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Il dominio dei mezzi sui fini

Il credito bancario moderno non ha un problema, è il problema. [Domenico Cortese]

Il dominio dei mezzi sui fini
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9 Marzo 2017 - 06.51


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di Domenico Cortese

Una riflessione filosofica che istituisca se non un fondamento ontologico ma, almeno, una comprensione etica del concetto di credito finanziario sembra necessaria in questo periodo storico. Siamo nell’epoca in cui ogni tentativo di miglioramento del meccanismo del credito va nella direzione di una semplice modifica dei suoi limiti quantitativi piuttosto che della sua struttura tout court, la quale ha una fondamentale portata sociale e quasi “esistenziale” sugli individui. Per percorrere questa diversa rotta, può essere interessante articolare il concetto di credito, inteso nei suoi fini sociali ultimi, tramite le linee guida che Max Weber ci fornisce nelle sue riflessioni sociologiche. Questi “fini ultimi” del credito e il valore che, rispetto ad essi, ha il modello di erogazione di credito attuale possono essere discussi attraverso le sottili differenze ed interconnessioni tra ciò che Weber chiama “etica della responsabilità”, “etica della convinzione” e “razionalizzazione”.

L’etica della responsabilità viene descritta come un agire che tiene conto delle “reali” relazioni di causa-effetto del contesto al fine di orientare i propri valori verso le conseguenze desiderate (Cfr. M. Weber, La scienza come professione – La politica come professione, Mondadori, 2006). L’etica della convinzione consiste, invece, nell’abilità di scegliere autonomamente questi stessi valori e scopi, oltre che i relativi mezzi. In una prima interpretazione, il tipo di “prescrizione” politica che sembra suggerire l’illustrazione di tali etiche da parte di Weber indicherebbe l’equilibrio tra l’utilizzo di entrambe come necessario per perseguire fini apprezzabili ma realistici e tecnicamente plausibili, evitando di rimanere imbrigliati in un dannoso dogmatismo deontologico:

L’autonomia del volere diventa tanto più piena e significante quanto più è libera la decisione da norme intrinsecamente, cioè “materialmente” razionali, il che vuol dire che il senso razionale delle scelte, cioè dell’etica, sta nella capacità e libertà del volere di scegliere fini “tecnicamente” possibili i quali, cioè, siano legati al calcolo razionale dei mezzi disponibili e delle conseguenze scientificamente prevedibili(N. M. De Feo, Introduzione a Weber, Laterza, 1970).

Lo spirito etico Weberiano si porrebbe quindi in contrasto, da un lato, ad un semplice agire secondo le massime dell’etica della convinzione, per le quali conta Kantianamente solo l’intenzione e non le conseguenze delle proprie azioni; dall’altro, esso andrebbe oltre un puro intellettualismo che si limita a calcolare la portata di determinate conseguenze, non problematizzando i valori che tali conseguenze vogliano o meno riflettere. Sarebbe un importante appello a guardarsi da due storici mali spesso interrelati: il dogmatismo rozzo e la mera ragione calcolante al servizio di principi accettati come senso comune. Weber riconoscerebbe l’inevitabile ruolo di un’etica che bada alle conseguenze contestuali, in funzione però di un inevitabile “relativismo” dei valori che non può essere superato da calcoli tecnici, ma che ci costringe di volta in volta, coscientemente, ad «una serie di decisioni ultime attraverso le quali l’anima – come in Platone – sceglie il destino che le si addice di più» (M. Weber, “The Meaning of ‘Ethical Neutrality’ in Sociology and Economics” in The Methodology of the Social Sciences, The Free Press of Glencoe, 1949, § 18).

