'Corsi e ricorsi, l''Impero fa ancora sudditi' | Megachip
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'Corsi e ricorsi, l''Impero fa ancora sudditi'

'Corsi e ricorsi, l''Impero fa ancora sudditi'
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12 Dicembre 2011 - 23.56


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fiveprezVi proponiamo alcune riflessioni di Piero Pagliani, accompagnate da alcuni testi tratti dai suoi libri (romanzi e saggi) e dai suoi più recenti interventi pubblici. Potrete così avere accesso a un”analisi originale di quel che si scompone e ricompone oggi nella geopolitica dell”Europa, quando è in crisi un equilibrio durato decenni. Sullo sfondo, un Impero che a dispetto di ogni abisso finanziario che alluderebbe a un suo crollo imminente, è sempre pronto a far prevalere ancora la politica sull”economia, e a riaffermarsi. Si leggono così diversamente le attuali mosse di Obama, Cameron e Merkel, e anche la crisi monetaria.

  

Corsi e ricorsi

di Piero Pagliani  – Megachip.

Una lezione tratta dall”esperienza statunitense è che la diplomazia nazionale ora incorporata in ciò che viene chiamato Washington Consensus non è semplicemente l”estensione di spinte affaristiche. Essa è stata informata da preoccupazioni prioritarie riguardanti il potere mondiale (che va sotto l”eufemismo “sicurezza nazionale”) dal vantaggio economico come è nella concezione degli strateghi americani, che è ben distante dalle motivazioni di profitto degli investitori privati. Benché le radici dell”imperialismo e le sue rivalità diplomatiche  abbiano sempre avuto un carattere economico, tali radici – e specialmente le loro tattiche – non sono sempre le stesse per ogni nazione e in ogni epoca.

(Michael Hudson, “Super Imperialism: The Economic Strategy of American Empire”)

 

 

Un granello di pubblicità fai da te.

Per una volta tanto mi autocito. Di solito non cito nemmeno i miei lavori di politica o geopolitica. Per un motivo che non dipende da me: la realtà cammina in fretta, io devo seguirla, e per quanto possibile anticiparla, e in questo processo, a differenza di altri più in gamba di me, non ho molti detti memorabili e immarcescibili con cui pavoneggiarmi.

Al più posseggo un metodo (che è poi un”elaborazione diciamo così “logico-matematica” basata massicciamente sull”impostazione che il grande Giovanni Arrighi ci ha lasciato con lavori fantastici come “Il lungo XX secolo“). E quindi non posso gingillarmi con ex-libris autarchici, bensì seguire coscienziosamente le conseguenze del metodo applicato a ciò che avviene.

 

copertinaPuntoFisso

Stavolta però mi autociterò, ma non citerò un”analisi politica, bensì l”unico romanzo che ho scritto, Il punto fisso (di cui si può leggere una recensione anche su Megachip), e che il pomeriggio del 15 di questo mese Giulietto Chiesa e Franco Romanò presenteranno alla QuintocortileGallery, a Milano. Non è un”iniziativa ufficiale di Alternativa, ma dato che sia Franco Romanò sia l”autore ne sono militanti e Giulietto Chiesa ne è il presidente, l”ambiente è quello.

 

1. Probabilmente non è un caso che possa essere citata non un”analisi ma un”opera letteraria, perché spesso in letteratura e nelle arti si hanno delle folgorazioni, delle intuizioni che vanno al di là del contingente.

La vicenda del romanzo si svolge alla fine dell”anno scorso. Ma si badi che benché il romanzo sia stato pubblicato dalla Mimesis nel 2010 è stato invece scritto nella seconda metà degli anni Novanta (così vanno le cose).

Allo scadere del primo decennio del terzo millennio Marco, il protagonista maschile, fa un bilancio:

«Ma i progetti degli uomini e delle donne si accendono e si spengono, come lucciole vaganti in oscurità scandite dai giorni, giorni raccolti in anni, anni enumerati in secoli, secoli raggruppati in millenni. E l”ultimo secolo del secondo millennio morendo aveva riaperto improvvisamente uno dopo l”altro, come per una vendetta finale, tutti i problemi che aveva trovato al suo nascere, in vesti che sembravano nuove solo perché si erano aggiunti nuovi drammi. E li aveva lasciati così, come un ironico lascito testamentario o un ammonimento, al millennio nascente.»

