse al presente, e ciascuna di queste azioni e linee di condotta è dentro l’attuale «stato di cose esistente». Ma questo quadro odierno non è fissato una volta per tutte, come non lo erano i quadri di riferimento che si sono succeduti nel passato. C’è chi tenta di superarlo, dunque è rivoluzionario o riformista, mentre c’è chi tenta di difendere lo status quo o di tornare al passato ed è così un conservatore o un regressivo. Ma tutto dipende dagli obiettivi sociali (quindi dalle libertà sostanziali) che ci si prefigge. Ma il pensiero liberale nega sdegnato questa processualità in sviluppo. Si appella ai principi, anche se poi in molte circostanze, per ragioni di opportunità, ha giustificato regimi come quelli fascisti che soppressero la libertà data, in quanto il “pericolo totalitario o autoritario” del socialismo è per il pensiero liberale decisamente maggiore rispetto al pericolo fascista. In nome di questo ragionamento ha favorito e sostenuto regimi fascisti o dispotici contro la minaccia del “pericolo rosso”. E oggi in qualche modo la storia si ripete in Ucraina.

Non è vero che l’uomo nasce libero. È vero piuttosto che poiché l’uomo aspira alla libertà, diventa libero con la lotta che conduce in base appunto al suo concetto di libertà. E nel conflitto valuta se la sua iniziativa è compatibile con «lo stato di cose esistente» o se deve andare oltre all’esistente, in quanto sono oggettivamente maturate contraddizioni che lo spingono a farlo. Quando si manifesta questa consapevolezza, che nel frattempo è divenuta consapevolezza collettiva, si determina una spinta rivoluzionaria per affermare un nuovo concetto di libertà. La lotta per la libertà, o meglio di un diverso modo di intenderla, è un dato oggettivo prodotto dal processo storico. Quindi sono del tutto infondate le tesi che riducono la libertà individuale a un procedimento esclusivamente soggettivo o quelle che addirittura ritengono che sia innata nell’uomo dal momento della sua nascita. Allora non ha senso fare della libertà un mito, se tale concetto non è situato in un contesto storico dove sono stati stabiliti comportamenti, regole e doveri morali, da sostenere o da contrastare.

Non si ha perciò nessuna certezza che il futuro dell’umanità sia circoscritto al binomio libertà-democrazia. Non è possibile porre in relazione i due termini, cioè la libertà, che per affermarsi ha bisogno dell’azione e della lotta, cioè di un costante sviluppo storico, e la democrazia, ideologia manifestatasi come aggiustamento del pensiero liberale, che domina in Occidente dalla metà del Novecento. Si utilizza la locuzione ideologia in quanto la democrazia, a differenza della libertà,è una ideologia enunciata ma mai realizzata e addirittura concettualmente trapassata oggi nella forma a-democratica con la quale si nega il conflitto di classe. Dunque, la relazione dialettica tra i due termini, libertà e democrazia, è insostenibile, in quanto è un rapporto tra due eterogeneità profondamente diverse, la prima storica la seconda ideologica. Si discute di democrazia come se fosse un’entità storica in sviluppo rispetto alla sua messa in discussione oggi da parte del pensiero neoliberale. E non si tiene conto che il pensiero neoliberale mette in discissione una ideologia mai realizzata se non in diversi aspetti formali, ma senza mai dichiaralo apertamente.

Il confronto tra Occidente e il resto del mondo, sia con la Cina che con gli altri paesi a orientamento socialista, sia con i paesi che presentano forme di capitalismo monopolistico di Stato sia con i paesi di nuova industrializzazione o che vogliono emanciparsi dal giogo dell’imperialismo, non è solo di carattere geopolitico, come molti commentatori e analisti tendono ad affermare, ma investe il futuro del pianeta. Però si vuole mettere in relazione dialettica il concetto di libertà con la democrazia così come si è determinata nella forma estremamente limitata e imperfetta e radicalmente distante dal principio enunciato, tale da non corrispondere ai bisogni di libertà civili e sociali. Per dirla in altri termini il lavoro, la casa, l’istruzione, l’assistenza sanitaria e godere del tempo libero non sono diritti garantiti dalla ideologia della democrazia, e ancor meno oggi che è trapassata in concreto in regime a-democratico.

La libertà si rileva in tutta la sua intrinseca potenza nella lotta per superare gli impedimenti posti dall’ideologia della democrazia che sbarra la strada al pieno sviluppo di una società più giusta. La lotta per la libertà, perciò, trova piena espressione nel rimuovere tali impedimenti, ma questa aspirazione non va assolutizzata o confusa con l’idea di libertà che si aveva in altri periodi storici. La libertà è lotta per superare gli ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo delle iniziative sorte a partire dalla situazione concreta. La libertà non è un’astratta petizione di principio. Non è un disquisire filosofico su una nozione piuttosto che su un’altra che sollecita le anime belle a svolgere dibattiti appassionati e coinvolgenti. La libertà per la quale un marxista deve battersi è la realizzazione di un diverso sistema sociale nel quale sia garantita la fine della sottomissione della sfera della libertà a quella della necessità.

È stato Hegel che ha colto in positivo il rapporto tra libertà e necessità rispetto alla filosofia precedente che per poter definire la libertà doveva definire ciò che non fosse libero. Il legame tra libertà e non libertà era quindi sempre visto in senso negativo. Si opponeva la libertà alla necessità e si ricercavano le condizioni attraverso le quali la prima potesse emanciparsi dalla seconda. Evidenzia Engels nell’“Anti-Dühring”: «Hegel fu il primo a rappresentare in modo giusto il rapporto di libertà e necessità. Per lui la libertà è il riconoscimento della necessità. Cieca è la necessità solo nella misura in cui non viene compresa (…) La libertà non consiste nel sognare l’indipendenza dalle leggi della natura, ma nella conoscenza di queste leggi e nella possibilità, legata a questa conoscenza di farle agire secondo un piano per un fine determinato (…). Libertà del volere non significa altro, perciò, che la capacità di poter decidere con cognizione di causa. Quindi quanto più libero è il giudizio dell’uomo per quel che concerne un determinato punto controverso, tanto maggiore sarà la necessità con cui sarà determinato il contenuto di questo giudizio; mentre l’incertezza poggiante sulla mancanza di conoscenza, che tra molte possibilità di decidere, diverse e contraddittorie, sceglie in modo apparentemente arbitrario, proprio perciò mostra la sua mancanza di libertà, il suo essere dominato da quell’oggetto che precisamente essa doveva dominare. La libertà consiste dunque nel dominio di noi stessi e della natura esterna fondata sulla conoscenza delle necessità naturali; essa, perciò, è necessariamente un prodotto dello sviluppo storico». Per il marxismo, dunque, la libertà è basata sul principio dell’autodeterminazione, non è innata e attribuita individualmente all’uomo, bensì alla totalità a cui l’uomo appartiene, all’ordine sociale e storico vigente.

Paesi come Ungheria, Turchia e Pakistan sono considerati illiberali poiché non praticano la “nostra democrazia”. In realtà sono paesi in bilico, tra lo schierarsi nel campo di un nuovo ordine mondiale e la possibilità di essere totalmente riassorbiti nel campo dominato dal capitale finanziario, dagli USA e dalla visione unipolare che difendono strenuamente. Una forza politica rivoluzionaria, pur denunciando i limiti di libertà di questi paesi – cosa che certa sinistra non fa col mondo occidentale – deve invece sostenerli nella difesa della loro sovranità e nella ricerca di una collocazione internazionale autonoma dall’Occidente collettivo. Per realizzare una visione multipolare sarà necessaria una fase lunga in cui alcune nazioni importanti resteranno in bilico. Sarebbe semplicistico ridurre il problema a questione tattica e a una estenuante discussione sul considerarli o no “alleati” delle forze politiche e dei paesi impegnati in questa battaglia epocale. I processi storici si valutano in altro modo, nel cogliere gli aspetti fondamentali della politica che le forze in campo in ogni paese perseguono.

In Occidente un regime a-democratico

Il dominio del capitale finanziario ha costruito in Occidente un regime a-democratico, mettendo in discussione anche il pensiero liberale. Abbiamo impotenti assistito alla mutazione della democrazia formale in una forma appunto a-democratica.

Con il dominio del capitale finanziario, infatti, la democrazia formale è andata modificandosi adottando strutture ed enti sovranazionali a-democratici non vincolati da nessuna forma di sovranità popolare, neppure formale. Di questo aspetto l’Europa è uno degli esempi più lampanti attraverso il ridimensionamento del ruolo legislativo dei parlamenti nazionali e l’elezione di un Parlamento europeo che non conta assolutamente nulla. Le decisioni più importanti sono prese da istituzioni, come la BCE, che non rispondono a nessun potere politico elettivo. Il potere è nelle mani di ristrette oligarchie finanziarie che decidono per milioni e milioni di cittadini europei e che hanno plasmato gli Stati nazionali e le istituzioni europee a tutela dei loro interessi, salvaguardando in primo luogo proprio il mercato finanziario.

Indubbiamente le società socialiste presentano dei limiti rispetto allo sviluppo pieno della democrazia formale. Ma in Occidente avviene lo stesso processo in modo peggiore, in quanto non sono garantiti quei diritti sociali che nei paesi a orientamento socialista sono invece tutelati pienamente. Questo processo a-democratico della società occidentale presenta dei tratti di totalitarismo o di semi-totalitarismo. Occorre però non commettere lo stesso errore di Hannah Arendt nel suo giudizio sul socialismo. Allora è meglio adottare la definizione di regimi a-democratici. Il totalitarismo è una politica di forte restringimento degli spazi di libertà che già si era affermata e diffusa in Europa molto prima dell’avvento del dominio del capitale finanziario, tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio della Prima guerra mondiale. Oggi, con la guerra in Ucraina, sta riaffiorando in termini drammatici.

L’ideologia della democrazia

Proporre la democrazia come ideologia sottintende che una società democratica, così come astrattamente definita, non è mai esistita. È impossibile, infatti, definire storicamente il concetto di democrazia. Non funzionava neppure nell’antica polis ateniese e comunque era qualcosa di profondamente diverso da come la si intende oggi. Il mito della democrazia greca è un grande imbroglio retorico diffuso dal pensiero liberale per dimostrare l’indubbia superiorità del sistema democratico su qualsiasi altra forma di governo.