Questa attitudine politica sembra non solo essere la più logica lettura delle categorie Weberiane ma, anche, il più spontaneo modo di operare, da parte delle istituzioni odierne, quando il problema che si presenta è l’“efficienza” dell’erogazione del credito. Appare spontaneo e, come vedremo, sufficiente per una onesta e realistica attività riformatrice combinare determinati principi comunemente valutati come giusti o “preferibili” circa lo strumento del credito con quelli che sono presentati come i mezzi più efficienti per attuarli. Occorre mostrare come le stesse categorie di Weber provino non solo l’inconsistenza di questo tipo di atteggiamento ma, anche, che vi è un’alternativa logica per andare coerentemente contro corrente rispetto a quello che è, in fondo, una perpetuazione dello status quo o una sua lieve variazione. Ciò può essere utile a rovesciare gli assunti oggi cristallizzati sulla struttura del credito finanziario al fine di instaurare una nuova, più feconda, riflessione su come sarebbe “preferibile” che esso funzioni.

Si potrebbe iniziare col notare la fallacia a cui conduce il semplicismo di leggere la linea suggerita dal pensiero di Weber come coincidente con l’unione di un’esternazione “volontaristica” della coscienza – individuale o sociale – circa quelli che percepisce come i suoi “fini” con il calcolo, da parte di questa stessa coscienza, dei possibili mezzi per attuare tali fini. Ciò che traspare dalle stesse idee Weberiane sulla potenziale irrazionalità della “razionalizzazione” è, ad un’analisi più profonda, un discorso meno univoco.

Dai testi di Weber traspare un appello circa il pericolo che una presa di coscienza dei propri obiettivi già inscritta nella cornice dei suoi “soli mezzi possibili” per attuarli sia il risultato, in realtà, di una idealizzazione di questi mezzi stessi. Un’assolutizzazione dell’esistenza di certe tecniche sociali esistenti da lungo tempo, alcuni caratteri delle quali vengono confusi con il fine in sé di un contesto sociale. L’aspetto della nostra etica che si concentra sui “principi” e gli “scopi finali” per la nostra esistenza deve collaborare con l’aspetto “strumentale” di essa (ammesso che siano sempre discernibili), al fine di realizzare una rigorosa analisi di quale significato originale e scopo finale abbiano certi strumenti – come quello di credito – per le necessità che la volontà umana esprime, per «il perseguimento di uno scopo definito dai valori ultimi o “significati-di-vita” attraverso la libera considerazione dei mezzi adeguati» (K. Lowith, Max Weber and Karl Marx, Routledge, 1993, P. 66). In caso contrario, vi è non solo l’accettazione passiva di alcune caratteristiche attuali di tale strumento, le quali sono spesso frutto di contingenze storiche che le rendono non più necessarie per il suo fine “reale”. Vi è anche l’ipostatizzazione di queste caratteristiche, che appaiono come espressioni di una certa naturalità e necessità umana, quella che dovrebbe guidare l’etica dei principi. Vi è, quindi, la riduzione dell’etica dei principi stessa ad un’ulteriore faccia del mero calcolo strumentale verso scopi non problematizzati.

L’indifferenza dell’etica dei principi riguardo alle sue conseguenze sull’esistenza umana, in questo senso, può non essere semplicemente causata da una morale dell’“intenzione” «la quale, in termini religiosi, suona: “Il cristiano opera da giusto e rimette l’esito nelle mani di Dio”» (M. Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, 1966, P. 101). Nella nostra epoca è soprattutto causata dal fatto che «ciò che era originariamente un semplice mezzo (per un fine di un diverso valore) diventa esso stesso un fine e un fine in sé» (Max Weber and Karl Marx, p. 68). La razionalizzazione tipica dell’età moderna, allora, quella in cui «non occorre più ricorrere a mezzi magici per dominare gli spiriti o ingraziarseli [perché] a ciò sopperiscono i mezzi tecnici e il calcolo razionale» (Max Weber, “La scienza come professione”, in La scienza come professione – La politica come professione, Mondadori, 2006, P. 21), diviene “irrazionale” nel momento in cui si trascura il fine ultimo “umano” di tali tecniche. Esse vengono applicate in modo auto-referenziale per moltiplicare i loro effetti, senza chiedersi se vi siano applicazioni esistenzialmente preferibili rispetto a quelle attuali. Weber riflette in questo senso sul significato ultimo ed esistenziale del progresso scientifico:

In generale questo “progresso” […] ha un senso che vada al di là del piano puramente pratico e tecnico? […] la vita individuale dell’uomo civilizzato, inserita nel progresso, nell’infinito, non potrebbe avere, per il suo senso immanente, alcun termine. Infatti c’è sempre ancora un progresso ulteriore da compiere dinanzi a chi c’è dentro; nessuno, morendo, è arrivato al culmine, che è posto all’infinito. […] Un uomo civilizzato… di ciò che lo spirito continuamente produce coglie sempre e soltanto qualcosa di provvisorio, mai di definitivo: perciò la morte è per lui un accadimento privo di senso» (“La scienza come professione”, pp. 21-22).

Quali possono essere considerati, allora, “il significato originale e scopo finale” del credito, che siano il più possibile coerenti con “le necessità che la volontà umana esprime”? Per delinearli, occorre parlare di ciò che soltanto può giustificare – se non eticamente, almeno praticamente – il ricorso a tale strumento dentro il contesto nel quale opera, ovvero un’economia basata sullo scambio e, quindi, su quello che – in teoria – dovrebbe essere un arricchimento reciproco tra individui con abilità diverse.

In questo senso, lo strumento del credito appare essere giustificato dal fatto che dentro un’economia di mercato non tutti posseggono immediatamente gli strumenti adatti per mettere su una nuova attività o migliorare un’impresa in risposta alla contingente variazione della domanda. Il credito può essere definito come un implicito accordo tra un futuro produttore e la comunità di cui fa parte, in base al quale questa – per mezzo della figura che materialmente fornisce il credito – concede al primo un’anticipazione del compenso che andrà ad ottenere dalla comunità stessa, grazie ai benefici che fornirà ad essa tramite i suoi prodotti. Concepita in questo modo, la funzione del credito è quella di una coordinazione fra le “volontà di negoziazione” dei diversi individui di una società, che puntano ad ottenere i maggiori benefici tramite l’utilità dei loro prodotti e l’utilità dei prodotti dei loro pari; una coordinazione necessaria per massimizzare questa utilità reciproca, date le discrepanze temporali che possono fisiologicamente esserci tra la capacità di produrre di certi agenti economici ed il loro bisogno di risorse da altri, per vivere ed impegnarsi in tale produzione.

In ultima analisi, il senso del ricorso al meccanismo del credito, il “vantaggio” che una sua buona riuscita dà a tutte le volontà coinvolte nel processo (fornitore materiale del credito, beneficiario, venditori di beni a quest’ultimo e suoi futuri clienti) è che esso pone le condizioni materiali e relazionali per la massimizzazione della loro utilità reciproca, favorendo la creazione di nuova ricchezza. L’intero processo appare come un investimento portato avanti dall’intera comunità al fine di massimizzare le reciproche potenzialità strumentali dei suoi membri.

Notiamo, allora, che si verifica nella nostra epoca l’elezione a scopi o valori finali di caratteristiche contingenti che la dinamica materiale dell’erogazione del credito ha potuto storicamente assumere, per motivi riguardo ai quali non entriamo qui nel merito. Questo stato di cose fa virare tale dinamica nella direzione di una logica differente rispetto a quella sopra riconosciuta come coincidente allo scopo sociale del concetto di credito per la volontà umana.

Non si parlerà in questa sede del fenomeno dell’acquisizione e scambio di strumenti finanziari (che siano obbligazioni, azione, derivati, ecc..) che vengono acquistati o scambiati al solo scopo di scommettere sul valore o modificare il valore ed il rendimento degli stessi – causando un’allocazione del credito fortemente inadeguata. Ci concentreremo, più alla radice, sulle modalità di creazione del credito le quali mostrano già nella loro struttura la trasfigurazione di mezzi accidentali in fini in sé.

