di Alessandro Volpi.
L’azione del governo Meloni e della sua maggioranza è decisamente certosina nella demolizione dello Stato sociale a vantaggio di grandi banche e dei grandi gestori del risparmio.
La recente riforma introdotta con la Legge di Bilancio 2026 (Legge 199/2025) ha effettivamente segnato un punto di svolta nel sistema della previdenza complementare italiana. Il fulcro della questione è la piena portabilità, fino ad ora non consentita, del contributo datoriale: una misura che permette al lavoratore di trasferire non solo il proprio capitale e il TFR, ma anche la quota a carico dell’azienda, da un fondo negoziale (chiuso) a un fondo aperto o a un PIP (Piano Individuale Pensionistico), gestiti da banche e assicurazioni.
Il Governo ha giustificato questa misura con un argomento principale. Prima della riforma, se un lavoratore decideva di passare a un fondo privato, perdeva il diritto al contributo che il datore di lavoro è obbligato a versare solo nel fondo di categoria (negoziale). Il Governo sostiene che “liberare” questo contributo stimoli la concorrenza tra i gestori, spingendoli a offrire rendimenti migliori per non perdere iscritti: un’affermazione davvero incredibile, data la pressoché totale situazione di monopolio esistente fra i grandi gestori, a partire da BlackRock, che, con questa misura, arriveranno molto più facilmente ai risparmi italiani.
Ma i contorni della trasformazione sono ancora più profondi.
I fondi negoziali sono senza scopo di lucro e hanno costi di gestione bassissimi (spesso sotto lo 0,5%). I fondi aperti e i PIP, venduti da banche e grandi gestori internazionali (come BlackRock, che attraverso i suoi prodotti di investimento è il principale partner di molte banche), hanno costi decisamente superiori (anche oltre l’1,5-2%). Nel lungo periodo, commissioni più alte possono “mangiare” una fetta enorme della pensione finale.
In questo senso, i grandi gestori globali, BlackRock in primis, spingono da anni per una privatizzazione del sistema pensionistico europeo (si veda il PEPP, il Prodotto Pensionistico Individuale Europeo). Rendere il contributo datoriale “portabile” significa aprire un mercato di miliardi di euro alla gestione privata, a discapito dei fondi collettivi gestiti pariteticamente da sindacati e imprese.
Naturalmente, in tale ambito diventa fondamentale l’azione di “marketing”. Le banche hanno una rete di vendita capillare che i fondi negoziali non hanno. Il rischio è che i lavoratori vengano convinti a trasferire i propri fondi verso strumenti privati più costosi e non necessariamente più performanti.
In termini sociali ciò significa l’erosione del Welfare Contrattuale.
Il contributo datoriale non è un “regalo” individuale, ma è frutto di accordi collettivi in cui i lavoratori hanno spesso rinunciato a quote di salario per ottenere questa protezione previdenziale. Scollegarlo dal fondo di categoria indebolisce il valore del Contratto Collettivo Nazionale.
Se poi i lavoratori escono dai fondi chiusi, questi perdono “massa critica”. Meno iscritti significa meno potere negoziale e costi medi che potrebbero alzarsi per chi rimane, mettendo a rischio la sostenibilità del sistema dei fondi di categoria.
Il fatto che il CEO di BlackRock, Larry Fink, abbia avuto diversi incontri istituzionali in Italia e abbia pubblicamente lodato le riforme che spostano il risparmio verso il mercato dei capitali, mette in luce quanto queste norme siano scritte per favorire i grandi gestori patrimoniali piuttosto che per tutelare il tasso di sostituzione (ovvero quanto sarà alta la pensione rispetto all’ultimo stipendio) dei lavoratori.
È utile ricordare poi che la riforma italiana sembra andare esattamente nella direzione auspicata dai grandi gestori patrimoniali internazionali e dalla Commissione Europea con il già ricordato PEPP (Pan-European Personal Pension Product), che è uno strumento “portatile” in tutta Europa, pensato per essere gestito da grandi player finanziari.
BlackRock è stato uno dei principali sostenitori del PEPP a Bruxelles, spingendo affinché i governi nazionali concedessero incentivi fiscali e portabilità ai prodotti individuali, proprio per competere con i fondi pensione nazionali e collettivi.
È necessaria poi un’ultima considerazione.
In molti altri Paesi europei il sistema pensionistico è basato su una fortissima solidarietà collettiva e i fondi sono gestiti pariteticamente. La mossa italiana è vista da molti osservatori europei come una “privatizzazione di fatto” del secondo pilastro previdenziale, finalizzata a indebolire le rappresentanze sindacali a tutto vantaggio dei processi di finanziarizzazione internazionale.
Non esiste una condizione così “aggressiva” negli altri grandi ordinamenti dell’Europa continentale, dove il legame tra contratto collettivo e fondo di categoria rimane il pilastro centrale.
La scelta italiana è una virata verso il modello americano-anglosassone, dove la previdenza è vista come un “prodotto finanziario individuale” e non come una “tutela collettiva del lavoro”.
Se il Welfare contrattuale è stato un pericoloso cedimento sindacale e politico, il suo totale smantellamento a favore dei grandi gestori americani significa dare al capitalismo finanziario le principali risorse per sopravvivere, costituite dai risparmi collettivi.