La storia dell’Occidente “democratico” è caratterizzata da un lato dall’affermazione, graduale o per salti, della democrazia formale, cioè dell’aggiustamento dei sistemi liberali, e dall’altro lato da rapporti di schiavizzazione dei neri (ma anche degli asiatici), dalla loro deportazione dall’Africa alle Americhe e dallo sterminio di massa degli indios, degli indiani e degli aborigeni australiani.

Il più grande genocidio della storia dell’umanità in epoca moderna è stato quello degli indigeni americani, uno sterminio per alcuni versi più grave delle infamie di Hitler. La storia dell’Occidente è quindi lastricata di genocidi: “genocidi di razza”, “genocidi di classe, “genocidi di popolazioni inermi”. Ora il genocidio di palestinesi a Gaza. I genocidi di razza in particolare sono stati attuati attraverso guerre di conquista e legittimati da teorie che sostenevano la superiorità di sangue della “razza” conquistatrice e quindi la necessità di proteggerne la purezza da incroci con popoli considerati inferiori. Ma anche in materia di leggi sociali non si scherzava. Negli USA, tra il 1907 e il 1915, sulla base della dottrina dell’“eugenetica”, ben tredici Stati emanarono leggi per la sterilizzazione di delinquenti abituali, violentatori, vagabondi e disabili mentali al fine di impedire la riproduzione di individui inclini al delitto e al parassitismo.

Prima dell’avvento del dominio del capitale finanziario la democrazia contemporanea si basava in Occidente teoricamente sul principio per cui ogni uomo è titolare di diritti inalienabili; dunque, poneva concettualmente il problema del superamento di tre grandi discriminazioni: razziale, censitaria e sessuale. L’aspirazione a superare queste tre discriminazioni fa parte ormai del patrimonio etico dell’intera umanità poiché vi sono state due rivoluzioni, quella francese e quella russa del 1917, che hanno radicalmente mutato il corso della storia ponendo con forza il problema.

     Ma in questi ultimi quarant’anni, dopo il 1989, le discriminazioni non sono state superate, anzi sono aumentate. Si è allargato il divario tra democrazia formale e democrazia sostanziale. Infine, è evidente che la crisi della democrazia formale sia dovuta alle contraddizioni del capitale. Sono constatazioni che scaturiscono da una lettura oggettiva della storia che dovrebbero portare a delle precise conclusioni. Ma non è così per i fautori del pensiero unico, i quali hanno il recondito desiderio di imporre una indefinita agiografia per assicurare il trionfo del revisionismo storico.

Il Novecento in Occidente è stato caratterizzato, dopo la parentesi tragica della Seconda guerra mondiale, dall’acquisizione in linea di principio dei diritti economici come parte integrante dei diritti individuali: lo Stato sociale e il suffragio universale. Ma l’affermazione di questi principi la si deve al movimento comunista. Con il crollo dell’URSS e l’avvento del capitale finanziario si è decisamente tornati indietro anche sul terreno della democrazia formale, ridotta oggi a un simulacro! Il neoliberalismo ha via via depennato dalla vita politica e civile l’insieme dei diritti inalienabili dell’uomo sanciti dai processi rivoluzionari. Ha trasformato la democrazia formale in un regime a-democratico. Si fa un gran rumore, un bel parlare sul fatto che il comunismo è morto, ma lo spettro dei suoi ideali si aggira su tutto l’Occidente, preoccupato dall’influenza che la Rivoluzione d’Ottobre ancora esercita tra le popolazioni e che si ripropone in forme nuove, basta saperle marxisticamente interpretare.

È bene chiarire che il comunismo è una ideologia, tra l’altro mai realizzata, ma anche la democrazia è una ideologia mai realizzata. Non vi è un solo esempio di paese dove è stata attuata la democrazia sostanziale. Non vi è un caso in cui tale forma è stata realmente un regime di governo di una comunità. Se la democrazia è prima di tutto uguaglianza tra gli uomini sotto ogni aspetto, con diritti civili, politici e sociali uguali per tutti, allora la democrazia in Occidente non ha fatto molta strada. In questo senso le società a orientamento socialista sono decisamente più avanti, nonostante i limiti che ancora le contraddistinguono. Se mai comunismo e democrazia dovessero essere realizzati sarebbero la stessa cosa!

Il PCI di Togliatti, nell’elaborare la strategia di avanzata al socialismo, pose come questione imprescindibile il nesso tra democrazia e socialismo attraverso il concetto di democrazia progressiva. Non a caso l’accento era posto sulla parola “progressiva” in quanto il PCI era consapevole che per ottenere la democrazia sostanziale non era sufficiente adottare una Costituzione avanzata (anche se la sua approvazione fu giustamente considerata una grande vittoria), ma partendo appunto dai principi contenuti nella Carta occorreva svolgere un’azione politica costante affinché il Paese reale non rimanesse indietro rispetto appunto ai principi sanciti dalla Costituzione. Nel corso degli anni molto si è discusso sul colmare il divario tra il Paese reale e i dettati della Costituzione, ma oggi questo divario è drammaticamente aumentato. Un regime democratico non si valuta solo dalla legge costituzionale che si è dato, ma soprattutto dalla fedeltà della politica ai principi in essa contenuti e alla loro applicazione. Si potrebbe polemicamente pertanto affermare, proprio perché la nostra Costituzione è stata disattesa e violata costantemente e per diversi aspetti tradita, che il nostro regime è semi-autoritario (o semi-totalitario). E questa caratteristica oggi con la guerra è ancora più accentuata.

La questione sociale

Anche sul piano sociale si è tornati indietro. Siamo al paradosso di chi sostiene che la democrazia è una variabile, cioè non è lo stato naturale della società, mentre il mercato lo è! La destrutturazione dello Stato sociale in Occidente parte proprio dall’assunzione del mercato come misura dei valori delle società avanzate, dunque secondo questa logica mutua i propri terreni della conflittualità all’interno delle regole ferree della compatibilità delle leggi economiche. L’epoca delle politiche keynesiane è finita. Lo Stato del compromesso sociale è morto e con esso sono venute meno le politiche di intermediazione tra società, Stato e poteri economici e finanziari. Scompaiono dallo scenario politico le strategie sulla ridistribuzione del reddito, tutt’al più sono trasformate o ridotte alla strenua difesa di una politica di restituzione di ugual ricchezza (se non di più), tolta precedentemente dal fisco, a chi ha già molto.

In Europa la “sinistra liberale” crede che sia sufficiente difendere il pluralismo politico o valorizzare le esperienze di lotta di soggetti e movimenti (definiti nuove forme di antagonismo) per contrastare questo stato vigente. Ma questi soggetti e movimenti contribuiscono alla lotta per la trasformazione della società se la loro valorizzazione è contestualmente accompagnata (se non addirittura preceduta) da azioni di ricomposizione e unificazione dei bisogni di classe. Senza queste azioni altro non sono che moltitudine in grado di auto-identificarsi solo esclusivamente come momento di una pluralità, cioè come opzione politica soggettiva nell’ambito della democrazia dell’alternanza.

Nel Dna della sinistra europea oggi è rimasto solo l’involucro vuoto del concetto di democrazia formale, tra l’altro trapassata in un sistema a-democratico. Da ciò deriva la sua subalternità al pensiero liberale, ancora più drammaticamente evidente quando sceglie di sostenere la strada delle dottrine economiche neoliberiste imposte con lacrime e sangue alle popolazioni. Non vi sono né le capacità né la volontà di recuperare un pensiero forte capace di condurre la lottaper una più equa giustizia sociale. Anzi, le diseguaglianze sociali sono notevolmente cresciute. L’élite politica e burocratica europea, espressione delle oligarchie finanziarie, è insensibile al tema, semplicemente non se lo pone. Nell’involucro vuoto regna sovrana solo l’ideologia della democrazia funzionale al dominio del capitale finanziario.

L’ideologia della democrazia espressione del dominio del capitale finanziario

Con l’affermarsi del dominio del capitale finanziario in tutto l’Occidente è andato avanti anche un processo di laicizzazione sia dello Stato sia della società. Ciò che caratterizza la società occidentale contemporanea è il sorgere di una pluralità di morali, non vi è più una morale prevalente. La conseguenza è che l’etica dominante non è facilmente riconoscibile e lascia formalmente il posto, ma assolutamente non cessa la sua funzione, a un insieme di morali tra loro spesso in contraddizione. Quindi questa pluralità contraddittoria di morali offusca l’etica dominante. Ma se si guarda con attenzione questo insieme confuso di morali ci si accorge che la chiave di lettura del processo è nella ideologia della democrazia che le incatena: questa è l’etica dominante. Il capitale finanziario ha infatti bisogno di non apparire come il vero controllore della società e dunque fornisce spazi illusori di libertà con la moltiplicazione di morali che comunque sono costrette a esprimersi dentro un sistema a-democratico istituzionale e politico realizzato dalla ideologia della democrazia, con la quale il capitale ha costruito le sue fortune. E all’interno di questo sistema conduce guerre e commette crimini in nome proprio della democrazia, della sua etica, come una volta lo si faceva in nome di Dio.

Nel processo di transizione teso al superamento del capitalismo l’etica non è l’aspetto sovrastrutturale di tutela delle tradizioni storiche date, ma diviene, con le lotte, fattore che favorisce negli individui la coniugazione tra il potente momento intellettuale e la politica per combattere le forze schierate in difesa «dello stato di cose presente». Dunque da qui occorre ripartire per affrontare oggi la questione dell’etica in una visione marxiana, tenendo però conto dei problemi inediti, politici e teorici, posti dalla moderna società, primo fra tutti quello del sorgere di una pluralità di morali, a differenza delle società a capitalismo maturo dell’inizio del Novecento, plasmate prevalentemente da due morali: la morale cristiana e la morale liberale, a volte in conflitto fra loro, ma sempre alleate contro l’etica socialista delle classi subalterne.

L’odierna pluralità di morali porta a smarrire l’etica come fattore del conflitto sociale, poiché non favoriscono negli individui la coniugazione tra momento intellettuale e momento politico per condurre la lotta per il socialismo. La laicizzazione è un tratto potente della società contemporanea. La crisi delle ideologie è legata anche al processo dell’affermarsi della laicità. Per molti aspetti si può valutare positivamente il ritorno a diverse morali, ma questo processo non è accompagnato dall’idea di una valutazione di merito. Siamo oggi alla molteplicità delle morali senza nessuno strumento valutativo, se non soggettivo, che consenta di definire quali siano le cose giuste da fare. Questo è il capolavoro della democrazia dell’ideologia, così è se vi piace!

