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Geopolitica e conflitti. Siamo a un punto cruciale, da rendere transitorio. [Gianfranco La Grassa]

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12 Febbraio 2016 - 06.57


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di Gianfranco La Grassa

1. Siamo in effetti arrivati ad un punto cruciale. Intendiamoci bene: non aspettiamoci precipitazioni improvvise di eventi troppo violenti. Siamo comunque in una fase transitoria, che si trascinerà con eventi incerti e contraddittorî. Tuttavia, per l’Italia si apre un periodo, che temo lungo, in cui si dovranno sopportare molte difficoltà di tutti i generi. E’ (diciamo meglio: sarebbe) indispensabile un’autentica lotta contro l’egemonia americana. Se vogliamo liberarci della dipendenza dagli USA, senza tuttavia cadere sotto il giogo di altre dipendenze, dobbiamo accrescere le nostre capacità competitive, che di fatto sono connesse alle potenzialità di sviluppo del sistema paese. Non avendo certo quest’ultimo in sé le possibilità di essere nemmeno una vera potenza regionale, dovremmo cercare alleanze, ognuna delle quali non sarebbe mai con paesi a noi perfettamente pari poiché esiste sempre una qualche dissimmetria, da ridurre tuttavia al minimo.

Oggi, in una situazione di ancora netta prevalenza statunitense, in un’epoca in cui stiamo entrando nel multipolarismo (e siamo ben lontani dal vero policentrismo), le nostre tendenziali alleanze, in funzione antiegemonica, dovrebbero spostarsi in sostanza verso est; non esiste però al momento una forza politica veramente intenzionata a tale obiettivo e capace di realizzarlo. Se esistesse, essa dovrebbe agire nel contempo con il fine di trovare delle sponde in sede europea (ed eventualmente ad esse collegarsi strettamente), sempre però che venga condivisa la coloritura antiegemonica della propria azione e l’accettazione di uno spostamento dei rapporti verso est.

Il potenziamento del sistema paese esige che l’avanguardia, in tema di imprese, sia assunta da quelle di grandi dimensioni; non grandi in generale, poiché tali imprese dovranno in prevalenza operare nei settori di punta, essendo assistite da una cospicua ricerca scientifico-tecnica non soltanto effettuata all’interno dei vari dipartimenti R&S imprenditoriali, ma anzi per l’essenziale gestita nel settore universitario e soprattutto in centri di ricerca di eccellenza (dove concentrare risorse non miserabili come quelle odierne). Nello stesso tempo, poiché la competizione non è puro problema di costi, di produttività, quindi di soluzioni tecnico-organizzative di tipo aziendale, è necessario sviluppare tutto l’ambito della cosiddetta intelligence economica, fra l’altro attenta ai problemi più generali di esportazione dei nostri prodotti e di acquisizione di prodotti altrui (soprattutto energetici) che servano non singole imprese ma, appunto, il sistema complessivo. Sono da considerarsi negative le fusioni bancarie solo indirizzate a rafforzare il complesso finanziario ai fini della preminenza, con asservimento della miserabile politica odierna di “destra” e di “sinistra”, mentre sarebbero utili se invece dirette con mano ferma da una nuova forza politica (quella inesistente di cui appena detto) e dunque orientate al servizio di una politica industriale d’avanguardia, di avanzamento scientifico-tecnico e di impulso ai più svariati aspetti dell’azione antiegemonica.

E’ poi necessario acquisire pure, ove occorra, i ritrovati tecnico-scientifici degli altri con le modalità più adeguate. Occorre infine una ancor più rilevante azione politico-diplomatica, che sappia avvalersi di tutti i mezzi necessari – possibilmente anche di quelli culturali – per acquisire sfere di influenza. E’ dunque ovvio che non ci si deve più basare, “artigianalmente”, sulle opinioni a spizzico di singoli guru dell’economia e della finanza, su attività svolte da lobbies di potere di ristrette vedute, poiché è invece indispensabile creare veri centri di studi strategici, dove le strategie vadano valutate andando molto oltre il ristretto ambito dei meschini interessi individuali delle appena nominate lobbies; e spesso anzi in netto conflitto con queste ultime, da combattere in certi casi con tutti i mezzi a disposizione per tagliare loro le unghie.