 Quando scrivevo il romanzo era da poco finita la guerra in Bosnia e il fatto che dopo un secolo Sarajevo fosse ritornata al centro di un evento bellico mondiale non poteva essere solo un caso. Quelle considerazioni nascevano da lì.

In realtà nei Balcani riemergevano e concorrevano antiche linee di penetrazione geopolitica, con una Germania che attraverso i Balcani si voleva riproiettare verso Oriente e stabilizzare una zona d”influenza in un”Europa dell”Est desovietizzata, con la novità di una sovrapposta strategia statunitense tesa alla conquista del centro del continente eurasiatico, strategia che nel 1997 Zbigniew Brzezinski avrebbe “rivelato” al mondo nel suo famoso articolo su “Foreign Affairs“.

Questo succedeva nella prima metà degli anni Novanta.

Quindici anni dopo, cioè ora, riemerge un altro tratto distintivo del secolo scorso, la contrapposizione tra mondo anglosassone e Germania. La differenza, oggi, è che questa contrapposizione si inserisce in una frattura più ampia e che la Germania ha minori possibilità di ribellarsi essendo militarmente occupata dagli Stati Uniti.

E gli Stati Uniti sono una superpotenza in difficoltà ma tuttora inavvicinabile, con buona pace di chi pensa, sulla base di puri dati economici, che il loro dominio sia bello che finito (lo si è visto recentemente in Libia!).

L”economicismo purtroppo è un vizio di larga parte della sinistra marxista ma non certo degli strateghi del capitale, se è vero che in un report del Comitato per le Relazioni Internazionali del Senato statunitense del 1957 si poteva leggere:

«Gli affari internazionali sono composti da troppi fattori non trattabili da una razionalità matematica costi-benefici come lo è invece la costruzione di una diga per scopi multipli. Tuttavia si può applicare lo stesso concetto generale: il costo di ogni attività estera degli Stati Uniti diventa significativo solo quando è messo in relazione coi benefici che gli Stati Uniti ricavano da quella attività.»[1]

 

2. Dato che il capitalismo è un sistema intrinsecamente conflittuale (ed è per questo che è intrinsecamente in disequilibrio), gli stessi criteri strategici sono usati non solo dagli Stati Uniti ma anche dalle altre potenze. Solo che, mi si scusi il gioco di parole, è per l”appunto una questione di potenza. La sudditanza felice o obtorto collo a quella americana, immensa, va sotto il nome di “neo-liberismo” e di “globalizzazione”, cioè di un”ideologia fatta diventare a viva forza senso comune, che in origine altro non era, secondo le sfacciate parole del dottor Kissinger, che un differente termine per dire “predominio americano”. Ma dato che il capitalismo, per quanto si è appena detto, fa le pentole ma non i coperchi, l”acqua in ebollizione rischia in continuazione di uscire dal contenitore.

Nel mio romanzo Marco se ne rendeva conto solo ad intuito, così come ad intuito mentre scrivevo il romanzo nella seconda metà degli anni Novanta, quando tutti si beavano appunto della parola “globalizzazione” e il mondo sembrava andare verso magnifiche sorti e progressive grazie anche all”introduzione dell”euro, facevo sì che il Maestro, un antagonista di Marco, gli rivelasse un “segreto”:

«Soldi, Marco. Soldi! Intervenendo sulle transazioni internazionali, sui progetti intergovernativi d”investimento, sulle speculazioni di borsa. Tu non sai quello che sta avvenendo nel mondo, vero Marco? Mohua invece se ne era resa conto prima degli altri. I mercati occidentali ed asiatici si stanno virtualmente dividendo e ruoteranno intorno a due poli geopolitici differenti. La complessità dei meccanismi per mantenerli unificati è tale che in mezzo si possono aprire dei vuoti di coerenza, delle parentesi temporali; dei mondi possibili, direste voi logici. Anzi, impossibili, ma che possono permettere di creare capitali inesistenti e farli vivere per un certo tempo. E prima di ogni verifica potranno essere suddivisi, spostati e trasformati, come nubi che si dissolvono senza che si perda una sola goccia di umidità. E quelli che non sono interessati ai soldi sono interessati alle applicazioni militari. Ora tu hai capito come tutto ciò potrà esser fatto. E sei l”unico. Ma sono in molti a volerlo sapere.»