Non si hanno più valori come riferimenti oggettivi per definire la qualità di una società che è tale per alcuni ed è invece pessima per altri, così anche il risultato dell’alternanza dei governi diventaoggetto di una valutazione soggettiva: chi vince le elezioni (utilizzando meglio la demagogia) ha sempre ragione. Il giudizio sul governo è del tutto soggettivo in quanto tutti i governi, varianti di un regime a-democratico, sono, in ultima istanza, espressione del capitale finanziario.

I filosofi greci distinguevano i diversi governi e ne valutavano l’azione. Nell’Occidente “democratico” non vi è oggi una distinzione assimilabile a quella di Socrate, Platone o Aristotele. I governi, nell’ambito della ideologia della democrazia, sono tutti più o meno buoni e cattivi nello stesso tempo. Si può e si deve discutere di alcune loro azioni politiche in materia civile, economica e sociale, le si può sostenere o contrastare, ma nella sostanza non si mette mai in discussione la presunta natura democratica del governo. In questo contesto prende piede la concezione weberiana, specchio filosofico di una pluralità di morali espressione della società dei consumi, per cui il senso comune si perde in un mondo liquido composto dalla cosiddetta moltitudine degli individui che rincorrono spazi illusori di libertà, senza rendersi conto di fruire solo di quegli spazi che il capitale offre in nome della democrazia. Anzi si contrappone la democrazia al comunismo miseramente fallito in URSS. E non si va per il sottile, non si spiega che il comunismo è una ideologia mai realizzata, cosa assai diversa dalle democrazie popolari, dal socialismo realizzato, ecc. ecc. Queste definizioni utilizzate nel passato sono rimosse e incluse nel grande calderone del comunismo.

Anche la democrazia è una ideologia mai realizzata, anzi la forma di governo concretamente praticata in questa fase storica è un sistema istituzionale e politico a-democratico. Questa forma favorisce, come si è visto, una pluralità di morali, in conflitto tra loro, che spesso prescindono dalla struttura economica della società. Ad esempio, la questione salariale, generata dal conflitto capitale-lavoro, è ridotta a pura vertenza sindacale, fino a giungere, a quello che potrebbe sembrare un paradosso ma non lo è, che una parte importante dei tesserati della Cgil siano elettori del centrodestra. Dunque, sono morali trasversali, liquide, raramente riconducibili alla lotta di classe, alla lotta per il socialismo. Morali che sarebbe errato considerare però di natura interclassista, in quanto sono del tutto soggettive, riflettono gli effetti del processo di laicizzazione dello Stato e della società.

Si considerino le pratiche sessuali in rapporto al piacere e all’amore. Molte sono le morali su questo tema e non possono essere rigidamente catalogate in morali di destra o di sinistra. Come l’estensione di alcuni diritti civili. Questi temi si prestano a diverse interpretazioni. Ma diviene chiaramente un’azione politica regressiva quando la negazione dei diritti risponde solo alla morale cristiana, intesa come morale universale (integralismo), la sola da seguire in quanto dettata da Dio. Se anche la religione cattolica accetta tale laicità la questione è bella e superata, non determina conflitto sociale. Ognuno si comporta in base al suo credo e alla sua fede. E si potrebbe continuare con il ruolo della famiglia o con i rapporti omossessuali. La contraddizione caso mai sta nel fatto che il processo di laicizzazione, quindi dell’affermazione piena di diritti civili in merito alla sessualità e alla famiglia, è più sentito da consistenti settori sociali borghesi rispetto alle fasce popolari, più tradizionaliste. È anche vero però che la trasversalità favorisce quel senso comune di vivere in una società formata da una moltitudine indistinta in cui il concetto di classe appare notevolmente attenuato, sostituito per lo più dal concetto di popolo che rivendica la sua sovranità in nome della democrazia in contrapposizione a un potere di cui poco o nulla sa.

     Stesso identico ragionamento per la questione ambientale. Negarla sarebbe drammaticamente sbagliato. Si deve affrontare in tutti i suoi aspetti con radicali misure strutturali pianificate tramite un nuovo modello di sviluppo sotto il controllo pubblico dello Stato e non disperdere la priorità ecologica in un dibattito fatto di mille rivoli, spesso ideologici e a volte pure ridicoli, funzionali agli interessi del capitale finanziario. Anche sulla questione ambientale ognuno ha il suo credo, la sua fede, la sua morale, il suo punto di vista soggettivo ed è libero di esprimerlo come meglio crede. Così si crea il consenso dell’opinione pubblica per realizzare ingenti operazioni finanziarie speculative ai danni delle popolazioni con programmi di riconversione ecologica, che però neanche sono green economy ma solo green washing. Proprio sulla questione ambientale si può cogliere la portata della funzione della ideologia dominante, che reprime solo lo stupido negazionismo (anche questo, tra l’altro, è un credo) e non la morale che ognuno si è formato nell’essere un individuo della moltitudine.

Quando si afferma che il capitale finanziario ha bisogno di non apparire come il vero controllore della società s’intende evidenziare proprio questo fenomeno, cioè la sua capacità di rendere subalterne le diverse morali, in conflitto tra loro, tramite l’ideologia della democrazia – che è e resta l’etica dominante – senza che vengano esercitate costrizioni particolarmente repressive, e nel contempo riuscire a dare a ogni morale, riconosciuta come tale, la sensazione di aver conquistato spazi di libertà. E il fenomeno diventa ancora più sofisticato e articolato in quanto siamo in una società multietnica, con la presenza di altre religioni e tradizioni che alimentano il bacino delle diverse morali, anche se queste diversità aprono faglie vistose nell’etica dell’ideologia della democrazia,

     È evidente che in tale scenario quello che una volta era il fiume impetuoso dell’etica marxista si è ridotto in Europa a un rivolo a malapena mantenuto vivo, non ancora completamente prosciugato grazie alla volontà di una minoranza di militanti che testardamente ripropongono un’etica rivoluzionaria in alternativa al regime a-democratico. Allora il capitale nella sua mutazione in capitale finanziario ha vinto? Questo è il solo mondo possibile? Hanno ragione i liberali di ogni ordine e specie? Intanto ci sarebbe molto da discutere su quello che dal punto di vista geopolitico sta avvenendo. Ma la realtà globale è ben più complessa e articolata, vi trova grande spazio un altro mondo molto più grande che frettolosamente viene liquidato con l’etichetta di non democratico, illiberale, autoritario, e persino totalitario. Così il mondo si riduce all’Occidente che diviene il tutto.

L’ideologia della democrazia è il punto di forza del capitale finanziario, Crea consenso. Ma è anche la sua debolezza in quanto ne determina, per laceranti contraddizioni di impoverimento di tutti gli aspetti, non solo il declino economico, ma anche politico e culturale, persino religioso.

Con la guerra in Ucraina non siamo alla riproposizione della “guerra fredda”

La guerra tra Russia e Ucraina viene spesso presentata come un ritorno alla “guerra fredda”. Il paragone però è fuorviante, non regge. Nella “guerra fredda” vi erano due sistemi, politici, economici e sociali ben definiti: da una parte il capitalismo, dall’altra parte il socialismo realizzato. Tutta la diplomazia e le relazioni internazionali ruotavano attorno a questa realtà, anche i numerosi paesi cosiddetti non allineati, come la Jugoslavia, l’India e la stessa Cina, si muovevano dentro questo contesto. E pure le strategie militari, compresa la corsa al riarmo delle due superpotenze, USA e URSS, non prescindevano dai rapporti di forza usciti dalla Seconda guerra mondiale. Tant’è che, nonostante la contrapposizione tra blocchi, vi erano spazi, per una serie di paesi, anche europei, per poter condurre iniziative diplomatiche in parte autonome, che comportavano anche scambi commerciali e relazioni economiche.

Si pensi all’azione delle socialdemocrazie, in primis di quelle tedesche e scandinave, o ai rapporti economici fruttuosi che i governi italiani di centro-sinistra stabilivano con l’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti. Nessuno statista occidentale, in quegli anni, fece mai dichiarazioni bellicose nei confronti dell’URSS o tentò di praticare una linea volta a smembrarla. Unica eccezione fu Churchill, che subito dopo il 1945, sconfitta la Germania nazista, si avventurò in dichiarazioni forti di aggressione militare all’URSS di Stalin, che non aveva ancora la bomba atomica, ma rimase una voce isolata e non fu ascoltato, per fortuna, dagli statunitensi. Tutti gli Stati di entrambi i blocchi si muovevano all’interno di quanto stabilito dagli accordi di Yalta che sancivano la presenza di due sfere di influenza, quella degli USA e quella dell’URSS.

     Senza infrangere gli accordi di Yalta le due superpotenze si garantivano dei margini di interpretazione autonoma di quanto stabilito. Da parte sovietica si avanzava la strategia della “coesistenza pacifica”, realizzando la quale si sarebbero aperti molti spazi per le forze progressiste in Occidente, per nuovi processi di decolonizzazione del Terzo Mondo e per le lotte di liberazione nazionali. Tra l’altro la guerra coreana era stata una lezione per tutti: su quella strada si rischiava di giungere a un nuovo e più drammatico conflitto mondiale, con conseguenze catastrofiche per l’intera umanità. Da parte USA invece si praticava la politica di contenimento dell’influenza sovietica, facendo ricorso alle armi e anche ai golpe militari, se necessario, in quei paesi che formalmente non erano militarmente loro alleati ma erano parte integrante del sistema economico imperialistico. Mai dalla Casa Bianca però fu attuata una politica di aggressione militare diretta e frontale al Patto di Varsavia. La crisi di Cuba fu risolta dopo che Kennedy decise di ritirare i missili con testate nucleari dalla Turchia e di conseguenza Krusciov rinunciò a installare armi dello stesso tipo a Cuba.

Questo atteggiamento simile delle due superpotenze apriva enormi spazi politici, non solo alle forze progressiste e di sinistra in Occidente e ai movimenti di liberazione, ma pure al movimento pacifista, che si affermò con l’enorme contributo anche dei cattolici, e negli USA della sinistra liberal, che fece suoi gli orientamenti emergenti dalle nuove generazioni, molto coinvolte da fermenti culturali e di costume che caratterizzarono quegli anni. Si pensi a proposito all’influenza della musica rock, della poesia e della letteratura della Beat Generation. Dunque, la “guerra fredda” era una situazione derivata da Yalta ma non determinava il congelamento dei processi mondiali. Dentro al contesto della “guerra fredda” vi erano ampie brecce che consentivano ai movimenti di massa di pesare e di condizionare la politica e persino la geopolitica. La lezione del Vietnam è stata anche tutto questo.