La struttura stessa del settore creditizio è ciò con cui dobbiamo confrontarci: anche se le banche commerciali possono concedere prestiti semplicemente accreditando elettronicamente, senza limiti pratici, una determinata quantità di denaro nel conto corrente dei loro clienti, esse necessitano del denaro della Banca Centrale per saldare ogni trasferimento che il cliente richiede di portare a termine (Cfr. M. McLeay, A. Radia e R. Thomas, “Money Creation in the Modern Economy, Quarterly Bulletin Q1, Bank of England, 2014). Questo denaro ha un costo e ciò fa sorgere diversi problemi. Può verificarsi, per esempio, una certa congiuntura per la quale una banca trasferisca ad altre banche una quantità di denaro della Banca Centrale più grande rispetto a quella che ottiene dal resto del circuito o emettendo azioni (“Money Creation in the Modern Economy”, p. 5). Questa banca è perciò costretta a prenderne ulteriormente in prestito se vuole concedere più prestiti, alterando così la propria convenienza nel prestare denaro oppure gli interessi che essa applica, riducendo l’incentivo dei clienti a prendere in prestito oppure la loro affidabilità nel ripagare.

O ancora, a causa di crediti deteriorati o perdite derivanti da “scommesse” finanziarie, una banca commerciale può perdere denaro della Banca Centrale, causando gli stessi problemi appena descritti, anche perché essa ha bisogno di trattenere liquidità per compensare le perdite e portare subito a termine i dovuti pagamenti. E’ a causa di questi rischi individuali che le banche commerciali possono diventare strutturalmente avverse al rischio tendendo così, a causa della necessità di salvaguardare i loro affari privati, a non finanziare piccole imprese ed innovazioni che sono relativamente difficili da valutare, nonostante esse possano dare un grande contributo al progresso sociale e tecnologico della società (Cfr. J. E. Stiglitz e B. C. Greenwald, Towards a New Paradigm in Monetary Economics, Cambridge University Press, 2003).

La conseguenza di questa struttura è che gli scopi o valori finali del concetto di credito qui funzionante non coincidono con la massimizzazione della reciprocità economica ma, in primo luogo, con la valutazione di una convenienza o un rischio spiccatamente privato e individuale. Ciò rappresenta uno scenario sensibilmente differente rispetto ad una valutazione dei rischi e dei benefici considerati in senso collettivo, che sarebbe coerente con la finalità del credito come investimento sociale. Un creditore privato che valuta il suo rischio personale, infatti, può essere indifferente al possibile progresso tecnico che un investimento in una start-up può apportare alla società intera, mentre sarà decisamente preoccupato per la possibile perdita di, diciamo, sessantamila Euro concessi al debitore. Un istituto di credito pubblico finanziato, ad esempio, con i proventi delle tasse, può verosimilmente avere invece il supporto dell’opinione pubblica nel trovare trascurabile un possibile “spreco” di tale somma in confronto ai possibili vantaggi sociali del successo dell’investimento; considerando anche che, piuttosto che uno “spreco”, ciò sarebbe soltanto una distribuzione di potere d’acquisto ad individui “meno produttivi” i quali, spendendo il denaro nel circuito economico, non minerebbero troppo le buone aspettative degli agenti produttivi.

Troviamo quindi una prima assolutizzazione di una caratteristica storicamente contingente dello strumento del credito (la valutazione di un mediatore privato con le sue necessità), che viene ad assumere l’aspetto di valore finale invece che di mezzo accidentale.

In secondo luogo, a causa della struttura descritta, l’erogazione di credito può essere letta come dipendente dalla disponibilità o scarsità, all’interno di una certa rete economica circoscritta, di una specifica “materia prima” del credito che ha un certo costo: la liquidità della banca centrale (non approfondiremo qui il fatto che una certa “scarsità contestuale” di tale materia prima può anche conseguire da perdite della banca dovute non ad investimenti socialmente utili ma ad operazioni che si riflettono negli scopi del circolo autoreferenziale della trasformazione di valore degli strumenti finanziari, come sopra accennato).