«Soldi e armi, eh? Come al solito! Niente ideali, no? Non ce ne sono più in giro, vero? in nessuna parte del mondo. Non ce n”è più neanche uno, non è così?», l”ira di Marco aumentava ad ogni domanda.

«Mah!» rispose lontano e pacato il maestro, quasi a bassa voce. «Dietro Ravi Ravi c”è un uomo d”affari cinese. Lui forse qualche ideale ce l”ha, se questo ti fa felice. Vuole boicottare la borsa di Shanghai per evitare la divisione della Cina, che è il progetto degli Americani. Cina Occidentale da una parte, Cina Settentrionale da un”altra, fascia costiera industrializzata da un”altra ancora. E a trainare questo progetto c”è la locomotiva Shanghai – Hong Kong, fin dai tempi dell”adesione della Cina al WTO; ma il carbone lo mettono dall”altra parte del Pacifico. Il nostro uomo d”affari è anche un agente dei gruppi di potere cinesi che non vogliono questa disintegrazione. La chiamano “Il Gioco Americano”. E così si sta dando da fare con metodo. Con una buona percentuale per il disturbo, ovviamente. Anzi, con diritto di saccheggio.»

«Encomiabile! E Ravi Ravi? Niente ideali per lui?»

«Ravi se li è persi tutti per strada. Lo sa e ne soffre. Così detesta chi gli ideali non li ha mai avuti e chi dice di averne ancora. Non avendone più di suoi da mettere in campo, gioca a fare il nazionalista, per evitare di fare i conti con la realtà, con la sua intelligenza e più che altro con i suoi sentimenti. E pensa anche di convincere il suo boss cinese che anche lui è contro l”imperialismo americano; che è contro il Gioco Americano perché potrebbe innescare spinte separatiste anche in India. E quindi è doppiamente affidabile.»

«E” buffo. Sembra che la mia vita debba finire per mano di antimperialisti, io che l”imperialismo l”ho odiato, per tutta la vita.»

«No. Non è per niente buffo. Ed è anche molto logico. Tu lo hai odiato con tutto il cuore; lo so benissimo. Ma non avevi nessuna buona ragione per combatterlo veramente. Loro probabilmente nemmeno lo odiano tanto, ma hanno ottime ragioni per combatterlo. E fra te e loro, vincono loro. Quindi non fare lo stupido, Marco. Scappa subito da lì!»

«E tu? Per chi lavori tu?» domandò Marco, senza nemmeno sentire l”ultima implorazione.

 

Ovviamente non diciamo di più, sia per non rovinare la sorpresa di chi vorrà leggere il romanzo sia per ritornare dalle intuizioni letterarie alla realtà dei fatti.

 

3. Come si è visto le sorti non erano destinate ad essere né magnifiche né progressive. Dall”11 settembre siamo dentro la Terza Guerra Mondiale e si riaffacciano gli scenari della Seconda, benché in qualche misura invertiti.

Cameron ha deciso di sottrarsi alla morsa dell”Europa germanizzata e la Germania sta opponendo la sua forza economica per mantenere la strangolante leadership sull”Unione Europea contro le richieste di “apertura” e “ammorbidimento” della politica monetaria della BCE avanzate dagli USA (e con molta probabilità dai BRICS).

Questa frattura, come si è detto, sotto certi rispetti sembra riprodurre quella degli anni Trenta-Quaranta, ma con le differenze che abbiamo visto e un”ulteriore variazione: la “disarmata” Germania appare assai meno “nazista” (ammesso che il termine possa avere un senso oggi) degli armatissimi Stati Uniti che stanno mettendo il mondo a ferro e fuoco per salvaguardare la propria supremazia mondiale. E in più non sembra che ci sia la volontà politica della Germania di attuare un colpo di stato nazionalistico, così come le ribellioni e i mal di pancia dell”Europa verso gli USA non sono mai sfociati in una rottura. Nel 1973 un”analisi della Federal Reserve Bank di Boston asseriva infatti: «E” ben vero che [tra i partner] c”è stata una rivolta [contro l”aggressione monetaria americana], ma è stata una rivolta incruenta, limitata nella portata e insicura negli obiettivi»[2].