Gli scenari attuali poco o nulla hanno a che fare con la “guerra fredda”. Le ragioni che hanno spinto Putin all’operazione militare speciale sono: l’estensione della Nato fino ai confini della Russia; l’aggressione al Donbass e alle regioni di lingua russa da parte di Kiev, con bombardamenti che in otto anni di guerra hanno provocato 14.000 morti, molti dei quali civili, tra cui donne e bambini; il boicottaggio sistematico dell’Ucraina degli accordi di Minsk; l’integrazione delle milizie naziste e degli ultra nazionalisti nell’esercito regolare ucraino dopo il colpo di Stato, voluto, sostenuto, finanziato e guidato dagli USA, che già erano presenti attivamente da anni nell’ex Repubblica Sovietica attraverso la NATO, la CIA e una serie di laboratori segreti per produrre armi biologiche di sterminio di massa; la persecuzione della etnia russa con vessazioni e metodi razzisti; la messa al bando di ben 11 partiti e dei mezzi di informazione dell’opposizione, con arresti e uccisioni di politici, sindacalisti e giornalisti; la persecuzione della Chiesa ortodossa che ha nel Patriarca di Mosca il suo punto di riferimento. Sulla base di queste motivazioni si è innescato l’intervento militare russo, che tra l’altro ha anticipato quello del governo ucraino, che stava già ammassando un grosso esercito ai confini delle due Repubbliche ribelli del Donbass. Per questo il conflitto in Ucraina ha anche la caratteristica di guerra civile.

Perché si è giunti all’operazione militare speciale russa in Ucraina

La ragione principale però che ha spinto Mosca a mettere in atto l’operazione militare speciale, pur non sottovalutando l’insieme delle ragioni citate precedentemente, è squisitamente politica, o se si vuole geopolitica e di sicurezza nazionale. Gli USA, dopo la fine dell’Unione Sovietica e il dissolvimento del campo socialista in Europa, hanno radicalmente modificato il loro atteggiamento sulla questione russa. Da una politica di contenimento dell’influenza mondiale dell’URSS sono passati a una politica di vera e propria aggressione alla Russia, nutrendo la speranza che fosse possibile non solo disarticolare l’ex Unione Sovietica, ma la stessa Russia, che ha un immenso territorio di 17.100.000 km² con la Siberia dove si trovano circa il 50 per cento delle risorse strategiche del pianeta. Questo cambio di linea è stato provocato da due novità che si sono determinate alla fine del secolo scorso.

     La prima riguarda lo scioglimento dell’URSS, dopo il quale l’Occidente credeva, o si illudeva, che si sarebbe andati verso la costruzione di un mondo unipolare, dominato dagli USA. Finalmente le diverse centrali imperialistiche avrebbero avuto mano libera per saccheggiare e depredare ancora di più tutti i paesi che prima, in qualche modo, erano stati tutelati dall’URSS e ciò avrebbe permesso agli USA e ai loro alleati di presentarsi al Sud del mondo come quelli che dettavano ancor di più le regole. Il costante allargamento della NATO a ridosso dei confini con la Russia ha anche questo obiettivo.

Questa convinzione è all’origine di una serie di guerre, a iniziare dallo smembramento della Jugoslavia, paese leader dei non allineati, senza che la NATO si ponesse troppi problemi nel bombardare la Serbia. E in seguito le guerre contro l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, lo Yemen, la Somalia, tanto per citare le più importanti. Ciò era reso possibile da una Russia troppo debole per svolgere un ruolo di contrappeso, e tra l’altro molto impegnata in guerre alle porte di casa, in Georgia e in Cecenia, e dalla Cina che non era ancora quella grande potenza economica che è oggi. Sul piano politico si pensava di perpetuare l’unipolarismo attraverso le “rivoluzioni colorate” e i colpi di mano per costituire, con il pretesto di portare libertà e democrazia, governi fantoccio legati all’Occidente, in particolare agli USA o ad alcune potenze europee.

La seconda novità fa riferimento al passaggio dal capitalismo al dominio incontrastato del capitale finanziario, che proprio in quegli anni in Occidente, maturava in tutta la sua enorme portata. Ed è ovvio che un sistema geopolitico unipolare, basato sulla potenza militare statunitense, fosse funzionale alle attività speculative e di finanziarizzazione dell’economia da parte delle oligarchie finanziarie.

Spesso però “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. La fase unipolare è stata breve, non ha retto ai processi in atto.

In primo luogo, si è sottovalutato l’imponente sviluppo economico della Cina e la sua capacità di passare da una produzione di quantità a una produzione di qualità affermandosi come primo paese nella produzione tecnologica.

In secondo luogo, l’Occidente ha colto solo tardivamente i processi politici che hanno portato la Russia da Eltsin a Putin, con un conseguente risveglio politico, economico, culturale e militare della nazione.

Inoltre, il capitale finanziario ha portato a un forte ridimensionamento del ruolo dello Stato come soggetto principale nel pianificare gli interventi per lo sviluppo produttivo, per grandi opere infrastrutturali, per estendere, migliorare e qualificare il welfare, per attuare politiche monetarie. Dove il capitale finanziario esercita incontrastato il suo dominio, cioè in buona parte dell’Occidente, il tema della programmazione è totalmente rimosso e al suo posto sono subentrate le privatizzazioni selvagge a favore di ristrette élite finanziarie. L’azione dei governi è ridotta a gestire un po’ di spesa corrente e a favorire l’introduzione di nuove e sempre più pesanti privatizzazioni (soprattutto oggi dei beni comuni) e l’esternazione dei servizi. Ma soprattutto ha smantellato il suo sistema produttivo, a iniziare dall’industria pesante decisiva nella costruzione di armamenti convenzionali. La guerra in Ucraina conferma drammaticamente questo aspetto. I paesi della NATO sono molto lontani dai ritmi di produzione dell’industria bellica russa per non parlare della capacità della Cina.

     Il mondo, infine, non è tutto dominato dal capitale finanziario. Ci sono tanti paesi del Sud globale nei quali lo Stato esercita e svolge le sue funzioni, soprattutto stabilendo modalità e obiettivi degli indirizzi economici. Il Sud è un insieme complesso di paesi con diverse espressioni politiche e diversi sistemi economici e sociali. Vi sono paesi socialisti o a orientamento socialista, paesi in via di sviluppo ma ricchi di materie prime, paesi con forme di capitalismo monopolistico di Stato, sia pur molto diversificate. Sono questi gli Stati dove vengono attuate forme di pianificazione e politiche più o meno di natura neokeynesiana per migliorare le condizioni materiali di vita e tutelare la sovranità nazionale. Ma mentre vanno avanti questi processi, in Occidente si deve constatare la morte del riformismo: a tal proposito basta riflettere su cosa sono diventati i paesi scandinavi, un tempo additati come esempio più significativo del modello riformista.

Gli Stati del Sud del mondo rappresentano oltre i due terzi della popolazione mondiale e sempre meno vogliono stare alle regole dettate da una visione unipolare e prepotente dei rapporti internazionali, una visione che è tutt’uno con gli interessi e le attività del capitale finanziario e dei principali poli imperialisti mondiali. Questi Paesi sono contrari alla globalizzazione finanziaria. E proprio sulla questione di un ruolo forte dello Stato per affrontare e risolvere i grandi problemi dell’umanità che in questi anni si è determinata una frattura che ha creato due veri e propri campi distinti. Accordi internazionali, come il BRICS, per citare il più importante, vanno appunto nella direzione di rafforzare quella idea di globalizzazione e di circolazione di denaro-merci-forza lavoro sulla base del reciproco interesse respingendo la concezione di una globalizzazione finanziaria, speculativa e di rapina. Non c’è allora da stupirsi se sono già una trentina, i paesi che hanno chiesto di voler entrare a far parte dei BRICS oltre gli ultimi nuovi ingressi.

A tutto ciò si aggiunge il consolidamento dell’asse strategico tra Russia e Cina che si rafforza proprio nella lotta per contenere l’azione devastatrice del capitale finanziario e la sua visione unipolare. L’intesa tra queste due grandi potenze trascina tutto il Sud globale e gli conferisce il coraggio necessario per alzare la testa, per essere coprotagonista di un mondo che cambia, che va nella direzione di una pratica multipolare nei rapporti internazionali, per contrastare e contenere l’azione distruttiva del capitale finanziario. Un Sud del mondo che forse per la prima volta nella sua storia è consapevole di poter riscattare oltre cinque secoli di colonialismo e di imperialismo imposto dagli europei, dai nord americani e dal Giappone.

     Per questa ragione è la situazione internazionale che spinge e obbliga gli Stati a stare in un campo o nell’altro. Non sono i due campi della “guerra fredda” dove era possibile il formarsi di un ampio schieramento di paesi non allineati. Nella situazione di oggi gli spazi per tale politica non ci sono. Non è possibile più muoversi tra le righe della politica di contenimento dell’URSS da parte USA e la strategia della “coesistenza pacifica” praticata dai sovietici. La situazione attuale è di forte movimento e la partita cruenta che si sta giocando è come ridisegnare un ordine mondiale. E in questa partita, sia pur con diverse sfumature e distinzioni, si sta o da una parte o dall’altra.

A questo nuovo tornante della storia non si è arrivati all’improvviso, ma le premesse sono maturate negli ultimi vent’anni attraverso una serie di eventi che presi singolarmente forse non hanno un forte impatto, ma analizzati nel loro complesso mostrano come il cambiamento affondi le sue radici indietro nel tempo.

     A partire dagli esiti della cosiddetta Primavera araba, in particolare in Egitto e in Algeria con la nascita di governi, che dopo un iniziale sbandamento, si sono sempre più allontanati dall’Occidente e in forme diverse sono diventati alleati della Russia.

Per continuare con il fallimento del tentativo di destabilizzazione della Siria concluso con la riammissione della Lega Araba, con vivo disappunto degli USA. Nell’intervento militare russo a sostegno di Damasco si evidenzia concretamente l’inizio della sua controffensiva. Senza sottovalutare il ruolo predominante che hanno acquisito in questi anni in Medio Oriente potenze regionali come l’Iran e la Turchia, e in Asia l’India, l’Indonesia e il Pakistan.