Si pongono allora due problemi cruciali: a) l’effetto globale della competizione; b) la struttura sociale (e dei suoi raggruppamenti maggiori) che va riconfigurata in funzione degli obiettivi postisi. E” ovvio che l’attività politica di una nuova forza dovrà curare insieme tali problemi al fine di conseguire i risultati desiderati, pur se in un arco temporale piuttosto ampio e quindi con previsione e progettazione flessibili e pronte ad essere rivedute e corrette. Se per caso qualcuno pensa che l’obiettivo prioritario, per i prossimi 20-30 anni, sia una profonda trasformazione della società secondo i desideri di giustizia, maggiore eguaglianza, cooperazione, fine dell’aggressività, della prepotenza, della sopraffazione, fioritura della generosità e solidarietà umane, ebbene questo qualcuno esplica una funzione negativa in vista di una politica antiegemonica; in molti casi può persino divenire un autentico nemico – non mi interessa se in buona o cattiva fede – di tale politica, oggettivamente alleato di quella “destra” o di quella “sinistra”, che si pongono al servizio degli interessi “di bottega” di piccoli gruppi capitalistici parassitari, a loro volta servitori dell’egemonia del paese centrale. Certamente, tra i vari nemici sussistono molteplici contraddizioni; proprio per interessi differenti che si traducono in attività contrastanti, tali da rendere a volte debole il fronte avverso. Che si debba giostrare tatticamente tra queste contraddizioni, non vi è dubbio; sapendo tuttavia che si tratta in sostanza di nemici, tutti da “seppellire” nella “fossa comune” del superamento storico.

Chiarito questo punto, va riconosciuto senza ideologici mascheramenti che, se fosse possibile promuovere la politica antiegemonica, ciò significherebbe, nei prossimi decenni, favorire l’ascesa di nuovi centri internazionali (di fatto paesi) in grado di coagulare attorno a sé determinate sfere egemoniche alternative a quella statunitense. Mi sembra evidente che tale processo non debba essere prevalentemente – anzi il meno possibile – attuato con mezzi militari, con apparati bellici. Non però, sia chiaro, per puro pacifismo; invece perché, se ci si mette su questo piano, l’unico risultato – già visibile oggi con le missioni “di pace” o di “antiterrorismo” e via dicendo – è quello di creare forze di supporto all’egemonia del paese centrale; si rischia di chiedere tutt’al più una minima cointeressenza nel dominio di certe aree, ma si alleggeriscono i costi (economici e politici) delle attività egemoniche degli USA e di quelle (subordinate) dei suoi principali “sicari”, fra i quali “brilla” in particolare il nostro paese nella sua attuale configurazione delle forze politiche (di governo come di opposizione, che è molto debole e incerta).

2. In definitiva, si tratterebbe di favorire un più ravvicinato approdo antiegemonico (multipolare) della configurazione geopolitica complessiva. Quindi niente mezzi apertamente militari, ma nemmeno competizione puramente economica nel sedicente “libero mercato”, una competizione che sarebbe allora completamente dominata dagli USA, abili nell’utilizzare numerosi strumenti, ivi compresi quelli finanziari che, nel paese centrale, operano in sintonia con i progetti di dominio globale. Come diceva il grande Clausevitz, la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Questi mezzi della politica sono però molteplici; non tutti debbono sfociare nelle guerre, ma tutti non sono per nulla pacifici, indolori, rispettosi dei sentimenti delle “anime belle”.

Se si promuove il confronto, se ci si indirizza seriamente ad una politica antiegemonica in un sistema come quello oggi esistente, permeato da strutture capitalistiche, è necessario essere consapevoli che verranno accentuati, per una intera fase storica, alcuni effetti tipici del capitalismo: anarchia conflittuale, crisi, disordine, sommovimenti e squassi sociali. Non si può “volere la botte piena e la moglie ubriaca”, come suol dirsi. Lenin, l’unico vero grande rivoluzionario del ‘900, afferrò il problema quando parlò di “legge” (che non era vera legge, bensì solo formulazione intuitiva) dello sviluppo ineguale del capitalismo; anzi dei capitalismi, poiché il conflitto tra i molti singoli capitali è nettamente sussunto sotto quello tra più paesi assurti al ruolo di potenze – cioè di complessi e differenziati sistemi sociali, in cui economia e politica (e fenomeni culturali) si intrecciano fra loro strettamente in un intrico complicato – in lotta per la supremazia globale.

Se mi si permette un inciso, l’ideologia ufficiale del comunismo (storicamente conosciuto) riuscì a trasmettere l’idea di un Lenin difensore dell’ortodossia marxista contro il revisionismo di Kautsky; e il tragitto successivo delle socialdemocrazie, in specie dopo la seconda guerra mondiale, sembrò confermare questa opinione visto che il “riformismo” abbandonò, anzi ripudiò, ufficialmente il marxismo. In realtà, non è stato così; con il senno di poi, ci rendiamo ben conto che Kautsky fu sostanzialmente l’ortodosso e Lenin il revisionista; tuttavia impossibilitato a condurre fino in fondo, proprio per ben più impellenti necessità di lotta, la rielaborazione radicale del pensiero di Marx onde farlo uscire dai suoi limiti inerenti all’analisi del modo di produzione e della formazione economica della società (analisi preziosa, ma insufficiente).