In effetti, la disponibilità di liquidità nel sistema sopra descritto è in funzione soprattutto della disponibilità di liquidità di depositanti, azionisti ed investitori finanziari di una determinata banca commerciale, oltre che della capacità di ripagare da parte dei suoi debitori. L’incentivo dei primi ad investire la loro liquidità dipende dalle aspettative circa l’abilità dei banchieri nel realizzare buoni investimenti, la capacità di ripagare il debito da parte dei debitori precedenti della banca e, più in generale, dalla valutazione delle condizioni reddituali della comunità in cui tali debitori e nuovi potenziali debitori vivono. È chiaro che, in questo stato di cose, una istituzione di credito e la sua capacità di fornire prestiti non possono essere più considerate in funzione della creazione di reciproco potere e benefici economici tra gli individui, ma in funzione delle momentanee aspettative circa l’attuale e potenziale livello di “reciprocità” e arricchimento reciproco della rete economica della banca, che è ciò che è riflesso nell’attuale quantità di “denaro della Banca Centrale” circolante nella rete stessa. Vi è, dunque, un secondo aspetto nell’assolutizzazione di caratteristiche contingenti dello strumento del credito del sistema in cui viviamo: l’idealizzazione della necessità di una certa “materia prima” del credito, che deve essere già sufficientemente presente dentro uno specifico circuito economico.

Vogliamo far notare, adesso, il fatto che i più importanti tentativi degli ultimi anni di migliorare l’efficienza degli istituti di credito nell’area economica Europea e Americana si riducono a tentativi di modificare la quantità di rischio percepita dal fornitore privato del credito, o di aumentare la quantità di materia prima in circolo o, infine, di incanalare quella scarsità di materia prima, che può strutturalmente crearsi, verso ambienti meno “contagiosi” per il circuito economico. Vi è quindi il tentativo di modificare solo quantitativamente i limiti delle caratteristiche sopra descritte, senza mettere in discussione il valore idealizzato con il quale esse sono arrivate a coincidere.

Le seconda e terza istituzione degli accordi di Basilea, firmate rispettivamente nel 2004 e nel 2010, ad esempio, impongono il mantenimento all’interno dell’istituto di credito di un patrimonio di vigilanza stimato col calcolo dei rischi di credito, dei rischi operativi e di mercato che la banca si assume, insieme a meccanismi adeguati di supervisione e trasparenza relativi al regolamento. Negli Stati Uniti una holding bancaria, per essere adeguatamente capitalizzata secondo l’agenzia federale di regolazione, deve mantenere un capitale Tier 1 (capitale sicuro, soprattutto capitale netto e riserve dichiarate) di almeno il 4% sul totale degli attivi, una combinazione di capitale Tier 1 e Tier 2 (capitale meno sicuro, composto da riserve di rivalutazione e altri strumenti) di almeno il 10% ed una leva finanziaria (il rapporto tra il capitale netto dell’istituto e il totale delle attività) di almeno il 4% ([url”FDIC”]http://www.fdic.gov/regulations/laws/rules/2000-4500.html#fdic2000part325103[/url] Law, Regulations, Related Acts).

Lo scopo di queste regole è di assicurare che più grande sia il rischio a cui una banca è esposta, più grande debba essere la quantità di capitale che la banca deve mantenere per salvaguardare la sua solvibilità e stabilità economica. Ciò significa, d’altra parte, che la scarsità di erogazione di credito dovuta alla tutela del profitto individuale dalla banca (e dei suoi soci e clienti), come spiegata in precedenza, è solo trasferita indietro nel tempo. La base di questo è la supposizione che una maggiore tutela degli agenti economici che portano liquidità alla banca sia preferibile per minimizzare il rischio di contagio di generali aspettative reciproche negative, anche a costo di negare un maggiore credito ad altri agenti economici (Cfr. A. Angelkort e A. Stuwe, Basel III and Sme Financing, Friedrich Ebert Foundation, 2011).