Merita un’analisi anche la situazione del tutto nuova che si è determinata in alcuni paesi strategici dell’America Latina. E adesso nell’Africa equatoriale.

Al quadro delineato si aggiunge il tentativo miseramente fallito di “rivoluzione colorata” in Bielorussia.

     Infine, non va dimenticata la crisi profonda del sistema politico, sociale e culturale statunitense che ha favorito l’affermarsi di una “anomalia” come Trump, con una lotta di classe dall’alto tra le grandi oligarchie finanziarie e il sistema produttivo statunitense.

Ai fatti citati si devono aggiungere, senza minimizzare la loro influenza, le ricorrenti crisi che si sono determinate in questo ventennio per effetto delle contraddizioni insanabili del capitale finanziario e la messa in discussione da parte dell’OPEC, con l’Arabia Saudita in primo piano, del sistema del petrodollaro su cui gli USA per anni hanno fatto leva, dopo la messa in discussione degli accordi di Bretton Woods per riaffermare l’egemonia della loro moneta (sempre più carta straccia, senza nessun valore) a livello globale. Tra l’altro oggi è proprio la Russia, che lavora in forte intesa con i paesi arabi, ad esercitare un ruolo guida dell’OPEC.

Bisogna ricordare anche che la veemenza politica, spinta fino all’uso di matrice nazista della russofobia – sentimento di paura e di ostilità verso il popolo e la cultura russa – non ha mai caratterizzato la “guerra fredda”, neanche nei momenti di crisi più acuta. Allora, con la divisione del mondo in due blocchi nessuna delle due superpotenze nucleari è mai intervenuta militarmente né mai ha disposto l’applicazione di sanzioni economiche se l’altra parte calpestava la sovranità, i diritti e le aspirazioni di un paese che, pur facendo parte integrante di uno dei due campi, cercava una via autonoma per il suo futuro. La partita, anche a livello militare, si giocava in quelle zone del mondo non decisamente posizionate in una delle due aree di influenza. Ha ragione Xi Jinping quando sostiene che siamo protagonisti di cambiamenti che non si vedevano da cento anni. Tutti questi elementi concorrono per affermare, come si è già detto, che siamo a un grande tornante della storia, come fu quello della Rivoluzione francese o della Rivoluzione d’Ottobre. È una narrazione molto superficiale sostenere quindi che la situazione di oggi sia un ritorno alla “guerra fredda”.

In scala ridotta un processo di graduale e sempre più convinto sostegno alla Russia vi è stato da parte di settori, pur minoritari, della sinistra rivoluzionaria europea. Da questa riflessione ne deriva un’altra che occorre sottolineare poiché più volte è stato enunciato che la Russia, per condurre l’operazione militare sia stata economicamente fagocitata dalla Cina. Indubbiamente la Cina è una potenza economica ben più forte della Russia, però quest’ultima ha enormi riserve di materie prime e un potente arsenale militare (e nucleare) molto più forte di quello cinese, una tutela anche Pechino. Ma soprattutto il Cremlino ha saputo condurre una iniziativa politica e diplomatica che ha portato la Russia ad essere di fatto leader dei paesi del Sud del mondo. Le due potenze hanno bisogno l’una dell’altra e insieme prospettano al Sud del mondo la vittoria nella battaglia per un nuovo ordine mondiale. D’altronde la Russia, a differenza della Cina, ha una secolare ed esperta scuola diplomatica tracciata da giganti come Molotov, Gromyko e ora Lavrov. Una diplomazia che sa tessere fruttuose relazioni diplomatiche in tutto il mondo. Non a caso da sempre, dalla nascita dell’Unione Sovietica, la diplomazia russa è punto di riferimento per molti paesi del Sud globale.

Quale pace?

La posizione occidentale che indica come unica pace giusta quella che prevede non solo il ritiro della Russia da tutti i territori occupati, compresa la Crimea, ma anche la sua umiliazione, è bassa retorica di guerra. Voler mettere in ginocchio la Russia anche con le sanzioni e minacciandola militarmente è divenuto un boomerang per l’Occidente. Non si scongiura così la devastazione del bel “giardino occidentale”, realizzato con secoli di sfruttamento e di rapina del Sud del mondo. A meno che non ci sia un qualche “Stranamore” che pensa alla guerra nucleare. Addirittura, i più oltranzisti teorizzano ancora oggi che la Russia possa essere smembrata.

Spazi dunque per trattative non ce ne sono. La strategia militare dei russi consiste nel condurre una guerra a bassa intensità puntando non solo alla disfatta di Kiev ma anche al logoramento dell’Occidente. L’uso della forza militare applicata selettivamente e in modo limitato ha anche lo scopo di evitare che alcuni paesi confinanti con la Russia possano avere il pretesto per puntare a un allargamento del conflitto. Una conduzione militare funzionale all’intensa attività politica e diplomatica dei russi e dei cinesi, volta al consolidamento dei loro rapporti di amicizia con il Sud del mondo. Il risultato è che non è la Russia ad essere isolata ma è l’Occidente che è sotto assedio. Un dato questo del tutto evidente nella partita delle sanzioni economiche in cui l’Europa è la prima a farne le spese, a partire dalla Germania che è in recessione.

Occorre non sottovalutare il rischio di una guerra nucleare, ma è senz’altro vero che se non ci fossero le armi nucleari la terza guerra mondiale sarebbe già scoppiata; quindi, rovesciando la questione, le armi nucleari rappresentano un deterrente molto forte, proprio perché non ci sarebbero né vinti né vincitori. La possibilità di una guerra nucleare tattica in Europa è una trovata giornalistica: la risposta a una bomba nucleare tattica sarebbe una guerra nucleare mondiale che coinvolgerebbe anche gli Stati Uniti. Il primo missile nucleare russo non sarebbe lanciato sulle capitali europee ma sugli USA. Il rischio di una guerra nucleare non è quindi scongiurato ma resta un’opzione remota. Ecco perché la sconfitta militare della Russia ragionevolmente non può essere contemplata. Pure per questa ragione i russi conducono in Ucraina una guerra a bassa intensità e gli USA, invece di ricercare un negoziato di pace che contempli le richieste di sicurezza nazionale del Cremlino, hanno risposto armando fino ai denti l’Ucraina in questa sporca guerra ibrida che stanno conducendo. La partita si gioca su chi si logora per primo per creare le condizioni di un cambiamento radicale di orientamenti politici nelle file dell’altro campo. E i russi in questa guerra di logoramento sono in netto vantaggio, anche perché forti sono i segnali di un collasso dell’Ucraina.

È evidente che in questo contesto, molto diverso dalla “guerra fredda”, non è sufficiente un pacifismo equidistante dalle due grandi potenze nucleari. La lotta per la pace contro la guerra non può prescindere dalla costruzione di un nuovo ordine mondiale. La pace si impone con una visione multipolare e fino quando l’Occidente non rinuncerà a una politica di dominio globale un conflitto mondiale, sia pur a pezzi, sarà condotto di volta in volta in nuovi scenari di guerra. La parità nucleare tra le due grandi potenze – e molti esperti sostengono addirittura che l’arsenale nucleare russo sia oggi superiore a quello statunitense – ripropone, sia pur con grande inquietudine, l’idea della deterrenza per evitare la distruzione del pianeta.

La crisi del movimento pacifista

Occorre non un generico movimento pacifista, ma un forte movimento per la pace, non equidistante, che connetta la questione della guerra con la costruzione di un nuovo ordine mondiale. Un movimento per la pace che si schieri in concreto con il Sud globale che lo chiede con grande determinazione. Si è vista con la tragedia di Gaza l’imponente mobilitazione mondiale. Sul piano dell’informazione Israele la guerra già l’ha persa, mentre sul piano politico ha imboccato un vicolo cieco. Ma se in Italia il movimento pacifista dichiara di condannare il terrorismo di Hamas e nello stesso tempo il genocidio israeliano a Gaza, se non denuncia le ripetute aggressioni israeliane in Libano, in Siria e in Iran, se sostiene i curdi, che all’inizio della guerra civile siriana erano schierati con l’ISIS e sono oggi pronti a difendere le basi americane per il controllo dei pozzi petroliferi, se non riconosce il ruolo positivo della Russia nella regione contro il terrorismo e sistematicamente conduce una campagna di demonizzazione contro l’Iran, allora un grande movimento di massa di solidarietà con i palestinesi non si svilupperà mai. E cinicamente la politica italiana continuerà a sostenere Israele nel “suo diritto a difendersi” e seguiterà a inviare navi nel Mar Rosso contro gli Huthi.

La guerra in Ucraina ha posto inoltre la questione della crisi del movimento pacifista cattolico. La laicizzazione della società impedisce alla Chiesa di svolgere un ruolo decisivo ed efficace per la pace. Papa Francesco dice cose importanti ma la politica non lo ascolta, resta sorda ai suoi appelli. Il Pontefice dichiara «che non è il cappellano dell’Occidente» e prende una posizione molto coraggiosa sulla guerra in Ucraina, mosso veramente da una visione ecumenica da capo mondiale del cattolicesimo. Ma in Occidente il grosso dell’establishment che si riconosce nella religione cattolica costituito da politici, giornalisti, manager, banchieri, intellettuali, persino da una parte del clero, semplicemente lo ignora. Per la prima volta nella storia moderna della Chiesa la parola del Pontefice, non più posizionato sulla scelta della difesa dei valori dell’Occidente, è inascoltata, è di fatto respinta.

Tutto può avvenire nei prossimi anni, se tale frattura nel mondo cattolico non sarà ricomposta, ma oggi ha una forte ricaduta politica negativa. Ai tempi di Giovanni XXIII una parte importante del mondo cattolico in Occidente era spinta a impegnarsi per la pace, a essere parte integrante del movimento pacifista. Oggi, nonostante gli accorati appelli del Papa, buona parte dei cattolici non si sentono coinvolti nella lotta per la pace, come a dire la politica è una cosa e la religione è altra.

Ma tutto il movimento pacifista in Europa è in crisi. Non a caso le grandi mobilitazioni di massa sono per la Palestina, contro la mattanza di Israele a Gaza, e non per porre fine alla guerra in Ucraina. Questo perché il movimento pacifista si muove su un vecchio schema di mobilitazione oggi del tutto superato. Ha un impianto politico e culturale appunto dei tempi della “guerra fredda”.