Certo, con l”approfondirsi e l”aggravarsi della crisi gli scenari e le scelte possono cambiare, anche per disperazione. Tuttavia gli strateghi del capitale lo sapevano per lo meno dalla dichiarazione dell”inconvertibilità del dollaro in oro che il meccanismo si era inceppato. A noi raccontavano il contrario, parlavano di crisi congiunturali, ma loro le cose le conoscevano, anche se con gradi differenti di consapevolezza. Eppure l”Europa non fece nemmeno finta di volersi attrezzare per contrastare l”annunciata rapina della superpotenza:  

«La Commissione Europea sembra funzionare virtualmente come un braccio della diplomazia statunitense nella riduzione del potere dei governi sulla possibilità di prendere posizioni monetarie indipendenti dagli Stati Uniti.»[3]

Ora la Germania ha chiesto di accelerare il trasferimento totale della sovranità dei Paesi UE alla Commissione Europea e agli organismi economici comunitari. A prima vista sembra, come si è detto, una decisione per creare uno sbarramento all”attacco speculativo targato USA all”euro-marco. Ma questa è una prima valutazione economicistica.

A guardare più a fondo, la subordinazione politica diplomatica e militare della Commissione Europea permane. La guerra europea alla Libia ne è una prova e la neutralità della Germania non sembra sia potuta andare oltre un tentativo di ottenere migliori termini negoziali puntando i piedi.

Angela Merkel non è Rosa Luxemburg, questo è assodato. Ma nemmeno credo che le spunteranno i baffetti e che si metterà una svastica al braccio o che promuoverà realtà economiche come il North Stream a patto geostrategico (il suo elicottero potrebbe piombare fino a terra, stavolta).

I corsi e ricorsi ci sono, ma mai nelle medesime condizioni e coi medesimi esiti. E tuttavia la loro conoscenza ci può mettere in guardia, come avviene col paragone di Michael Hudson tra gli anni prebellici e oggi:

«Gli europei davano per scontato che i debitori dovessero acconsentire a qualsiasi cosa fosse pretesa dai loro creditori. Questa è la ragione per cui gli Alleati e la Germania negli anni Venti sacrificarono le loro economie nel tentativo di pagare i debiti di guerra. Al contrario nessuna logica del genere ha spinto gli Stati Uniti ad abbandonare la sua spesa globale, e persino imperiale, nel 1960 o negli anni successivi. Piuttosto che sequestrare gli investimenti privati delle compagnie americane [per ridurre il deficit commerciale NdA], il governo le incoraggiava a continuare ad acquistare le aziende europee mentre erigeva barriere commerciali unilaterali senza alcun riguardo per il diritto internazionale e i suoi principi di simmetrie nella prassi economica.

Il potere dei debitori si basa sulla capacità di minacciare il sistema di far crollare i creditori col loro default. Una volta che questo potere distruttivo è riconosciuto, il debitore può mettersi a pontificare. L”America ha usato questa strategia negli ultimi trent”anni, ma il Terzo Mondo, l”ex Unione Sovietica e altre economie in debito non se ne sono ancora appropriati. Nelle nazioni europee degli anni Trenta non c”era nemmeno un accenno a questa potenzialità. Proprio come le nazioni del Terzo Mondo nei tempi moderni esse si assoggettarono ad una depressione economica dalla quale si riscattarono solo con le spese belliche. Si rivelò più facile andare in guerra che non cooperare per creare  un sistema finanziario alternativo.»[4]

Corsi e ricorsi?

 

 

 __________________ NOTE: 

 

[1] U.S. Senate, Technical Assistance: Final Report of the Committee on Foreign Relations (Report No. 139, March 12, 1957).

[2] Norman S. Fieleke, “International Economic Reform,” Federal Bank of Boston, New England Economic Review, January/February 1973, p. 19.

[3] Michael Hudson, “Super Imperialism: The Economic Strategy of American Empire” (New York: Holt, Rinehart and Winston, 1972. 2nd ed., London: Pluto Press, 2002).

[4] M. Hudson, op. cit.

 

VIDEO – L”intervento di Piero Pagliani al convegno di Chianciano del 22/23 ottobre 2011 “Fuori dall”euro fuori dal debito”:

Link al saggio che ha ispirato l”intervento di Pagliani a Chianciano: Gli scenari politici internazionali della crisi sistemica.

 

 

 

 

 

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