Connesso a questi regolamenti, è stato sollevato da diversi critici, vi è anche l’aumento del costo del capitale per i debitori, a causa del costo logistico dell’adeguamento delle banche alle nuove regole (Cfr. M. J. B. Hall, Bank Capital Regulation under Basel III: a Critique, conferenza presentata all’Economic Research Center della Middle East Technical University, Ankara, Settembre 2002). Questo problema riflette, come l’impostazione generale dei regolamenti citati, gli scopi e i valori “finali” della tutela legittima del rischio dei creditori individuali e dell’erogazione di credito in funzione della quantità di liquidità della Banca centrale in circolazione in un certo contesto. Il costo dell’adeguamento alle regole sarebbe l’effetto dell’utilizzo di strumenti collaterali necessari per rispettare tali valori. Il terzo accordo di Basilea e gli strumenti di supervisione sono anche alla base delle rinomate convenzioni caratterizzanti l’iniziativa della Commissione Europea circa un’[url”unione bancaria”]http://ec.europa.eu/finance/general-policy/banking-union/index_en.htm[/url] con regolamento unico e meccanismo di supervisione singolo.

Una modifica solo quantitativa dei limiti sopra citati caratterizza anche l’istituzione del così detto Quantitative Easing, tramite il quale la Banca Centrale acquista da una banca una certa quantità di titoli – in genere titoli di Stato – tramite liquidità appena creata (“Money Creation in the Modern Economy”, p. 11). La banca commerciale, in questo modo, possiede nei suoi depositi alla Banca Centrale nuova “materia prima” che non produce valore fino a che non è utilizzata. Il cambiamento riguarda, quindi, un semplice aumento della liquidità circolante in un contesto specifico. L’abbassamento dei tassi d’interesse da parte della Banca Centrale, infine, può essere letto come un tentativo di rendere meno costoso il rischio di perdere liquidità da parte di una banca commerciale. Una menzione specifica merita l’espediente dei tassi d’interesse negativi per i depositi delle banche commerciali nella Banca Centrale. Esso, in un certo senso similmente agli accordi di Basilea, è finalizzato ad incentivare il dirigersi della “materia prima” scarsa del credito verso ambienti meno recessivi per il circuito economico. Ricordiamo che, nonostante una Banca Centrale possa in teoria creare infinita liquidità, questa “materia prima” è sempre in pericolo di divenire scarsa per concedere prestiti, a causa della combinazione tra il costo che essa ha per le banche commerciali e la possibilità, per esse, di perderne una certa quantità e la possibilità per la quale, nella rete di agenti dove esse operano, diminuisca il suo flusso e di conseguenza la fiducia reciproca tra gli investitori.

In un secondo testo ci addentreremo nei possibili modi per rendere effettivo un meccanismo di elargizione di credito che rispecchi il più possibile quello che è il suo “scopo finale” per le volontà di una comunità economica basata sullo scambio. Per adesso ci siamo limitati a sottolineare come gli accorgimenti applicati ai meccanismi standard di erogazione di credito si limitino, come prescriverebbe una prima, semplicistica lettura dell’etica di Weber, a combinare determinati principi pratici comunemente accettati come preferibili con quelli che sono presentati come i mezzi più efficienti per attuarli.

Tali principi pratici sono, di fatto, la credenza che sia giusto che sia un creditore privato a valutare, con i suoi criteri e necessità, l’opportunità dell’erogazione di credito e la concezione del credito come un bene la cui scarsità o abbondanza debba dipendere dall’attuale disponibilità di liquidità degli agenti economici di un contesto. Due principi, insiti nella struttura materiale del sistema bancario, che riflettono una logica miope e parziale rispetto a ciò che sarebbe lo scopo “razionale” del credito, che è quello di porre le condizioni materiali e relazionali per la massimizzazione dell’utilità reciproca. La legittimità sociale che hanno tali valori risiede solo nel loro essere manifestazioni di lunga durata di caratteristiche accidentali e storiche di uno strumento, il credito, che può essere razionalmente giustificato soltanto da altre logiche “esistenziali”: essi rappresentano «il dominio dei mezzi sui fini – essendo il fine la soddisfazione delle necessità» (J. Cohen, “Max Weber and the Dynamics of Rationalized Domination” in P. Hamilton (edit.), Max Weber, Critical Assessment 2, Routledge, 1991, p. 95).

(8 marzo 2017)

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