Sulla sinistra europea e la questione “coloniale”

Un ragionamento simile può essere fatto per la sinistra europea e per i democratici. Se si è subalterni all’ideologia dominante, in cui forte è oggi la componente laicista (non laica, attenzione!) diviene difficile trovare il nesso tra lotta per la pace e la lotta per un nuovo ordine mondiale. Sono tutte forze che, a parole si dichiarano per la pace, ma in pratica danno tutto il loro sostegno alla guerra USA e NATO in Ucraina. Imbevute spesso di un ideologismo laicista (espressione della nuova borghesia affermatasi con il dominio del capitale finanziario), sono portatrici di una concezione tronfia di banalità sui diritti civili, sulla libertà e la democrazia – come se l’Occidente avesse le carte in regola per dare lezioni a tutti – sostengono di fatto la scelta di campo occidentale e le sue denunce di parte non più accettabili per il doppio standard di giudizio. Hanno rimosso tra l’altro la storia, omettendo che il cosiddetto modello liberale in Europa e negli USA si è potuto affermare poiché ha praticato per secoli una politica di rapina nei confronti del Terzo Mondo. Se tale politica si indebolisce, e oggi è sempre più evidente questo processo, allora il modello liberale entra in crisi e diviene autoritario nella forma di un regime a-democratico. A questo processo si accompagna l’evidenza che l’ex Terzo Mondo si sta ricollegando anche al filone politico e culturale del marxismo e del leninismo.

Marx per primo pose la questione coloniale, relegata poi in un angolo dalle socialdemocrazie, ripresa con forza da Lenin e dalla Russia dei soviet e infine rilanciata da Stalin sino a diventare uno dei cardini della politica internazionale dell’Unione Sovietica. Oggi tale aspetto è stato mirabilmente ripreso da Putin che non è un comunista, ma l’attenzione alla questione coloniale (che oggi riguarda l’emancipazione del Sud del mondo dalle politiche di rapina dell’Occidente) rimane una bussola di orientamento ieri dell’URSS e oggi della Russia. È un dato politico ben percepito da molti paesi del Sud, consapevoli che i conti per un passato di sfruttamento non devono farli con i russi (e direi neanche con i cinesi), ma con gli anglosassoni, i francesi, i tedeschi, gli spagnoli, gli italiani, con tutto l’Occidente.

A sinistra hanno una certa influenza anche alcune tesi che sono fuorvianti nel migliore dei casi e nei casi peggiori sono maliziosamente costruite dalle centrali imperialistiche. Sono quelle che definiscono la guerra in Ucraina “guerra capitalista”, “guerra imperialistica” o “tra due imperialismi”, o avanzano analisi geopolitiche superficiali come quella che le tre grandi potenze, USA, Russia, Cina, sarebbero degli imperi e pertanto ragionino esclusivamente come tali. Concetti come questi non aiutano a costruire quel nesso tra lotta per la pace e lotta per un nuovo ordine mondiale, anzi disorientano. Se un negoziato per porre fine alla guerra è oggi un obiettivo difficilmente raggiungibile, allora è evidente che un movimento per la pace che si attesta su un generico pacifismo, “né con gli uni né con gli altri”, non farà strada e politicamente incide poco.

L’equidistanza poteva avere grandi margini di manovra durante la “guerra fredda”, quando nello schieramento dei non allineati confluirono in una certa fase addirittura un centinaio di paesi. Anche in Italia il movimento per la pace negli anni Ottanta si caratterizzò come equidistante e il PCI di Berlinguer fu uno dei grandi artefici di quel movimento. Ma un movimento di massa equidistante allora era considerato positivo dai sovietici in quanto, in ultima istanza, poteva essere ricondotto alla proposta della “coesistenza pacifica” per imbrigliare le posizioni oltranziste della NATO e degli USA.

Uscire dagli schemi novecenteschi

Gli scenari attuali sono diversi. Prima la sinistra europea, o per meglio dire ciò che di essa rimane, uscirà dagli schemi novecenteschi e prima sarà in grado di ricostruire un progetto politico di massa per la trasformazione. E tra gli schemi obsoleti, da abbandonare al più presto, c’è quello che riguarda il modo di concepire la lotta per la pace. Se la sinistra non abbraccia la battaglia per un nuovo ordine mondiale, che non si prospetta come un pranzo di gala, ma richiede un costante impegno politico, allora sarà irrimediabilmente destinata alla sconfitta, sia In Italia sia in Europa.

Tutti gli sforzi generosi per far vivere un movimento pacifista sono ovviamente da sostenere, ma sono momenti tattici e spesso di scarsa importanza, di corto respiro. Attualmente la necessità politica risiede nella scelta di campo: o si sta con chi vorrebbe un ordine unipolare dominato dagli USA o si sta con chi invece è per un ordine mondiale multipolare la cui realizzazione passa oggi attraverso la sconfitta politica, economica e militare dell’Occidente in Ucraina. E se la preoccupazione è quella di tutelare uno straccio di consensi riproponendo alleanze elettorali che sono sempre più delle accozzaglie inconcludenti, bisogna essere consapevoli che con la guerra si rischia di morire politicamente per Kiev.

Nella storia è già accaduto. Nella Prima e poi nella Seconda guerra mondiale la sinistra precipitò in una crisi profonda e si rialzò grazie all’impegno generoso, teorico, politico e organizzativo, di avanguardie rivoluzionarie. Se la sinistra non ripensa sé stessa muore. Deve uscire dagli schemi novecenteschi. Fondamentale è riproporre oggi la dedizione e la passione di nuove avanguardie. Senza questo lavoro non ci sono prospettive. E una delle prime questioni urgenti è ripensare l’Europa. Questa UE è irriformabile ma non si deve prender la via di uno sterile isolazionismo nazionalista. Occorre invece definire nuovi processi di integrazione, nel rispetto della sovranità nazionale nell’ambito di una comunità sociopolitica europea, sull’esempio degli accordi che sono alla base del processo d’integrazione asiatico.

Necessità storica di un nuovo soggetto politico

Vi è la necessità storica di un nuovo soggetto politico, anche se in Italia non vi sono oggi le condizioni soggettive e oggettive per costituirlo, che sia espressione di un marxismo innovativo, creativo e rivoluzionario. È un processo di lunga lena, ma occorre avviare il lavoro politico, anche con contributi parziali e modesti. Non si tratta di riproporre in termini scolastici e pedanti la questione comunista. Importanti e in alcuni casi decisive sono l’esperienza e la storia di alcuni partiti comunisti: Cina, Russia, Vietnam, Cuba e altri paesi ne offrono un chiaro esempio. Non è un caso che queste esperienze, tolta qualche eccezione, siano vive, influenti, contino in paesi non occidentali e siano espressione di complessi processi storici.

Dopo l’Ottobre del 1917 si considerava imminente la rivoluzione anche in Occidente e il movimento comunista poneva all’ordine del giorno l’obiettivo di realizzarla e non quello di condurre una battaglia di lunga lena. I partiti comunisti, solo alcuni anni dopo la loro nascita, che tra l’altro coinciderà con la loro sconfitta in Europa, cercheranno – e solo pochi ci riusciranno – di riorganizzarsi per darsi una politica di lungo respiro, che avrebbe dovuto tenere conto del ripiegamento difensivo del PCUS. In sintesi, è stato questo il contesto storico che portò alla nascita dei partiti comunisti, ma questo contesto è superato e quindi sarebbe una pessima iniziativa cercare di riproporlo a distanza di un secolo, con il nuovo millennio.

Non è sufficiente avere un nome e una storia gloriosa per continuare a essere necessari! Attenzione però. Non si deve considerare l’insieme del bagaglio teorico del movimento comunista inattuale, da consegnare agli studiosi, o residuale. Sarebbe un errore grossolano imperdonabile gettare all’ortiche, come molti hanno fatto, due secoli di storia del marxismo e di lotte del movimento operaio.

Vi sono oggi nel mondo forze rivoluzionarie che svolgono un ruolo importante decisamente maggiore rispetto a dei piccoli partiti comunisti, ininfluenti e molto spesso addirittura su posizioni controrivoluzionarie, come in Venezuela o in Nicaragua. Il Partito comunista cinese, che per autorevolezza e forza, ha tutte le carte in regola per essere il promotore della riproposizione di un movimento comunista, si guarda bene dal farlo. Mantiene magari relazioni con queste piccole formazioni, ma non si pone il problema di promuovere momenti internazionali di coordinamento. Altre sono le strade da intraprendere per ricostruire una sinistra rivoluzionaria, di trasformazione.

La crisi dei partiti comunisti, in particolare nell’Occidente, ma anche delle socialdemocrazie, obbliga a interrogarci sul da farsi in termini del tutto inediti, spostando il campo di confronto non sulle storiche divisioni tra la II Internazionale (socialdemocratica) e la III Internazionale (comunista), ma sulle istanze poste dal presente, dalla realtà di oggi. Per questo riproporre, attualizzandolo astrattamente, il confronto storico tra due visioni diverse e contrapposte, anche se entrambe si richiamavano al marxismo, è fuorviante, non aiuta, cristallizza le riflessioni nell’ambito di un contesto storico che fa parte del passato e non si proietta verso «una analisi concreta di una situazione concreta» come sosteneva Lenin.

D’altronde chi osa obiettivamente sostenere che il Partito socialista europeo sia una forza socialdemocratica, compreso il Pd? Oppure che il gruppo della sinistra nel Parlamento europeo sia un raggruppamento comunista? Si deve partire dall’esaminare e dal valutare dati reali. Non tutto può essere ridotto alla categoria del “tradimento” verso chi si definisce solo formalmente socialdemocratico, o a quella del “revisionismo”, in nome del marxismo-leninismo, come causa del declino dei partiti comunisti.

La crisi della sinistra in Europa deriva soprattutto dalla sua incapacità di leggere i processi di trasformazione e di mutazione del capitale e delle contraddizioni inedite che ha prodotto. Molti non sono consapevoli, o non vogliono prenderne atto, che la creatura del marxismo-leninismo, partorita dalla mente di Stalin, ha bloccato per tutto un periodo la capacità di “revisionare” (atto del rivedere per correggere) il pensiero di Marx abilmente intrapresa da Lenin e da Gramsci e da altre grandi figure rivoluzionarie, come Togliatti e Mao. In questa ottica era Lenin il “revisionista” (termine che ha valenze ben diverse rispetto al “revisionismo storico” che si pone l’obiettivo di correggere e riscrivere la storia a uso della politica) e non l’ortodosso Kautsky, che tra l’altro era in rapporto di amicizia con l’anziano Engels, il quale gli inviò una lettera in cui suggeriva di non abusare della parola “comunismo” foriera di grande ambiguità e confusione per il partito socialdemocratico tedesco.