Questa mancata rielaborazione – forse invece possibile in base alla pratica concreta della rivoluzione fatta da Lenin – condusse poi all’ulteriore degenerazione del marxismo, anche semplicemente in riferimento al pensiero di Marx: fu posta l’enfasi sulla teoria del valore (e plusvalore), per la smania di dimostrare “scientificamente” lo sfruttamento (ridotto quasi solo a quello operaio). Un gravissimo slittamento teorico che pose le basi dell’opportunismo dei comunisti, nel dopoguerra, tutto teso a giustificare, ad est, la prassi della pianificazione generale da parte dello Stato supposto strumento in mano ai lavoratori; e, ad ovest, la politica parlamentaristica, con il sussidio della lotta sindacale, presentata come “via pacifica” al socialismo, mentre era esclusivamente una lotta per la distribuzione del reddito e per la spartizione di fette di potere, cui parteciparono i dirigenti piciisti e sindacali in nome della “Classe”, ma per il proprio tornaconto.

Non vi è esempio migliore per comprendere come la teoria non sia pura astrattezza, mania di studiosi avulsi dalla realtà concreta, come pensano tutti i praticoni. La teoria è la vera regina della prassi, la illumina, la dirige ed è la responsabile prima dei suoi successi o fallimenti. Una cattiva teoria come il marxismo degenerato in economicismo, nella mera indicazione dello “sfruttamento”, è pienamente implicata sia nel crollo del “socialismo reale” che nella degenerazione, oggi giunta al suo punto (quasi) massimo, dei presunti (da sciocchi ideologi di “destra”) “comunisti”, divenuti corresponsabili della preminenza delle peggiori frazioni (subdominanti) nei capitalismi non centrali, del tutto subordinati a quello centrale USA. Nei confronti di questo preteso “comunismo” va tenuto un atteggiamento molto simile a quello indirizzato alle frazioni subdominanti in oggetto, che lo finanziano abbondantemente e lo pongono in primo piano nel totale degrado culturale del tutto consono ai loro interessi e a quelli dei predominanti statunitensi.

Tornando alle questioni più serie, oggi come ieri siamo in difetto di un’adeguata teoria dello sviluppo ineguale dei vari capitalismi. Una teoria che dovrebbe sintetizzare quella relativa ai rapporti nella formazione sociale odierna e quella attenta alla geopolitica complessiva. Tale sintesi non può però essere una mera giustapposizione di concetti teorici formulati in ambiti diversi e separati; occorre un’idea nuova che riorienti il tutto della complessità strutturale della società capitalistica mondiale. Non abbiamo questa idea, è inutile menare il can per l’aia. Tuttavia, dobbiamo prenderne coscienza, porre al centro della nostra attenzione teorica la mancante teoria sociale dello sviluppo ineguale, motivo non ultimo della presente incapacità di costruire la nuova forza, capace di contrastare l’insieme delle schiere di “sinistra” e di “destra” e di spazzare via l’ormai degenerata cultura delle prime (quelle in doppio petto e “per bene”, ma che si avvalgono dell’attività distruttiva dei “lazzaroni” di turno), cui restano succubi le seconde.

Si deve procedere anche in assenza di una simile teoria, prendendo certo atto di questa carenza, che suggerisce pur sempre alcune indicazioni in merito al campo entro cui agire. Va decisamente promosso l’atteggiamento antiegemonico sul piano della geopolitica complessiva, consci della crisi – non puramente economica – che esso provocherà, qualora avesse successo, con il suo corteggio di eventi comunque gravi da gestire per far avanzare l’antagonismo nei confronti degli infami subdominanti italiani, approfittando delle controversie e scontri che tale politica, coadiuvando la condensazione di più centri di egemonia (il multipolarismo), produrrà fra di loro. Ci si riuscirà? E in quali tempi? In ogni caso, su tale punto occorre riflettere e cercare una soluzione.

L”articolo è uscito il 9 febbraio 2016 su [url”Conflitti e strategie”]http://www.conflittiestrategie.it/[/url].

[url”Link articolo”]http://www.conflittiestrategie.it/siamo-ad-un-punto-cruciale-da-rendere-transitorio-di-glg[/url] © Gianfranco La Grassa

Infografica: © P. Audia, Grande è la confusione [particolare].

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