È noto che la canonizzazione ufficiale del leninismo e l’invenzione del marxismo-leninismo furono opera di Stalin (è bene rammentare che Engels non userà mai la locuzione “marxismo” per esporre la concezione del materialismo storico). Nell’aprile del 1924, tre mesi dopo la scomparsa di Lenin, nelle lezioni tenute all’Università Sverdlov sui “Principi del leninismo”, Stalin diede la famosa definizione: «Il leninismo è il marxismo dell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria. Più esattamente il leninismo è la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria in generale, la teoria e la tattica della dittatura del proletariato in particolare». A distanza di tanti anni il processo di destalinizzazione filosofica ancora non si è concluso, senza per questo togliere nulla alla figura storica di Stalin.

Ideologia e teoria

Nell’indagare sulla storia del marxismo e del movimento rivoluzionario, per comprendere che fare oggi, bisogna tornare al nesso tra ideologia e teoria, messo in luce da Lenin e ripreso in termini sistematici prima da Labriola e poi da Gramsci. Con Labriola fu introdotta in termini chiari la distinzione tra ideologia e dottrina (nel senso di teoria). Che l’ideologia sia propedeutica alla formazione e allo sviluppo del senso comune che a sua volta è alla base della formazione storica del socialismo è incontestabile, ma è altra cosa dalla teoria, che è analisi e ricerca. Gramsci, che approfondì l’analisi storica dell’Italia secondo i criteri di quello che sarà poi definito storicismo dialettico, giunse a sostenere che il marxismo «storicismo assoluto», non solo aiuta a comprendere storicamente il passato, ma anche sé stesso, in quanto è «il massimo storicismo, la liberazione totale di ogni ideologismo astratto, la reale conquista del mondo storico, l’inizio di una nuova civiltà». L’ideologia non deve mai divenire una religione con tutti i suoi dogmi, mentre la teoria, per essere efficace nel lavoro di ricerca, non deve farsi condizionare dai vincoli ideologici. È chiamata a definire, non prescindendo dalla realtà data, una dottrina rivoluzionaria, una dottrina per la trasformazione.

Questa dovrebbe essere la relazione corretta tra ideologia e teoria, l’una ha bisogno dell’altra, ma operano su due campi distinti: la prima sul terreno immediato, quello prevalentemente politico, la seconda su quello dell’indagine e della ricerca, proprio per dare strumenti nuovi di interpretazione della realtà, cioè per dare vigore e linfa proprio all’azione politica. Tra formazione ideologica storica e teoria vi deve essere un rapporto dialettico in costante sviluppo. Un rapporto che muta e con esso muta l’ideologia con gli adeguamenti e gli aggiornamenti teorici. Il tema del rapporto tra ideologia e teoria sarà, dopo Labriola ripreso da Gramsci, per divenire un’acquisizione fondamentale del marxismo. La complessa opera di Marx deve quindi essere considerata un laboratorio epistemologico dal quale attingere per interpretare la realtà, il presente, e non per cucire un vestito su misura all’attualità, né un quadro di criteri fissi, né semplici e comode conferme. In ciò vi è l’ispirazione leninista di Gramsci.

Occorre sempre rammentare che tutti i più grandi esponenti del marxismo, a iniziare da Marx, sono stati dirigenti e teorici rivoluzionari del partito operaio e dei lavoratori e molti loro scritti risentono dell’esigenza di imprimere al movimento una direzione politica, nella fase concreta in cui si svolgeva in quel momento la lotta di classe. Non elaboravano le loro teorie chiusi tra quattro mura o nelle Accademie, nelle Università o nei circoli culturali. Non erano degli intellettuali di professione, ma dei «rivoluzionari di professione», come precisa bene Lenin. Stalin, una volta conquistato il potere, ha voluto mettere “ordine nel marxismo” con un sistema lineare chiuso, negando e condannando qualsiasi aspetto teorico non funzionale al modello di socialismo dell’Unione Sovietica. Ha fissato il modello ideologico e ne ha delineato i confini ponendosi come custode del corpus dottrinario. Non si manifesta come artefice, il suo nome non è infatti inserito tra i fondatori del nuovo pensiero proletario, ma chiunque abbia tentato di andare oltre i confini stabiliti, senza la sua preventiva autorizzazione, è andato incontro alla scomunica, alla marginalizzazione politica se non addirittura alla liquidazione fisica.

Il marxismo non è morto ma vive la fase della sua maturità

La storia del movimento rivoluzionario ha avuto diverse fasi: giacobini, socialisti, comunisti e movimenti nazionali di liberazione. Nessuno si sognerebbe oggi di costituire un partito giacobino anche se assolutamente non si disconosce il suo ruolo fondamentale nella Rivoluzione francese. Non vedo perché tale scelta non possa e non debba essere fatta pure per quella che è stata la storia e l’esperienza del movimento comunista.

Dalle esperienze politiche post ‘68 è venuto poco che possa tornare utile. Sono portatrici di un orientamento che si richiama alla cultura delle differenze, viste come inedite forme di antagonismo, o al pensiero libertario come esaltazione dei diritti dell’individuo tramite il quale dischiudere un indistinto orizzonte socialista. Un orientamento che conduce analisi, spesso solo sovrastrutturali e di natura sociologica, quindi molto politicistiche, per poi trasformarle in proposta politica, o che rivolge la sua attenzione prevalentemente alla questione ambientale o di genere. Queste tendenze promuovono movimenti che s’intrecciano tra loro, ma in ultima analisi sorgono prevalentemente dalla crisi dell’ideologia marxista e dalla perdita di identità storica di consistenti settori di una nuova borghesia espressione del capitale finanziario.

Non si tratta di negare l’importanza di tali orientamenti culturali figli del ’68, nonché la loro capacità di sensibilizzare l’opinione pubblica su alcuni grandi temi, ma hanno il limite di non porre mai come centrale la questione del conflitto capitale-lavoro. Per questa ragione “il popolo”, che ha priorità molto più impellenti, non le segue o le segue solo superficialmente in queste battaglie e quando non si riconosce nella sinistra, perché questa non fa il suo mestiere, sceglie altre strade: quella del populismo, del sovranismo e della reazione di estrema destra.

Sempre più spesso si sente auspicare un ritorno a Marx. Ma di fatto così si proclama la nostra estraneità a tutte le vicende storiche del Novecento, dalla Rivoluzione d’Ottobre in poi. Si contrappone Marx all’insieme di questi avvenimenti considerati fallimentari, insomma come altra cosa, profondamente diversa, dal suo pensiero. Si fugge su mitici lidi indefiniti, e alla maniera dei cattolici, si apprezzano quelle figure del movimento rivoluzionario considerate dei martiri, come la Luxemburg, Che Guevara e Gramsci, e non l’azione politica dispiegata collettivamente da Marx in poi da tanti uomini e donne in carne e ossa. La storia è pertanto ostinatamente rimossa. Si esalta acriticamente il pensiero di Gramsci, contrapponendolo a Togliatti o a Lenin, dimenticando che nell’articolo “La rivoluzione contro il Capitale” Gramsci solidarizza con la Rivoluzione d’Ottobre contro i menscevichi e i socialdemocratici che lanciavano meccanicamente la parola d’ordine di un ritorno a Marx. Nell’esaltazione acritica dei “martiri rivoluzionari”non vi è la ricostruzione storica, ma solo un religioso ritorno a Marx. Per quelli che invocano questo ritorno diventa superfluo interrogarsi sui processi storici, talmente superfluo che sono ormai senza memoria storica. Con il religioso ritorno a Marx (ma sempre di più questo ritorno sta a significare metterlo in soffitta) si gettano nella pattumiera oltre cento anni di storia. Dunque, non si tratta di tornare alle origini, bensì porsi in termini marxisti ciò che si dovrebbe fare oggi per andare avanti, iniziando a riannodare i processi storici così come si sono determinati.

Bisogna anche contrastare tutte quelle tendenze che hanno appiattito il marxismo sull’anarchismo, che ha determinato conseguenze politiche il cui sbocco raramente è stato di sinistra. Il giovane Marc Bloch (grande storico francese trucidato durante la resistenza dai tedeschi) si attendeva dai Soviet la «trasformazione del potere in amore». Era questa una idea non solo del giovane storico francese. Nella Russia sovietica esponenti del Partito socialista rivoluzionario proclamavano che «il diritto è oppio per il popolo». Così si radicalizzava l’utopia e diveniva complicato il passaggio a una normalità costituzionale socialista, in quanto veniva bollata come borghese. «L’idea di Costituzione è un’idea borghese», sostenevano con vigore. Addirittura, molti bolscevichi erano contrari al denaro, considerato la precondizione di un ritorno al capitalismo. Prendeva piede, tramite un binomio “marxismo-anarchismo”, un internazionalismo astratto, quasi religioso, che tendeva a liquidare come tendenze controrivoluzionarie le diverse identità nazionali in nome di un universalismo che però non era in grado di rispettare e valorizzare le libertà. Molti di questi fenomeni esploderanno poi in modo non sempre controllato nella guerra civile di Spagna. Anche nella storia recente dell’Italia, infantili visioni estremistiche che si richiamavano alla purezza rivoluzionaria, hanno generato guasti profondi con il loro anarco-comunismo.

Nel socialismo contemporaneo l’utopia dell’attesa messianica dell’estinguersi dello Stato, delle identità nazionali e della funzione della moneta, sono stati finalmente superati anche se sono aspetti che permangono forti in settori di sinistra molto minoritari di un certo mal digerito marxismo. E spesso sono tendenze critiche che partono da sinistra per avere però uno sbocco politico a destra, andando a ingrossare il pensiero liberale, come nel caso di chi considera la scelta di campo solo un conflitto geopolitico tra Stati. Questa posizione in Italia è espressa da orientamenti radicali di diversa matrice che in comune hanno la totale rimozione della nozione di imperialismo, che li accomuna, guarda caso, alla cultura politica delle esperienze socialdemocratiche. Non si coglie l’insegnamento di Lenin che giustamente sosteneva che la lotta antimperialista è il terreno più avanzato dello scontro di classe, della lotta per il socialismo. Si tratta di organizzare la lotta a un livello alto contro il capitale. Non a caso la sinistra di tutto il mondo è critica con la sinistra europea, la rimprovera di non essere affidabile nella dura lotta contro l’imperialismo. Una sinistra che quando è ancorata a qualche principio marxista parla a vanvera della lotta di classe, della contrapposizione capitale-lavoro e però ha amputato dai suoi ragionamenti la radice della questione: il ruolo dominante e imperialistico del capitale finanziario. Da questa analisi discende la conseguenza che è sulla funzione dello Stato e sullo scontro tra Stati imperialistici e Stati che difendono la loro sovranità che avviene, nella fase multipolare, il durissimo confronto.

Il pensiero socialista nel mettere in discussione il mito della estinzione dello Stato e del suo assorbimento nella società civile, ha compiuto un salto di maturità. L’internazionalismo non vuol dire misconoscimento delle peculiarità e delle identità nazionali, le quali continueranno a sussistere anche col socialismo. Già nel dopoguerra si era avviata una riflessione sul ruolo dello Stato. Togliatti si baserà su questa riflessione per una teoria dello Stato, diversa dal modello staliniano, adatta alle caratteristiche italiane.

     Si deve annotare e sottolineare che proprio le due fragilità del pensiero di Marx e di Engels, quella della teoria della crisi finale del capitalismo e quella della teoria dell’estinzione dello Stato, invece di segnare la crisi definitiva del marxismo lo hanno, in questo nuovo millennio, fortemente rilanciato, valorizzando l’insieme delle altre tesi enunciate da Marx, che hanno trovato piena conferma nelle contraddizioni del mondo contemporaneo.

Su tali questioni, teoriche e pratiche, viene dalla Cina un grande insegnamento sulla maturità del pensiero marxista. Superficiale e priva di fondamento è la tesi che in Cina si sia ristabilito il capitalismo. Vi è un dato dal quale non si può prescindere: dopo la crisi e la dissoluzione dell’URSS e del campo socialista europeo per la Cina non è stato più possibile isolarsi dal mercato mondiale se non voleva condannarsi all’arretratezza e all’impotenza pena la rinuncia sia della modernità sia del socialismo. Da questo dato occorre partire per una corretta analisi su cosa sia la Cina oggi. Non vi è dubbio che nel paese si sia formata una solida classe media e anche forme inedite di accumulazione del capitale. Ma questa classe media non ha la possibilità di trasformare la sua forza economica in potere politico. È totalmente espropriata di questo potere. Il gruppo dirigente comunista cinese ha presente questa situazione. Da una parte porta avanti uno straordinario processo di modernizzazione del paese tramite forme nuove di democratizzazione e di legittimazione del potere dal basso (la dialettica politica in Cina è determinata dall’insieme di questi fattori), dall’altro lato pratica una politica tesa a evitare che il processo di modernizzazione comporti la conquista del potere della classe media. La meritocrazia confuciana è uno degli aspetti fondativi dello sviluppo della moderna Cina.

Ancora nel 1981 i poveri in Cina erano circa 700 milioni, oggi Xi Jinping ha dichiarato che la povertà è stata abolita! Già dall’inizio del secolo l’allora leader cinese Wen Jabao aveva impostato un programma di sviluppo economico del paese che aveva tra le sue proposte anche quella di una valuta «non collegata a nessuna nazione individualmente». Una proposta, che oltre a essere equa per tutti gli Stati, tutelava maggiormente gli investimenti cinesi. La Cina infatti si stava trasformando. Non era più solo la “fabbrica del mondo”, ma pure il banchiere degli Stati Uniti con miliardi di dollari nelle sue casseforti. Gli USA non possono più fare meno dei capitali cinesi. Siamo al paradosso che una grande economia esportatrice svolge le sue transazioni ancora in parte (anche se sempre meno) in dollari, ma l’economia reale americana si è indebolita. E questo dato è per tutti i Presidenti che si succedono alla Casa Bianca un incubo. Questa contraddizione non ha impedito la crescita vorticosa della Cina e, nonostante il prezzo altissimo pagato per lo sviluppo dell’economia in termini ambientali, il paese si colloca al primo posto nel mondo nelle politiche ecologiche.

Sarebbe bene riflettere sulla storia cinese prima di avventurarsi in crociate, di destra o di sinistra, volte a spiegare il ritorno al capitalismo nel paese con l’istituzione di “zone economiche speciali”. Mao, a cinque anni dalla conquista del potere del PCC, constatava la permanenza in Cina non solo del capitalismo, ma anche di proprietari di schiavi, per esempio nel Tibet, e di proprietari feudali, a dimostrazione che il processo di costruzione di uno Stato socialista sarebbe stato lungo e assai complesso. E ancora nell’estate del 1955 ribadiva: «In Cina ci sono ancora capitalisti, ma lo Stato è sotto la direzione del partito comunista». Con il “grande balzo in avanti” e poi con “la rivoluzione culturale” Mao credette di affrontare tale complessità con una incessante mobilitazione di massa, con la parola d’ordine della «continuazione della rivoluzione sotto la dittatura del proletariato». L’approccio del gruppo dirigente con Deng Xiaoping è stato di rottura con questa impostazione evitando però la delegittimazione di Mao, come invece avvenne in URSS con Krusciov nei confronti di Stalin. Si è data vita così a una formidabile NEP coniugando socialismo e mercato.

NEP è la sigla con cui si indicava in Russia la Nuova Politica Economica adottata tra il 1921-1928. L’ispiratore della NEP fu Bucharin ma fu sostenuta da Lenin. Tale politica era caratterizzata dall’introduzione di norme economiche molto meno rigide rispetto a quelle del comunismo di guerra fatto di collettivizzazione forzata, soprattutto in agricoltura. Allora in Russia circa l’80% della popolazione era composta da contadini, andavano dal semplice mugik al contadino medio e al contadino agiato. La produzione agricola era di gran lunga superiore a quella industriale. Con la NEP furono introdotte misure come quella della tassa in natura che permetteva al contadino il libero commercio delle eccedenze che produceva. Fu così garantito un certo miglioramento generale della vita di grandi masse contadine anche se la critica della sinistra bolscevica considerava la NEP un passo indietro rispetto alle conquiste sociali del comunismo di guerra. L’idea che da una parte siano necessarie forme di libero mercato e dall’altra parte occorra attuare un’economia che non sia solo la statalizzazione di tutti i mezzi di produzione per realizzare una società socialista dunque viene da lontano. Con il marxismo-leninismo poi ha prevalso, per tutta una lunga fase, la collettivizzazione forzata e la totale statalizzazione dei mezzi di produzione. Ed è da notare che questa impostazione di Stalin raccoglieva, facendola sua, la critica che la sinistra bolscevica trotskista aveva espresso un po’ di anni prima. Ma ora era sconfitta, era liquidata.

La parola d’ordine “arricchitevi” Deng Xiaoping la prese in prestito da Bucharin che aveva letto e studiato. Il socialismo non può essere un livellamento in basso della ricchezza per soddisfare politiche di uguaglianza sociale. Per cui tutti sono più poveri. Il socialismo è un livellamento in alto. Il problema non è pertanto lottare contro la ricchezza, se si tiene sotto il controllo politico pubblico chi detiene tale ricchezza, ma lottare contro la povertà e la miseria, per garantire a tutti un benessere sociale dignitoso e un innalzamento della qualità della vita.

In Cina è stato compiuto un gigantesco sforzo del potere statale per garantire da un lato efficienza economica, organizzazione industriale e di gestione manageriale nonché aggancio alle nuove tecnologie, dall’altro per soddisfare i diritti economici e sociali di grandi masse di cinesi, in precedenza mai garantiti. Si è così messo in moto un processo di emancipazione di enormi proporzioni nella storia dell’umanità. Si può senz’altro affermare che se Mao è il padre della rivoluzione cinese, Deng Xiaoping è il fondatore della Cina contemporanea.

Uno sforzo simile sta avvenendo adesso in Russia, accelerato dalla guerra e dalle sanzioni occidentali. Senza rimodulare l’economia russa in una economia di guerra, vi è uno straordinario impegno del potere statale per trasformare il paese da un’economia prevalente di estrazione di materie prime a una moderna economia, tramite la creazione di un potente complesso industriale e di alte tecnologie (non solo militari) e la costruzione di reti produttive di merci e di beni che prima venivano importati. I dati economici significativi sono tutti positivi: piena occupazione, i salari che crescono più dell’inflazione, estensione del welfare, potenziamento delle infrastrutture, imponente crescita del PIL e un significativo miglioramento della qualità della vita. Tutto ciò è stato possibile poiché nel corso di questi anni Putin ha ridimensionato e sconfitto gli oligarchi che realizzavano enormi profitti con le élite finanziarie occidentali.

Si è formato un sistema economico posto sotto il controllo pubblico tramite il ruolo centrale dello Stato, un sistema capitalistico monopolistico che per molti versi rammenta la fase d’oro delle socialdemocrazie scandinave e per diversi aspetti il sistema economico italiano basato sull’intreccio tra capitale privato e pubblico in cui la politica era costantemente impegnata a svolgere una mediazione tenendo conto, per la presenza forte del PCI, di visioni riformiste.

La rielezione di Putin a Presidente della Russia, e soprattutto le modalità con cui è stato rieletto, parlano della grande coesione dei popoli russi a sostegno della leadership del Cremlino. Una elezione da cui le opposizioni filoccidentali sono uscite con le ossa rotte raggiungendo appena il 4 per cento dei consensi elettorali. Le elezioni, quindi, hanno confermato la solidità, nonostante la guerra in corso, del potere politico russo. Un fattore forte di stabilità interna che rafforza la politica internazionale della Russia, leader dei BRICS e della battaglia per un nuovo ordine mondiale.

L’esperienza russa e soprattutto quella cinese sono un grande insegnamento per i marxisti. In Occidente Marx e Keynes sono stati messi in soffitta dai neoliberisti, in quanto pericolosi avversari del turbocapitalismo finanziario; riscoprirli e mettere in pratica il loro pensiero vuol dire rendere ineludibile questo rapporto: via rivoluzionaria e necessità di attribuire centralità al ruolo dello Stato. Quando il PCC enuncia “il socialismo dalle caratteristiche cinesi” rammenta “la via italiana al socialismo” del PCI.

Per avviare una discussione sul che fare per ricostruire un soggetto politico rivoluzionario all’altezza delle sfide del XXI secolo, non si può prescindere dalla lezione teorica e pratica marxista che ci viene oggi dall’Oriente, rispetto a un marxismo occidentale fortemente ingessato o mal interpretato, in una sola parola, agonizzante.

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